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 2026  ottobre 08 Giovedì calendario

Strade, spiagge e kibbutz: il ricordo degli israeliani

Alle 6.29 l’altra Israele – quella che ha scelto di commemorare il 7 ottobre del 2023 secondo il calendario della protesta e che tra diciannove giorni è improbabile voti per Benjamin Netanyahu – si è fermata. In ginocchio sull’asfalto della tangenziale attorno a Tel Aviv, davanti alle lapidi nei kibbutz o nelle basi militari, di fronte agli ingressi delle case ancora annerite dalle fiamme dell’alba più buia.
La coalizione di estrema destra aveva organizzato lunedì la cerimonia, seguendo le date religiose dell’ebraismo – gli eccidi perpetrati dai terroristi di Hamas sono avvenuti alla chiusura delle festività di Sukkot, che quest’anno cadeva il 5 ottobre – e Bibi aveva tentato di sviare ancora una volta l’attenzione dalla tragedia, per cui non si è mai preso alcuna responsabilità politica o strategica, promuovendo dal palco la sua guerra permanente. Ieri ha evitato le funzioni organizzate dai famigliari dei morti e dagli ostaggi tornati a casa, si è limitato a un proclama via social media per «le vittime dei mostri di Hamas»: «Porteremo a termine la missione. Siamo qui per fare i conti con tutti gli assassini». Intende «restare qui», al potere: i sondaggi per ora non danno la maggioranza all’opposizione che lo vuole spodestare. I suoi portavoce hanno usato l’occasione per attaccare i media che hanno ricostruito gli allarmi ricevuti dal premier prima degli attacchi: «Non c’è stato alcun preavviso, vogliono solo portare la sinistra al potere».
Dall’alba al tramonto, gli israeliani hanno ricordato i massacri: le 1.200 persone uccise, i 251 rapiti. Mentre Hamas esaltava la «vittoria storica», nonostante la distruzione portata su Gaza dall’offensiva ordinata in rappresaglia: 75 mila palestinesi uccisi, i 363 chilometri quadrati ridotti a un cumulo di macerie. Sul prato ingiallito dove tre anni fa centinaia di ragazzi stavano danzando ai ritmi ipnotici della musica techno, si sono ritrovati i parenti e la tribù dei rave, per la prima volta insieme. «Siamo qui per dire al mondo: torneremo a ballare», ha scandito dal palco il presidente Isaac Herzog. «Aneliamo alla pace e vogliamo che anche i nostri vicini vivano in pace». Al mondo dice pure: «Esiste una strada ed è attuare la risoluzione delle Nazioni Unite che richiede il disarmo di Hamas. Questo dovrebbe essere l’obiettivo internazionale da raggiungere, assieme a contrastare l’impero del male iraniano».
Sulla spiaggia di Tel Aviv tre artisti hanno steso centinaia di figure bianche appoggiate su teli neri, mentre la «piazza degli ostaggi» davanti al museo di Arte contemporanea – per mesi è stata il centro delle proteste che chiedevano una tregua per il rilascio dei rapiti – è tornata a riempirsi: sul marmo bianco resta il tunnel di cartapesta grigia, a rappresentare le celle sotterranee dove i sequestrati sono stati tenuti dai carcerieri fondamentalisti.
La giornata della sofferenza collettiva è stata anche quella della rabbia contro Netanyahu. Davanti alla sua villa privata a Cesarea, i manifestanti hanno riprodotto a tutto volume la techno suonata nei campi a Re’im mixata con le telefonate disperate – spesso le ultime – dei giovani che chiedevano aiuto alla polizia o ai genitori, in sottofondo le raffiche sparate dai fucili mitragliatori. E per ricordare agli israeliani il valore ancora più importante di queste elezioni, gli attivisti hanno costruito ad Haifa delle grandi urne in cui vengono infilate le schede elettorali con i volti degli ammazzati: «Andate a votare anche per loro».