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 2026  ottobre 07 Mercoledì calendario

I tempi del voto agitano il centrodestra

Non succede. Ma se succede... Lunedì, il capo dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, aveva rotto il tabù. Aveva parlato, in via ipotetica, di alcune delle ragioni per anticipare il voto a maggio, in concomitanza con le grandi amministrative di primavera.
Considerazioni che prescindono dal voto finale (segreto) sulla nuova legge elettorale. Ma di elezioni anticipate c’è chi, da sempre, neanche vuol sentir parlare: Forza Italia e Lega. Entrambi convinti, a torto o a ragione, che «il generale in autunno si sgonfierà». E così, ieri i due partiti lo hanno ribadito: «Noi siamo favorevoli ad arrivare alla fine della legislatura», ha detto il vicepremier Antonio Tajani. Lo stesso vale per il leader di Noi moderati Maurizio Lupi: «Pensiamo che la stabilità sia un valore sociale e anche economico». Dalla Lega il salviniano doc Eugenio Zoffili scandisce: «Intendiamo lavorare fino all’ultimo giorno del mandato che ci è stato affidato dagli italiani».
A scanso di tensioni alla vigilia del voto sullo Stabilicum, da FdI è intervenuto Giovanni Donzelli con l’acqua fredda: «Non abbiamo mai scelto cosa conviene a noi, abbiamo sempre scelto cosa conviene agli italiani». E «il dibattito sul voto anticipato è stato travisato e forzato: la legislatura arriverà alla fine, voteremo a novembre». Insomma: forse qualche convenienza all’anticipo del voto, nel partito della premier, ci sarebbe. La futurista Laura Ravetto gira il coltello nella piaga: «Stupirebbe un governo che non si assuma le sue responsabilità fino alla fine. Hanno paura di fare la Finanziaria?».
Per definizione, le opposizioni si augurano che il governo si tolga di mezzo il prima possibile. Parte del centrodestra ritiene che il voto anticipato metterebbe in difficoltà il Campo largo alle prese con le questioni di leadership. E dal Pd Nico Stumpo profetizza netto: «Meloni andrà al voto l’11 aprile, prima delle amministrative». E dopo il maturare delle pensioni degli eletti del 2022. Certo, la data del voto è questione «nelle mani del presidente Mattarella» ribadisce il leghista Edoardo Rixi. Ma è inutile negarlo: per il centrodestra molto ruota intorno a Futuro nazionale. Per Edoardo Ziello, il capo dell’organizzazione, «siamo già noi a dettare l’agenda. Lo abbiamo fatto con le preferenze, nel testo originario della legge elettorale non c’erano». E la data? «Non è un problema, le nostre legioni sono pronte. Abbiamo la struttura, le elezioni a Reggio Calabria sono state il test della macchina. Che ha funzionato».
Sulla base delle proiezioni di oggi, se FnV non facesse parte del centrodestra, a vincere sarebbe il Campo largo. Addio premio di maggioranza, addio alla lista di coalizione che, con la nuova legge, dovrebbe «risarcire» i partiti più piccoli per la rinuncia ai collegi uninominali. Per questo un meloniano sostiene che i leghisti «sarebbero i primi a chiedere di fare entrare Vannacci in alleanza». Secondo diversi futuristi, lo stesso generale sarebbe convinto che Meloni dovrà, presto o tardi, chiedergli di entrare in alleanza. Spiega uno di loro: «Non possono regalare il Paese alle sinistre. Perché non durerebbero poco: tre anni. Fino all’elezione del nuovo capo dello Stato».
Ma se Meloni si confronterà con Vannacci, di certo non sarà oggi. Si racconta che nei giorni scorsi l’ipotesi sia stata riproposta alla premier: «Con Vannacci dovremmo almeno cominciare a guardarci in faccia». Ma lei non ha preso l’idea in considerazione.