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 2026  ottobre 07 Mercoledì calendario

Sì ai primi due voti di fiducia. La legge elettorale fa un altro passo

Il governo incassa i primi due voti di fiducia sulla legge elettorale con largo vantaggio: rispettivamente, 227 sì, 149 no e 3 astenuti; e 226 sì, 147 no e ancora 3 astenuti (gli altoatesini della Svp) e pochissime assenze, 8. Nessuna sorpresa, poche tensioni nonostante l’ultimo tentativo delle opposizioni di sobillare una rivolta interna appellandosi alle donne di centrodestra contro «una legge che soprannominiamo Machellum, perché machista» (il copyright è di Elena Bonetti di Azione). Ogni operazione è vigilata dai leader di centrodestra, la regia della seduta a Montecitorio resta per tutto il giorno molto attenta. Oggi è la volta del terzo e ultimo voto di fiducia e poi di 41 ordini del giorno, tutti delle opposizioni (sette di Futuro nazionale), che impegneranno a lungo i deputati. Domani il voto finale e segreto. Rassegnate a un via libera anche le stesse opposizioni: «Questa legge la spazzerà via la Consulta», dice Benedetto Della Vedova di +Europa.
Mentre l’Aula deve ancora riempirsi, le opposizioni si prendono tutto il tempo a disposizione per ribadire il loro no allo Stabilicum. Una la tesi che torna negli interventi di +Europa, Pd, M5S, Avs, Iv e Azione: «Vi siete scritti una legge per provare a vincere le elezioni anche senza consenso». Per Luana Zanella (Avs) «fate come quei bambini che si portano via il pallone». Per Vittoria Baldino (M5S) «la fiducia è la prova della vostra debolezza: non vi fidate della vostra maggioranza». Per Chiara Braga (Pd) «è uno schiaffo al Parlamento, alla Costituzione, all’Italia intera, dettato dalla paura di veder crollare le vostre forzature». Futuro nazionale, schierata tra i contrari come il resto della minoranza, vota no e, con Gianangelo Bof, ricorre alla complicata metafora di una fiaba in cui «Giorgia, Matteo e Antonio giocano al governo nel loro castello».
Ma è sulla parità di genere messa in pericolo dal sistema di capilista bloccati, senza quote minime, che il dibattito si accende. Bonetti, che da settimane cerca di tessere una relazione con le avversarie, le sollecita: «Davvero siete disposte a rimettervi alla benevola concessione di segretari che decidono se candidarci o no? Dovete dire “non ci stiamo” o sarete complici di questo scempio: la cacciata delle donne e un Parlamento di soli uomini». Dai banchi delle opposizioni l’applauso è soprattutto delle deputate. Il resto dell’emiciclo non si anima.
La maggioranza difende la riforma come «punto di equilibrio tra rappresentanza e governabilità», come dice uno degli sherpa che l’hanno scritta, Alessandro Battilocchio (FI). Respinge le rampogne dell’opposizione ricordando che anche governi a guida Pd hanno posto la fiducia sulle leggi elettorali. Rivendica il ritorno delle preferenze e anche l’innalzamento delle firme per presentare nuove liste. Riccardo Magi, al sesto giorno di digiuno per protesta, riceve un messaggino di Giorgia Meloni. «La ringrazio, ma non riscontrando aperture, vado avanti».
Oggi si torna in Aula. Domani il voto finale (e segreto). L’attenzione degli eletti è tutta sul dopo: «Cambiata la legge quando si vota?».