Corriere della Sera, 6 ottobre 2026
L’hotel di Parigi che ospitò il ’900
L’Hotel Lutetia – scrive Jane Rogoyska in Hotel Exile. Vite in fuga nella Parigi all’ombra della guerra (Laterza) – è una vera e propria istituzione parigina, l’unico grand hotel della Rive gauche, quartiere bohémien della città. Fu concepito in tandem con Le Bon Marché, il primo grande magazzino di Parigi. Sin dalla sua apertura nel 1910, nota Rogoyska, il Lutetia è stato luogo di incontro per artisti, intellettuali, musicisti e politici. Qui aveva l’abitudine di pranzare André Gide. In una delle sue camere visse James Joyce. Ernest Hemingway era un frequentatore abituale del bar nel seminterrato. Qui il giovane Charles de Gaulle trascorse la sua prima notte di nozze. Anche Picasso e Matisse erano ospiti abituali dell’hotel. Uno dei pochi alberghi ad aver avuto una storia anche, se non soprattutto, politica.
Era già un hotel famoso quando giunsero a Parigi i primi esiliati dalla Germania nazista dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1933. La Francia accolse venticinquemila rifugiati, l’85 per cento dei quali ebrei. Ma, nonostante i prezzi delle camere non fossero proibitivi, nessuno di questi fuggitivi poteva permettersi di alloggiare al Lutetia. Lutetia, scrive Rogoyska, era solo un nome, un edificio «davanti al quale un esule poteva passare mentre si recava in un caffè economico». Il primo a potersi consentire di soggiornare stabilmente in quell’albergo, dopo aver trascorso un periodo di tempo all’Hôtel du Louvre, sarà Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas. Che però – come ben si evince dallo scambio epistolare tra Heinrich e Thomas Mann raccolto in La montagna del disincanto. Lettere 1900 – 1949 (Archinto) – a differenza del fratello accettò di diventare il volto pubblico di una serie di organizzazioni dell’opposizione antifascista.
Heinrich Mann – scrive Evelyn Juers in La casa dell’esilio. La vita e il tempo di Heinrich Mann e Nelly Kröger-Mann (Bompiani) – fu l’oratore ufficiale del primo Congresso per la difesa della cultura che si tenne nel giugno del 1935 al cospetto di duecento scrittori provenienti da ben trentasette Paesi (tra loro: Barbusse, Malraux, Aragon, Erenburg, Huxley, Feuchtwanger, Brecht, Forster, Pasternak, Benjamin, Gide), tutti fotografati da Gisèle Freund, che ne parla ne Il mondo e il mio obiettivo (Abscondita) e Fred Stein, unitisi al gruppo. Geniale inventore dell’iniziativa fu il comunista Willi Münzenberg. Che però non voleva dare un carattere «di partito» alla manifestazione. E quando tutti alla fine intonarono L’internazionale capì all’istante che qualcosa era andato storto. Aldous Huxley tornò a casa disgustato da quell’ostentazione di fede comunista. «Speravo ci sarebbero state discussioni serie», affermò, e invece si era trattato, ai suoi occhi, di uno di quegli incontri pubblici «organizzati dagli scrittori comunisti francesi per autocelebrarsi e dai russi a fini di propaganda politica».
Ma Münzenberg – del cui ruolo parla con osservazioni acute Arthur Koestler in La scrittura invisibile (il Mulino) – ebbe un’altra idea formidabile. Formò un nuovo comitato, affittò un salone dell’Hotel Lutetia e convocò una nuova manifestazione. La notizia che ci sarebbe stato del cibo, osserva maliziosamente Rogoyska, «sarà infallibile garanzia di una partecipazione entusiasta da parte di un gruppo di esuli che quasi non ci vedono più dalla fame». Heinrich Mann venne nominato presidente e il Comitato Lutetia vivrà tra il 1935 e il 1938 una lunga stagione di entusiasmo e di successo. A dispetto degli eventi non proprio entusiasmanti, in molti avranno la sensazione di prender parte a una pagina gloriosa della vita politica (e dell’albergo che diede il nome a quei consessi di intellettuali). Di questa atmosfera di speranza troviamo traccia nel libro di Walter Benjamin Lettere 1913-1940 (Einaudi).
Anche se l’inventore di quel comitato non riceverà poi alcun premio da parte del proprio partito. Anzi. Vale il racconto di Martino Cervo in Willi Münzenberg, il megafono di Stalin. Vita del capo della propaganda comunista in Occidente (Cantagalli). L’inventore di quella che i nazisti già chiamavano «la banda del Lutetia», nel 1936, accoglierà un invito a Mosca di un compagno di partito (assai geloso di lui) Walter Ulbricht. Tornerà, però, immediatamente a Parigi nel più che giustificato timore di essere travolto dalle purghe staliniane. Nel 1938 sarà espulso dal Partito comunista, ma resterà attivo nella lotta antifascista. Nel 1940, quando fuggirà da Parigi per sottrarsi ai nazisti entrati nella capitale francese, dopo una serie di peripezie verrà ritrovato impiccato a un albero nei pressi di Grenoble. Secondo la compagna, Babette Gross (sorella più anziana di Margarete Buber-Neumann, eroina della lotta contro il nazismo e contro il comunismo), Münzenberg fu ucciso dall’Nkvd su ordine di Stalin. Ma, ancorché l’accusa fosse assai verosimile, non esiste una documentazione che la provi.
Torniamo al ’38. L’aria è cambiata. Lion Feuchtwanger, autore de Il diavolo in Francia (Einaudi), racconta che viene invitato a colazione da Heinrich Mann e il giorno successivo scrive che lo scrittore tedesco gli è parso «estremamente agitato». Dopo un’altra («noiosa») cena con Mann, Münzenberg e Babette Gross, Feuchtwanger si convince, scrive Rogoyska, «che non c’è più la possibilità di fare un discorso politico serio e trova una scusa per non partecipare più agli incontri». Nel ’39 la Guerra di Spagna è persa dagli antifascisti e si avvicina il secondo conflitto mondiale. Nell’estate di quell’anno qualcuno ostenta ottimismo. Ci raccontavamo che «non ci sarebbe stata una guerra», ricorda Arthur Koestler in Schiuma della terra (il Mulino). Si trattava soltanto «di ripetersi questa frase abbastanza spesso fino a quando non si fosse stanchi di sentirsela ripetere». E tuttavia, proseguiva Koestler, «noi sapevamo che quella era la nostra ultima estate per molto, forse per sempre».
A fine primavera del 1940 i nazisti entrano a Parigi. E stabiliscono i loro quartier generali negli edifici più prestigiosi. L’Hotel Lutetia è un po’ fuori mano rispetto all’epicentro del potere nazista parigino. Ciò, forse, spiega perché il Lutetia sia stato requisito dall’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco, un’organizzazione «che operava con fatica ai margini del regime nazista». A capo di essa c’era un uomo complesso e controverso che parlava correntemente il francese ed era un fine intenditore di cuisine. Stiamo parlando dell’ammiraglio Wilhelm Canaris, odiato da Himmler e inseparabile dai suoi due bassotti. Canaris affida il comando al colonnello Friedrich Rudolph che creerà una stazione operativa rendendo l’edificio inaccessibile al pubblico. Il personale resterà al servizio dei nuovi occupanti. Il colonnello Rudolph mangerà quasi sempre in compagnia della sua segretaria. Fräulein Juhl, che è anche la sua amante, ma ufficialmente dorme altrove (ragion per cui non lascia traccia nei registri ufficiali dell’albergo ed è per questo che non se ne conosce con precisione l’identità).
Il maître, nonché custode delle cantine, Marcel Weber, decide che le migliori bottiglie «non cadranno mai nelle mani di quei barbari». Così, con l’aiuto di alcuni membri del personale, sposta i migliori vini e champagne in un angolo che verrà murato. Non tutto però va per il verso giusto. Una sera in albergo lo chef sta servendo per cena i carciofi. Un membro dello staff dell’Abwehr «non sa come mangiare correttamente il complicato ortaggio, che gli va di traverso». Rischia di soffocare. Furiosi i colleghi convocano lo chef al loro tavolo e lo accusano con veemenza di sabotaggio. L’intero Lutetia trema. A quel punto, però, un altro ufficiale, un tipo sofisticato che conosce bene la cucina francese, interviene e spiega ai presenti che non c’era alcuna cattiva intenzione. L’uomo ha semplicemente mangiato la parte sbagliata del carciofo. Questo suo intervento salva lo chef dall’arresto. Ma non serve a placare il senso di orgoglio ferito dell’ufficiale inesperto.
Un giorno il personale del Lutetia vede imballare una grande quantità di valigie, scatole e bottiglie. Vengono imbarcate su un aereo che le avrebbe portate a Berlino per Canaris: foie gras, buon vino e tutto il resto. L’ammiraglio inoltre viveva gran parte del suo tempo libero in Spagna e qualche volta, di ritorno nella capitale tedesca, si fermava all’hotel parigino. La sua ultima visita al Lutetia, assieme al viceammiraglio Leopold Bürkner capo della sezione affari esteri dell’Abwehr, è del dicembre 1943. Viene organizzata una cena nella stanza 109. Il clima non è più quello del 1940. A Berlino si soffre la fame. Un ufficiale racconta la «storiella dei due leoni» che circola nella capitale tedesca: «Due leoni scappano dallo zoo e si separano in cerca di cibo. Qualche tempo dopo si incontrano di nuovo. Uno è magrissimo, l’altro è ben pasciuto. Quello scheletrico chiede all’altro come ha fatto. Risposta: ho catturato un paio di ammiragli giù a Tirpitzufer». Nella stanza cala un «silenzio gelido». Tutti capiscono che qualcosa non torna. La storiella è una sfacciata accusa contro uno dei commensali. Nel ’44 l’ammiraglio Canaris viene coinvolto nella congiura di Claus von Stauffenberg per uccidere il Führer – l’episodio è raccontato in dettaglio nel libro di Richard Bassett, La spia delle spie. Wilhelm Canaris e il complotto per assassinare Hitler (Giunti) – e mandato a morte. Morte eseguita per impiccagione nel campo di Flossenbürg il 9 aprile 1945. Meno di un mese prima della fine della guerra.
A Parigi liberata (agosto 1944) il Lutetia viene consegnato nelle mani di tre donne: Marcelle Bidault (sorella del ministro degli Esteri), Denise Mantoux e Sabine Zlatin. Sarà, per una stagione non breve, un centro di rimpatrio dei deportati. Ne arrivano una media di tre, quattrocento al giorno. Una quantità di esseri scheletrici, assistiti da scout, prende il posto dei pingui tedeschi (che però dopo lo sbarco degli alleati in Normandia davano segni d’angoscia ed erano notevolmente dimagriti). Le foto dei nuovi «clienti» – a gruppi di otto, dieci in ogni stanza – sono davvero impressionanti. Poi arrivano anche i bambini orfani dei genitori che si spaventano alla vista della «divisa» degli scout, tant’è che questi ultimi sono costretti a cambiarsi e a vestire con abiti normali. Attorno all’albergo si raduna una folla che cerca notizie dei propri parenti dispersi.
Devono passare molti mesi prima che il Lutetia riprenda ad essere qualcosa di simile a quello di un tempo. Il richiamo più forte viene dalle esibizioni di Juliette Gréco, che aveva fatto parte della moltitudine di cui si è appena detto in cerca di dispersi. Aspettava il ritorno di sua madre e di sua sorella e alla fine le tre si erano ritrovate. Per gratitudine la più celebre cantante francese del dopoguerra cominciò ad esibirsi al Lutetia. Che però faticava a tornare ad essere quello di un tempo. La stagione in cui aveva dato ospitalità ai deportati tornati in Francia non valeva come un riscatto.
Nel 1955 (per una cifra irrisoria) Pierre Taittinger, fondatore del noto marchio di champagne, acquista il Lutetia. Vorrebbe trasformarlo nuovamente in un hotel di grande lusso, grande prestigio e grande richiamo. Ma Taittinger aveva l’onta d’essere stato presidente del Consiglio comunale di Parigi tra il maggio del ’43 e l’agosto del ’44, cioè l’ultimo anno in cui la città era stata nelle mani dei nazisti. Vantava di aver collaborato di nascosto con la Resistenza. Ma tutti ricordavano come fosse stato oltremodo ospitale con gli ufficiali hitleriani offrendo loro champagne a fiumi. Tant’è che dopo la fine della guerra era stato internato nel campo per collaborazionisti di Drancy. Poi gli alleati lo avevano rilasciato riconoscendogli di non essersi macchiato di alcun reato. Ma non godeva di buona fama: nessuna personalità del secondo dopoguerra e nessun artista volle aver a che fare con il «suo» Lutetia. I fasti di un tempo non tornarono più. E nel 2014 l’hotel chiuse per «lavori di ristrutturazione». Riaprì poi nel 2018 come albergo di lusso con camere a prezzi esorbitanti accessibili solo all’«élite mondiale». Un’élite del tutto priva dello charme di quella che l’aveva preceduta negli anni Venti e Trenta.
Possibile che quell’edificio non dicesse più niente a nessuno? Alcuni, scrive Rogoyska, credono che esista per davvero una sorta di «residuo emotivo», ovvero che il ricordo delle azioni e dei sentimenti umani venga in qualche modo «assorbito o trattenuto nelle pareti di un edificio». La verità è ovviamente che «le pareti di un edificio non raccontano alcuna storia». Sono «le parole e i ricordi di coloro che – per un breve lasso di tempo – hanno occupato questi spazi a creare nella nostra immaginazione un mondo ricco di significati». E, per sua fortuna, l’hotel Lutetia di queste parole e ricordi ne ha più di ogni altro edificio parigino. Ciò che ne fa o, prevediamo, tra qualche anno ne farà quasi un monumento.