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 2026  ottobre 07 Mercoledì calendario

Le promesse e le ecoballe

«E bruciano, bruciano, bruciano! Ce li respireremo tutti i veleni dei milioni di ecoballe! Finiremo tutti al camposanto per quelle maledette immondizie tossiche di Taverna del Re». Don Maurizio Patriciello e i parrocchiani di Caivano non ne possono più dei roghi, tre nell’ultimo mese («quasi certamente dolosi»), in quell’area del vicino comune di Giugliano che fu descritta da Goethe e Dickens come una terra generosa di frutti e ortaggi e trasformata poi in pochi anni dai camorristi in una spianata dieci volte più grande del Vaticano coperta di spropositate cataste di ecoballe fino a sembrare una distesa di enormi bare incellofanate e fetide.
E rogo dopo rogo sale la collera al ricordo di quella foto dell’11 giugno 2016 della visita all’osceno sito di stoccaggio dell’allora presidente regionale Vincenzo De Luca e l’allora premier Matteo Renzi e del tweet di accompagnamento: «Via le ecoballe dalla Terra dei Fuochi. Via la camorra da gestione rifiuti. Finalmente si fa sul serio #lavoltabuona». Un impegno che ribadiva quello preso da De Luca il 30 maggio, data della rimozione della prima ecoballa («Siamo davanti un evento storico») col sigillo trionfante della promessa renziana: «Siamo fiduciosi che entro l’anno i milioni di ecoballe stoccati nella Terra dei Fuochi saranno definitivamente smaltiti». Sì, ciao.
Da allora, mentre qualche foto di camion in uscita da Taverna del Re rassicurava di tanto in tanto i casertani angosciati da quell’ammasso di ecoballe, sono passati dieci anni, due governatori campani e sei governi (di cui l’ultimo orgogliosamente assai stabile) senza che il più grave e asfissiante dei problemi della Terra dei fuochi, compresi gli incessanti incendi notturni di scarti di lavorazione di plastica e pellame di tante aziende più o meno clandestine, sia stato risolto. Come se il meritorio messaggio securitario sul fronte della lotta alla camorra, allo spaccio, al degrado di Parco Verde, alle occupazioni abusive, alla demolizione vandalica degli impianti sportivi (cose importantissime, sia chiaro) fosse sufficiente a dimostrare l’impegno sul territorio dello Stato senza un grande sforzo parallelo di risanamento ambientale.
Risultato: dopo aver lanciato per primo, tanti anni fa, il suo disperato allarme sui morti di cancro tra i parrocchiani, don Maurizio è ancora lì che si sgola urlando del deserto...