Corriere della Sera, 7 ottobre 2026
Alberto Cairo parla di sé e del presente in Afghanistan
«Grazie al cielo, ci sono almeno le madrasse…».
Sta scherzando?
«No, è così. In questo contesto, con le bambine che possono studiare solo fino alla sesta elementare, le scuole coraniche femminili restano paradossalmente l’unico percorso che le donne possono seguire per imparare con l’arabo un po’ di matematica o inglese... Sono scuole private. I genitori pagano perché le figlie entrino. E la religione pesa tantissimo. Restano però l’unico luogo dove insegnano anche altre materie».
Alberto Cairo, candidato anni fa al Nobel per la pace, cuneese di nascita, afghano d’adozione («Fatti i conti dal 1990 ho passato lì metà della mia vita»), laurea in Legge mai esercitata e fisioterapista per dedizione agli altri, non è tornato a Milano solo per ricevere idealmente quel Premiolino assegnatogli nel 2021 per i preziosi racconti di vita raccolti in Mosaico afghano e mai ritirato perché bloccato a Kabul dalla presa del potere dei talebani. Ma anche per chiedere aiuti a nome di Nove Caring Humans, l’Ong italiana collegata alla Croce Rossa che si occupa appunto di mille cose di cui hanno estremo bisogno le donne che, dopo vent’anni di contraddittorie illusioni, sono finite sotto il tallone del medioevo talebano.
Medioevo digitale, par di capire...
«Sì, il rapporto con le tecnologie, il cellulare, il Pc è una contraddizione vistosa. I talebani sanno di non poterne fare a meno. Se ti fai un passaporto o un visto devi usare il cellulare e il computer. La rete, certo, è lentissima. Ma gli annunci son fatti anche via WhatsApp o Facebook. Non sono espressamente vietati. Il controllo però è ferreo. Alcuni siti, ovvio, sono oscurati. Se scrivi la parola “gay” ti pianti».
I selfie?
«Ogni tanto il regime ricorda che nessun giornale può contenere foto di esseri animati. Non solo di uomini o donne. Anche di gattini, cagnolini... Nella realtà, però, i controlli non sono così stretti, le foto escono. Risultato: i giri di vite sono spesso surreali. Come la foto di un meeting con ministri e ospiti stranieri: una sala con le sedie vuote. Loro stessi si rendono conto che non puoi bloccare tutte le foto. Come fai?»
Internet è pieno di foto di donne col burqa e il cellulare.
«Hanno cercato di proibirlo, ma non ci sono riusciti e han lasciato perdere. Tempo fa c’è stata una fiera informatica aperta solo agli uomini. Pareva una colonia gay, una cosa strana, buffa...».
Le donne hanno tutte il burqa o qualcuna rischia?
«Non ne vedi una che mostri i capelli. Non una. Però alcune vanno a volto scoperto. Magari mettono la mascherina, quella del Covid. Si vedono solo gli occhi».
E in quegli occhi, lei che vive lì da decenni cosa vede?
«Il Paese è pieno di anime depresse. Per molte che hanno sempre portato il burqa non è cambiato niente. Ma per una grande fetta della popolazione, soprattutto nelle città, ragazze che fino a cinque anni fa andavano a scuola, avevano sogni, coltivavano ambizioni, è una sofferenza indicibile... Pensi a quante avevano studiato e ora non possono lavorare…».
Sognano la fuga?
«Si sentono in trappola. Il World Population Prospects 2024 dice che il 72% degli afghani ha meno di trent’anni. Significa che tra le donne molte, dopo il programma Back to School del 2002, hanno potuto studiare. Si metta al posto loro, riportate all’isolamento. Chi non sognerebbe di fuggire? C’è un potenziale lavorativo immenso senza futuro. Una disoccupazione terribile. Una infelicità estrema».
Suicidi?
«I dati, ovvio, non li sa nessuno. Certo le donne depresse, di cui cerchiamo di prenderci cura, sono tantissime».
Condanne a morte?
«Ce ne sono state. Ma non se ne parla molto. Come si parla poco di condanne all’amputazione delle mani...».
Sarebbe questa la pax afghana?
«Forse preferiscono mettere la gente in prigione. Certo vediamo meno amputazioni. Io stesso, con Nove Caring Humans mi occupo oggi soprattutto del reinserimento sociale delle persone. E dopo quarant’anni di guerra è forse ancora più difficile che curare un’amputazione».
Le donne che lavoravano negli ospedali?
«Female doctor e infermiere continuano a lavorare, con limitazioni. Di qua gli uomini, di là le donne, ovvio. Il dramma è che non si possono formare nuove leve. Ogni ostetrica che muore o se ne va non è sostituita né lo sarà mai. Un blocco totale e insensato. E non vale solo per le ostetriche. Vale per le docenti universitarie, le professoresse delle medie, le maestre... Per tutte le professioni. Tutte».
Figuriamoci le scuole di musica...
«In tutto l’Afghanistan si possono ascoltare solo Happy Birthday to You e Per Elisa di Beethoven».
Cioè?
«I due tormentoni jingle dei gelatai ambulanti. Il resto è proibito».
Tutto come previsto, dopo il ritorno dei talebani.
«L’agosto del ‘21 fu drammatico. Nessuno pensava che l’Afghanistan capitolasse così rapidamente. Poche settimane e crollò tutto. Vedevi il terrore della gente, che in parte ricordava la durezza del precedente regime talebano e in parte si chiedeva: come si comporteranno stavolta? Si scateneranno contro tutti i sostenitori del regime precedente?»
Vista da lì: colpa di Trump o Biden?
«Sbagliarono tutti e due. Trump perché concordò di andarsene trattando solo coi talebani, Biden perché, una volta subentrato, avrebbe potuto gestire il ritiro in modo diverso. Certo fecero un disastro. E fu il panico. Tutti volevano solo andarsene. Le scene all’aeroporto restano indelebili. Le donne piangevano: “Che sarà di noi? Perderemo tutto”. Avevano ragione: hanno perso tutto. Sono state cancellate».
L’Occidente le ha tradite, tutti noi le abbiamo tradite.
«È così. Ricordo come vedevano noi occidentali quando, dopo un paio di anni in Sudan, arrivai a Kabul per un progetto della Croce Rossa. Credevano che gli europei fossero quasi perfetti, innocenti e puri. Un tizio mi chiese: “In Italia avete i ladri?”. Erano basiti. Non ci volevano credere. C’era, anche per il nostro lavoro di assistenza, una grandissima fiducia».
Lei arrivò dopo gli hippies...
«No, i Figli dei Fiori erano già un ricordo degli anni ‘70. Io arrivai che erano già passati i russi. Gli afghani sono molto riservati ma se conquistavi la loro fiducia ti davano il cuore».
Il primo impatto?
«Fisioterapista nell’ospedale della Croce Rossa a Kabul. Mi portarono in una corsia con una settantina di letti. Erano tutti giovani, quasi tutti senza una o due gambe, vittime delle mine. “Oddio, cosa faccio adesso? Se svengo qua, già il primo giorno, che figura faccio?” Ho detto alla persona che mi accompagnava: meglio se andiamo da un’altra parte. “Andiamo nella corsia dei bambini”. Lì praticamente sono svenuto davvero... Veder soffrire i bambini...».
Mine anche italiane...
«L’ho scoperto qualche tempo dopo... C’era la Valsella».
Anche dietro i «pappagalli» e le «farfalle» che attiravano i bambini?
«Le farfalle non credo. Ma erano italiane quelle piccole mine antiuomo, che a calpestarle… Tanti bambini morivano, molti venivano accecati o mutilati. Mi veniva da urlare: perché?»
Fu lì che incontrò il nostro Ettore Mo?
«Era piccolo piccolo, ma indomabile. Ti fissava e faceva domande che andavano sempre diritto. Al punto».
Tiziano Terzani?
«Arrivò tutto vestito di bianco. Era coreografico e scettico: “Credi che la democrazia occidentale sia la soluzione?”. Ero così emozionato di trovarmi davanti a lui che lo guardai con gli occhi sbarrati. Aveva ragione. Non c’è stato un solo momento in cui la democrazia, come la intendiamo noi, fosse accettata da tutti o almeno dalla maggioranza. Mai».
Le donne ci sperarono...
«Nelle città sì, nelle campagne mai. Mai è stato messo in discussione che potessero scegliere. Mai».
Conobbe anche la nostra Maria Grazia Cutuli?
«L’anno prima che proprio in Afghanistan fosse uccisa. Era una ragazza che voleva capire. Che andava a fondo. La sua morte è una ferita che mi è rimasta dentro».
Il momento più difficile?
«Non so…».
Lo scontro con un talebano sulla Croce Rossa?
«Quello è difficile da dimenticare. Era cocciuto: vedeva nella Croce Rossa sul fianco dell’ambulanza il marchio dei crociati contro l’Islam. Non c’era verso di spiegargli che era come il simbolo della Mezzaluna Rossa adottato da un secolo ovunque. Mi aiutò la foto di un cane guida per ciechi: “Vedi? Se usiamo il simbolo perfino sui cani che per voi sono esseri immondi!”»
È dura, coi fanatici...
«Eppure gli afghani aperti, curiosi, dialoganti sono più di quanti si immagini. E si lagnano per primi di tante convenzioni. I matrimoni con 800 invitati! I debiti contratti per vent’anni! Sospirano: “È la tradizione...” Sì, la strada è ancora lunga lunga…».