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 2026  ottobre 07 Mercoledì calendario

La destra Maga a Gerusalemme: “La sinistra odia l’Occidente”

C’è un angolo per il sovranismo e uno per la religione. Tavolini per fare networking e una sala per incontri riservati. Su tutto, uno sfondo blu e un’aria condizionata al massimo che sanno molto di America: perché in fondo questo è un pezzo di America, quello che in questo momento conta di più. A riunirsi ieri nel cuore di Gerusalemme sono stati alcuni degli ideologi più importanti del pensiero della destra iper-conservatrice che sta dietro alla Casa Bianca di Donald Trump: Kevin Roberts, a capo della Heritage Foundation che del presidente ha redatto i punti più controversi del programma (immigrazione e famiglia). Rod Dreher, contatto fra l’Amministrazione Usa e Viktor Orbán in Ungheria, e Yoram Hazony, filosofo americano-israeliano che sta dietro a molte delle idee di JD Vance. L’occasione era il primo evento fuori da Usa ed Europa di NatCon, National Conservatism, che riunisce gli ideologi della destra mondiale e quest’anno ha deciso di far tappa in Israele alla vigilia di un appuntamento elettorale che è considerato cruciale dal movimento conservatore.
A dettare il ritmo della giornata è stato Roberts: «Stiamo costruendo un movimento che risponde alla sinistra rosso-verde che minaccia i pilastri della nostra democrazia e odia la tradizione religiosa che sta alla base della nostra civiltà giudaico-cristiana – ha spiegato – e che appoggia le idee jihadiste». Grandi applausi della platea, composta in gran parte da uomini in abiti scuri e – per gli israeliani – con la kippah in testa. Roberts ha evocato un quadro che a tratti suona apocalittico: è un’era di «immigrazione incontrollata e dissoluzione dei valori» quella che stiamo vivendo. Se possiamo ancora sperare è grazie a campioni della resistenza quali Jair Bolsonaro («Grazie a Dio uscirà di prigione presto», dice Hazony), Viktor Orbán e Giorgia Meloni: tutti nomi accolti da fragorosi applausi in platea. In questa economia, il ruolo di Israele è fondamentale: «La sinistra odia Israele per le stesse ragioni per cui odia tutta la civiltà occidentale», tuona Roberts. E giù altri applausi.
Nessuno ieri ha nominato Benjamin Netanyahu, ma che questo evento sia una benedizione alle idee che il primo ministro porta avanti non c’è dubbio. Del resto «è giusto che la gente capisca prima di votare quale sono le minacce a cui si trova davanti», ci ha spiegato Simcha Rothman, architetto di quella riforma giudiziaria che nella primavera del 2023 spinse Israele sull’orlo dello scontro interno. Se ci fosse dubbio sulla direzione che il Paese prenderà se sarà confermato l’attuale esecutivo, a toglierlo ci ha pensato ieri l’ospite d’onore della giornata, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, teorico della presa di possesso delle intere “Giudea e Samaria” (la Cisgiordania, ndr) e della cacciata della popolazione palestinese da Gaza. Anche in questo caso, l’intervento è stato accolto da applausi a scena aperta.
I lavori andranno avanti per due giorni: famiglia, sovranismo, difesa dei confini, antisemitismo, collasso delle società multietniche fra i temi. Ad ascoltare e a “creare reti” ci sono anche i rappresentanti dell’associazione Gioberti, che qualche mese fa portò in Italia – respinto con perdite dagli ambienti vaticani che aveva corteggiato – Peter Thiel, il “cuore di tenebra della Silicon Valley”, fondatore di Palantir, azienda di raccolta dati e sistemi di riconoscimento facciale che sta facendo di Gaza il suo terreno di sperimentazione. Cose da brividi, anche senza l’aria condizionata.