Corriere della Sera, 7 ottobre 2026
La distruzione di Gaza
Venti volte le rovine di tutte le guerre degli ultimi diciotto anni. Tutte le ultime guerre combattute in questi 361 chilometri quadrati. La devastazione portata su Gaza sta in un numero che le Nazioni Unite cercano di rendere più comprensibile nella sua enormità attraverso i paragoni con le battaglie passate: la distesa di macerie che copre il corridoio di sabbia stretto tra Israele, l’Egitto e il Mediterraneo pesa 61 milioni di tonnellate, solo per rimuoverle ci vorrà un decennio. Nessuno azzarda stime sul tempo necessario a riportare il territorio alla vivibilità. Vita che era un arrangiarsi anche prima dell’offensiva ordinata da Benjamin Netanyahu in rappresaglia agli eccidi commessi nei villaggi israeliani dai terroristi di Hamas il 7 ottobre del 2023.
La coalizione di estrema destra guidata dal primo ministro più longevo nella Storia del Paese ha ordinato alle truppe di rimanere nelle aree occupate che circondano la Striscia e ne prendono il 70 per cento. In quel che resta – ammassati verso il mare, schiacciati dalle squadracce fondamentaliste tornate a spadroneggiare – sopravvivono due milioni di palestinesi. Quasi 75 mila sono stati ammazzati durante il conflitto, di questi 1.500 da quando, un anno fa, è entrato in vigore il cessate il fuoco. Il quotidiano Guardian aveva rivelato nell’agosto del 2025 che lo stesso esercito israeliano stimava allora che l’83 per cento delle vittime fosse civile.
Chi non resiste nei campi di tende issate con i rottami prende su le povere cose e si prende il rischio di abitare nei palazzi pericolanti, oltre l’80 per cento degli edifici risulta danneggiato dalle bombe.
A metà settembre 21 persone – oltre la metà bambini – sono morte nel sonno perché quella che chiamavano casa si è accartocciata su di loro. «Mi son detta: noi siamo i prossimi», commenta Olfat Mohammed, che quattro mesi fa ha scelto di tornare nel cubo mal intonacato dove risiedeva prima della guerra. O in quel che ne rimane: dei tre piani, si può stare solo in quello al suolo. Un gruppo di ingegneri l’ha avvertita che la struttura è instabile e potrebbe richiudersi su di lei e i due figli gemelli di 17 anni come una lapide di cemento. Olfat ha già dovuto rifugiarsi e poi scappare di nuovo da almeno cinque posti diversi. L’ansia cresce assieme al buio della notte: «Non dormo e penso a quel che abbiamo sopra la testa».
Le notti tra le tende appiccicate l’una all’altra possono essere peggio. Kamla ha raccontato di essersene andata con la famiglia per la paura dei topi, i roditori – lanciano l’allarme le Nazioni Unite – infestano le discariche, sparse ovunque, mordono soprattutto i più piccoli e diffondono infezioni. Kamla e il marito sono riusciti a ripulire dai ruderi una stanza della loro casa e lì preferiscono stare. Ashraf sperava di tornare nel palazzotto ingranditosi man mano che diventava nonno: ormai è rimasto inglobato nelle zone controllate dall’esercito e in ogni caso tutti avrebbero dovuto salire lungo una scala a pioli per raggiungere gli unici piani dov’era possibile muoversi, stanze con vista costante sulla disperazione, una facciata è andata completamente in frantumi.
Gli emissari di Donald Trump hanno annunciato di aver raccolto 2,5 miliardi di dollari per la riabilitazione di Gaza: il presidente vagheggia ancora di trasformare il corridoio di sabbia in una «Riviera» sul Mediterraneo. Anche senza voler realizzare i suoi progetti megalomani, gli esperti calcolano che per la ricostruzione della Striscia servano almeno 80 miliardi. Al leader americano e al suo Consiglio della Pace ne mancano 77 e mezzo.