Corriere della Sera, 8 ottobre 2026
Ambizioni posticce
«Assistiamo a grandi cambiamenti mai visti in un secolo», è una delle frasi preferite di Xi Jinping, quando descrive il nuovo «non-ordine» mondiale. È lì che trova radici la strategia della Cina, riassumibile nella sua capacità di anticipare le nuove sfide, attrezzarsi per farvi fronte e primeggiare. Anche in Europa osserviamo cambiamenti mai visti negli ultimi settant’anni: la rivoluzione tecnologica, la guerra alle porte di casa, le minacce ibride della Russia, il voltafaccia americano, la sostenibilità del nostro modello sociale ed economico. Eppure, invece di identificarli e rispondere per tempo, i leader dell’Unione europea danno vita a una tragica farsa che, copyright dell’Economist, «definire follia è un insulto ai pazzi». Parliamo del bilancio pluriennale dell’Ue, la legge finanziaria proposta dalla Commissione che dovrà sostenere le politiche europee dal 2028 al 2034.
Al momento di presentarlo, Ursula von der Leyen l’aveva definito «la più ambiziosa di sempre». Parole forse un po’ troppo enfatiche, per un bilancio da 2 mila miliardi di euro spalmati su sette anni, che rappresenta appena l’1,26% del Pil combinato dell’Unione, percentuale irrisoria se consideriamo che la spesa pubblica nei 27 Paesi membri copre tipicamente il 50% del Pil.
Diciamolo in modo diverso: l’Ue, che conta 450 milioni di persone, spende meno della Danimarca, che di abitanti ne ha appena 6 milioni. Vero è tuttavia che la proposta di Bruxelles rappresenta un incremento, sia pur relativamente piccolo, rispetto al bilancio attuale che si chiude nel 2027.
Ma qui inizia il delirio. Non ci sarà alcun accordo al Consiglio europeo del prossimo 15 ottobre e quasi sicuramente la feroce «battaglia per gli spiccioli» già in corso si protrarrà a lungo nell’anno che verrà. A porre l’ostacolo maggiore è la Germania del cancelliere Merz, spalleggiata da altri cinque Paesi – Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia – cioè gli «usual suspects» della frugalità. In una lettera inviata a fine settembre, Merz e i suoi alleati chiedono che il bilancio «venga ridotto di diverse centinaia di miliardi di euro», altrimenti ne bloccheranno l’adozione. La posizione dei sei governi è molto simile al principio delle «nozze coi fichi secchi». Chiedono infatti di ridurre il livello generale della spesa, ma al contempo di finanziare meglio i settori della difesa e dell’innovazione, togliendo quindi risorse all’agricoltura e ai fondi di coesione.
Questo ha messo in armi il fronte opposto, un gruppo di 17 Paesi guidato da Italia e Spagna, che chiedono invece un aumento degli stanziamenti per questi ultimi due settori. La Francia, comunque contraria a ogni riduzione di fondi per i suoi «paysans», suggerisce di ricorrere anche all’emissione di nuovo debito comune e vorrebbe un bilancio ancora più corposo di quello della Commissione, che per finanziare le maggiori spese propone tra l’altro di creare una tassa speciale sulle grandi corporation, a cominciare dalle Big Tech americane.
Fermiamoci sulla Germania, maggior contribuente netto dell’Ue, ma anche maggior esportatore netto, cioè il Paese che più beneficia dal mercato interno. Berlino sta investendo centinaia di miliardi di euro nel riarmo e lo fa su base nazionale, privilegiando le aziende tedesche, acquistando gli F-35 dagli Stati Uniti e rifiutando ogni ipotesi di eurobond per la difesa. Ma quando si va al bilancio Ue, il cancelliere Merz, che pur ammanta di retorica europeista ogni sua uscita, tira il freno e applica una logica puramente contabile: meno soldi a Bruxelles.
Certo, dietro c’è la preoccupazione di non cedere terreno ad Alternative für Deutschland, primo partito nei sondaggi, mentre la Cdu è data ormai sotto il 20%. Ma triangolandone di fatto le proposte – affamare la «bestia» europea – il cancelliere ha già perso la battaglia delle idee: la sua posizione attuale è quella di AfD senza AfD. In verità, il riflesso nazionalista sembra in questa fase permeare ogni postura di Berlino, che ora (per fortuna) ha cambiato idea perfino nei confronti della Cina, non più terra promessa del made in Germany ma concorrente aggressivo sul mercato tedesco, e chiede alla Commissione di restringere l’accesso alle sue merci nell’Ue. Bruxelles affamata, ma sempre invocata.
Avrebbe molto più senso battersi per un bilancio europeo non solo non ridotto, ma accresciuto e diversamente composto, dove innovazione e ricerca dovrebbero avere la parte del leone, anche al costo di contenere e razionalizzare le spese per l’agricoltura e i fondi di coesione, che appartengono a un’era preistorica del progetto europeo. Occorrerebbe usarlo per progetti comuni di difesa come i droni di nuova generazione, l’accesso ai materiali critici, l’industria satellitare, le reti elettriche transfrontaliere a prova di shock energetico.
Prepariamoci invece a una guerra tra poveri, intorno a pochi spiccioli. Prigionieri dei cicli elettorali, che presto vedranno al voto la Spagna e l’anno prossimo Francia, Italia, Polonia, più alcuni dei maggiori Land tedeschi, i governi dell’Unione trasfigurano l’Europa in alibi e capro espiatorio, laboratorio di esorcismi con cui si illudono di scacciare lo spettro di un’estrema destra antieuropea, non ancora vittoriosa politicamente ma già dominante culturalmente.
Nel suo ultimo libro, Surviving Chaos, il politologo Mark Leonard distingue nell’attuale scena internazionale «architetti» e «artigiani», i primi illusi di poter ricostruire un nuovo ordine globale e i secondi, come la Cina, che si adattano, improvvisano e sopravvivono al disordine che avanza. In realtà, bisognerebbe imparare da Renzo Piano, che nella sua opera sintetizza la figura dell’architetto-artigiano. Per i governi europei significherebbe prendere a prestito dal grande genovese l’arte del «rammendo urbano»: dovrebbero con coraggio e pazienza «rammendare l’Europa» senza perdere di vista l’architettura, cioè la visione del suo futuro. Se non ora, quando?