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 2026  ottobre 06 Martedì calendario

Netanyahu contestato dai parenti delle vittime del 7 ottobre

Ci sono le bandiere a mezz’asta, i soldati di guardia, le barriere anti-traffico. E c’è il dolore di quelli per cui nulla è più uguale: «È come se da quel giorno mi mancasse una parte di corpo: un braccio o una gamba. Ma è un figlio», dice Ruby Chen. Quel giorno è il 7 ottobre del 2023: quello in cui suo figlio Itay fu ucciso nel carro armato in cui prestava servizio militare nei pressi della base militare di Nahal Oz. Il cadavere è tornato in Israele solo un anno fa, fra gli ultimi, perché era un soldato. E questo, il signor Chen, a chi guida Israele non lo perdonerà mai. Se oggi è qui al cimitero dove Netanyahu celebra la cerimonia ufficiale, è solo perché la famiglia di un altro soldato ucciso ha deciso di ricoordare qui il proprio caro: alla sfilata con le autorità ha rifiutato di partecipare e ricorderà Itay domani, a Re’im, con la maggioranza delle famiglie delle vittime del 7 ottobre.
È un Paese spaccato, ferito, rabbioso quello che da ieri ha iniziato il ricordo del giorno più duro della sua Storia: alla cerimonia ufficiale con il premier Benjamin Netanyahu qui al cimitero del monte Herzl, a Gerusalemme, hanno partecipato poche famiglie: la maggior parte è in aperto contrasto con il governo e ha scelto di non presentarsi. Nonostante la scarsa presenza di familiari, di fronte a un discorso – quello del premier – in cui non c’è stato un solo accenno di scuse o una presa di responsabilità, è esplosa la rabbia: quella di Yaakov Godo, padre di Tom, 51 anni, ucciso dal fuoco amico dell’Idf nel kibbuzt di Kissufim: «Il sangue di mio figlio e di altre 1.200 persone è sulle tue mani», ha urlato l’uomo a Netanyahu, prima di essere invitato ad allontanarsi. Il primo ministro ha atteso che tornasse il silenzio e poi ha ripreso il discorso come nulla fosse: «Israele ha ancora delle missioni da compiere e intende portarle a termine», ha detto. «A Gaza non ci sarà alcun dominio di Hamas. Chiunque sia stato coinvolto nell’attacco contro di noi, chiunque abbia tenuto in ostaggio la nostra gente, ha i giorni contati», ha detto.
Parole che suonano disgustose a gente come Ruby Chen: «Itay è morto facendo il suo dovere, adempiendo alle sue responsabilità: ma qui di responsabilità c’è anche chi non ne ha assunta nessuna», prosegue l’uomo, che indossa una maglietta commemorativa e gira con un’auto che ha il volto del figlio sulla fiancata. Nomi non ne fa, ma il riferimento è chiaro. Buona parte delle famiglie delle vittime del 7 ottobre che sono rimaste sulla scena pubblica come i Chen, del resto, lo ha fatto per cercare giustizia, per tentare di voltare pagina. Non a caso, dei nove rappresentanti delle famiglie che corrono alle elezioni del 27 ottobre, solo due sono con le liste attualmente al governo. Il padre di Itay ha scelto di non presentarsi nonostante gli fosse stato chiesto, ma alla sua piattaforma politica non rinuncia. «Il fronte del cambiamento ci ha promesso che la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre sarà la loro priorità numero uno: possiamo solo sperarlo», conclude.
La richiesta di una inchiesta indipendente sarà quella che dominerà la giornata di domani, quando a unirsi nel ricordo, a Re’im e nei kibbutz del sud di Israele, saranno familiari e comunità, senza la politica. Ieri anche il capo di Stato maggiore dell’Idf Eyal Zamil ha parlato di un «fallimento che richiede di non essere nascosto, ma indagato, per imparare la lezione e andare avanti». Anche perché i pericoli, secondo l’establishment della sicurezza, non sono finiti: il giornale conservatore Israel Hayom riportava l’allarme lanciato dal capo dello Shin Bet, David Zini, durante una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza, secondo cui Hamas preparerebbe un nuovo attacco in coincidenza con le elezioni o subito dopo.
Se si tratti di una delle tante voci di questi giorni o di una questione reale è impossibile saperlo: ma a guardare Gaza rasa al suolo, grigia, spettrale, così come la si vede guidando lungo il confine che la separa da Israele, si fatica a immaginare che da lì possa ancora alzarsi una minaccia.