Corriere della Sera, 7 ottobre 2026
I timori di FdI e alleati per l’ostacolo della Consulta
«Il timore c’è». Lo dicono sottovoce un po’ tutti, dentro Fratelli d’Italia: dal capogruppo Galeazzo Bignami al vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, passando per Francesco Filini, responsabile del programma di Via della Scrofa. L’idea che la Corte costituzionale possa «smontare alcuni pezzi» della nuova legge elettorale attraversa i partiti della maggioranza e il governo. Difesa preventiva? Fatalismo? Oppure è un modo per esorcizzare l’ultimo scoglio del futuro Stabilicum, che finora sembra veleggiare senza intoppi?
La chiacchiera è diffusa in Transatlantico. E forse è anche qualcosina di più di un semplice «si dice» alla buvette. Tanto che il possibile scenario è finito perfino nei radar del ministero della Giustizia. Da Via Arenula non escludono che «possano spuntare rilievi di incostituzionalità». Lo mettono in conto. A domanda secca, il ministro Carlo Nordio taglia corto: «No comment». E si rimette poi a parlottare, in cortile, su una panchina con Ettore Rosato (Azione). Di cosa? «Di Winston Churchill».
Insomma, in una giornata senza brividi, con la doppia fiducia che fila via liscia, il centrodestra pensa già al dopo. All’ultimo e vero ostacolo da superare. Meglio ancora: ai possibili «franchi tiratori», così li chiamano, che abitano di rimpetto al Quirinale. Quindici giudici: cinque nominati dal Colle, cinque dal Parlamento in seduta comune (tra loro anche Francesco Saverio Marini, già consigliere giuridico della premier) e cinque provenienti dalle supreme magistrature. «Non so se il centrodestra sia maggioranza dentro la Consulta, ma parliamo comunque di grandi professionisti a fine carriera che saranno animati solo dal rispetto della Costituzione», dice Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia, attento a evitare scontri preventivi.
Attenzione: se si cambia punto di osservazione, a tifare per un intervento della Corte c’è tutta l’opposizione. A partire dal Pd, tendenza Elly Schlein. L’auspicio della segretaria, per esempio, è che non passi l’indicazione sulla lista del candidato premier: un tratto di penna che porterebbe la pace nel Campo largo, in pena permanente per le primarie e dunque per chi dovrà sedere a capotavola. «In effetti sarebbe fantastico», ammettono i consiglieri di Schlein. La cinghia di trasmissione tra i giuristi che animarono la campagna del «no» al referendum sulla giustizia e il Campo largo si è rimessa in moto. La pioggia di ricorsi è pronta a bussare ai portoni dei vari tribunali della penisola già da lunedì.
Il timore del centrodestra, questo va specificato, ha però diverse gradazioni. Una cosa sarebbe l’intervento sulla raccolta delle firme (con la nuova legge ne servono seimila in ciascun collegio per i partiti non rappresentati in Parlamento). Un’altra, ben più impattante, sarebbe la bocciatura del meccanismo del capolista, quello del listone o del premio di maggioranza o se, peggio ancora, venisse puntato l’indice contro una presunta disparità di genere. «Ecco perché Meloni vuole votare il prima possibile, secondo me, proprio per evitare l’intervento della Consulta», maligna Angelo Bonelli, co-leader di Avs. «Ragazzi, tranquilli: nessun rischio dalla Consulta, si andrà alle urne fra un anno», dice e fa sapere alle truppe parlamentari Giovanni Donzelli, big di FdI, stabilizzatore degli umori dei deputati che domani si esibiranno nel temuto, ma non troppo, voto segreto finale. «Con alcuni giudici c’è stato un confronto in questi mesi, ma non si può mai sapere: questi organismi sono come l’Istat, basta una mezza virgola per far saltare tutto», spiega, preoccupato quanto compassato, il leader dell’Udc Lorenzo Cesa, di nuovo in pista dopo una brutta intossicazione rimediata al buffet dell’ultimo congresso centrista (non è stato l’unica vittima). In attesa della Corte, il brivido odierno riguarderà l’ordine del giorno che presenterà Futuro nazionale su preferenze, alternanza di genere e firme. Così Vannacci proverà a stanare FdI, per quel che vale. Anche se i pensieri ormai vanno già altrove, in piazza del Quirinale 41, Palazzo della Consulta.