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 2026  ottobre 06 Martedì calendario

Lea Melandri, negato il vitalizio della legge Bacchelli

La carriera artistica della cantante Lara Saint Paul vale più dei decenni di impegno culturale di Lea Melandri? Le belle torte del pasticciere del vip Silvano Orlandi sono state giudicate più meritevoli rispetto ai libri, gli articoli, le rubriche e le ore spese a insegnare di Lea Melandri? Evidentemente sì, se loro, assieme a molti altri personaggi illustri del nostro Paese, sono stati valutati idonei a ricevere il vitalizio previsto dalla legge Bacchelli, ovvero l’assegno straordinario (per un massimo di 24mila euro annuali) che viene concesso a quei cittadini che si siano distinti nel mondo della cultura, dell’arte, dello spettacolo, dello sport, della scienza e del sociale ma versino in condizioni di difficoltà economica. Intendiamoci, tutte le persone che lo hanno ottenuto se lo meritavano.
Lea Melandri, 85 anni, sostenuta dal comitato che era nato ad hoc, ne aveva fatto richiesta ma la risposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata negativa.
Facciamo nostre le parole di Gianna Mazzini, una delle fondatrici dell’Istituto di ricerca Labodif, per parlarvi di Lea: «Melandri ha attraversato più di mezzo secolo di storia italiana mettendo al centro temi che per molto tempo sono stati considerati marginali: la sessualità, la maternità, la famiglia, la violenza, il rapporto tra esperienza privata e dimensione politica. È stata insegnante, saggista, giornalista, attivista, formatrice. Ha contribuito alla nascita di riviste, formato generazioni di donne attraverso la scrittura, la riflessione e la pratica politica». 
Non si potevano descrivere meglio i decenni di impegno femminista di Lea Melandri che, generosamente, oggi come ieri, continua a riflettere sul presente, a dialogare negli spazi culturali e anche sui social offrendo preziosi punti di vista.
Insegnante e militante, negli anni 70 Melandri è stata una delle protagoniste del femminismo storico italiano che ha saputo costruire un ponte con le femministe delle nuove generazioni. Ha diretto la rivista «L’Erba Voglio», ha pubblicato saggi che sono pietre miliari a partire da «Come nasce il sogno d’amore» a «Amore e violenza. Il fattore molesto della civiltà»; e ha sempre portato avanti l’impegno politico-culturale con le donne e per le donne.
Nel 2012 il Comune di Milano le ha attribuito l’Ambrogino d’oro con questa motivazione: «Tra le maggiori teoriche italiane del femminismo: ha contribuito a fare della nostra città uno dei centri internazionali del pensiero sulle donne, animando il dibattito con scritti, incontri, iniziative culturali, civili, politiche».
Certo, parliamo di un lavoro che spesso non è retribuito abbastanza se non si ha alle spalle un ruolo accademico. Ma Lea ha sempre preferito la militanza attiva alla cattedra, l’insegnamento agli adulti nei quartieri popolari di Milano alle aule universitarie.
«Molte persone mi invitano a rifare il prossimo anno la richiesta della Legge Bacchelli», ha scritto Lea sulla sua pagina Facebook. «Non lo faremo perché avrebbe lo stesso rifiuto, perché significa che dovrei essere più “indigente” di quanto lo sono ora, cioè smettere quell’attività politica, come i miei Laboratori di scrittura di esperienza, che mi danno anche un aiuto economico. In sostanza, dovrei vivere con una pensione che copre quasi per intero l’affitto, le spese per il riscaldamento e le cure per problemi dati dall’età».
Che amarezza.
Il vitalzio non è forse calcolabile e modulabile sulla base delle reali disponibilità della persona che ne fa richiesta?
Quanto conta, quanto vale davvero il lavoro delle donne?
 Forse il nodo è tutto lì. Ce lo spiega ancora Mazzini: «Il femminismo ci ha insegnato a riconoscere una delle grandi balle della nostra società: l’idea che sia lavoro solo ciò che viene pagato. Le donne hanno lavorato per secoli senza essere pagate. Hanno cresciuto, assistito, curato, sostenuto. Hanno insegnato, scritto, organizzato, militato, creato cultura. Spesso lo hanno fatto contemporaneamente a un altro lavoro, quello riconosciuto. La differenza è che quel lavoro non finiva in busta paga. E quel che non finisce in busta paga resta invisibile».
Ecco perché il caso di Melandri è importante: «Perché si può aver prodotto pensiero senza aver prodotto ricchezza. Aver cambiato la vita di molte persone senza aver accumulato patrimonio. Aver contribuito a trasformare una società senza aver costruito una carriera dentro le istituzioni. Per questo la vicenda di Lea Melandri ci riguarda tutte. Cosa una società decide di considerare lavoro? E soprattutto: chi decide quanto vale quel lavoro?»
Come ha scritto la stessa Melandri, dare a me quanto previsto dalla legge Bacchelli non significava solo darlo a una scrittrice o una artista, ma anche all’attivista di un movimento, come il femminismo, che è sopravvissuto agli anni Settanta grazie alla passione, all’impegno quasi esclusivamente volontario di tante donne».
Non vogliamo pensare che il problema sia in quella parola: «femminista».