Corriere della Sera, 6 ottobre 2026
L’Istat: pressione fiscale al 43,5%
L’economia avanza e i conti pubblici migliorano, ma nei bilanci delle famiglie il margine si restringe. È il doppio volto dell’Italia fotografato dall’Istat nel secondo trimestre del 2026: la pressione fiscale sale al 43,5% del Pil, mezzo punto percentuale sopra il livello di un anno prima, mentre il prodotto interno lordo cresce dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno e dell’1% su base annua, confermando le stime di settembre. Il prelievo aumenta anche nell’intero semestre: raggiunge il 40,2% del Pil, contro il 39,8% dello stesso periodo del 2025.
Ma alla crescita dell’economia non corrisponde, nel trimestre, un miglioramento del potere d’acquisto delle famiglie. Se il reddito disponibile aumenta dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, contemporaneamente cresce dell’1,7% la spesa per consumi. Le uscite, dunque, avanzano più delle entrate e lasciano meno spazio al risparmio: la quota di reddito risparmiata scende al 6,7%, perdendo 1,2 punti percentuali in soli tre mesi.
A comprimere il bilancio familiare contribuisce l’aumento dei prezzi: il deflatore dei consumi, l’indicatore utilizzato per calcolare il potere d’acquisto, sale dell’1,4%. Il risultato è una perdita dello 0,9% in termini reali: le famiglie dispongono di più euro, ma possono comprare meno beni e servizi. Ma attenzione: la riduzione della quota risparmiata non significa necessariamente che si stia attingendo al denaro accumulato: segnala che delle entrate correnti resta meno da mettere da parte.
A sostenere l’economia sono i servizi, il cui valore aggiunto cresce dello 0,4% rispetto al trimestre precedente. Più faticoso il passo dell’industria, che perde lo 0,6%, mentre agricoltura, silvicoltura e pesca arretrano dello 0,1%. Consumi finali nazionali e investimenti fissi lordi aumentano entrambi dello 0,2% in volume.
Il dato è depurato dall’effetto dei prezzi e comprende anche i consumi pubblici; il +1,7% citato per le famiglie misura invece la spesa in euro, che aumenta anche per effetto dei rincari.
La spinta arriva dalla domanda interna. Al netto delle scorte, il suo contributo alla crescita del Pil è di 0,2 punti percentuali, interamente riconducibili ai consumi delle famiglie e delle organizzazioni non profit al loro servizio. Le scorte aggiungono un decimo di punto, compensando il contributo negativo degli scambi con l’estero: le importazioni aumentano dell’1,5%, le esportazioni dell’1%. Resta allo 0,8% la crescita acquisita per il 2026, quella che si avrebbe se il Pil rimanesse al livello del secondo trimestre per il resto dell’anno.
Dai conti pubblici arriva l’altro segnale positivo. Il deficit del trimestre scende al 2% del Pil, dal 2,1% di un anno prima; nell’intero semestre migliora dal 5,7% al 5,4%. Anche il saldo primario, che esclude la spesa per interessi, guadagna terreno: nel trimestre è positivo per il 3% del Pil, contro il 2,2% dello stesso periodo dello scorso anno.