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 2026  ottobre 06 Martedì calendario

Alex Baudo ricorda il padre, Pippo

Alessandro Baudo, in una sera d’estate del 1993 la sua vita cambiò per sempre.
«Sì, perché nel giro di qualche istante scoprii che mio padre Tullio non era mio padre e che a mettermi al mondo era stato un uomo di nome Pippo Baudo».
Lei aveva trentuno anni, era appena diventato papà di Sean e il suo ultimo disco era stato un successo. Chi fu a rivelarle questo segreto?
«Mio fratello Riccardo. Sempre quella sera, inoltre, scoprii che in molti sapevano la verità, tranne me».
La sua prima reazione?
«Comprensibile: incredulità, sconcerto, poi rabbia. Quella famiglia che io avevo sempre considerato la cornice e la guida della mia vita si andava dissolvendo per lasciare il posto a qualcosa di vago. Ma come, mi dicevo, mio padre è davvero quell’uomo alto e gentile che frequentava casa nostra quando eravamo piccoli?».
Perché Pippo, nella vostra vita, c’è stato da sempre.
«Certo, ricordo bene quando veniva a pranzo o a cena negli anni in cui vivevamo a Roma. Mio padre era Tullio Formosa, un importante dirigente della Rai, e mia madre Mirella Adinolfi era molto brava a ricevere in casa persone dello spettacolo».
E accadde che, in un momento in cui il matrimonio dei suoi genitori entrò in difficoltà, Mirella e Pippo si innamorarono.
«Sono cose che ho ricostruito dopo, in questi ultimi anni che sono stati molto difficili anche se belli perché con papà Pippo, poco per volta, abbiamo ricucito un rapporto molto bello».

Perché ha deciso di raccontare la sua storia proprio adesso, nel libro «Papà, un amico di famiglia»?
«Perché solo adesso mi sento pronto a raccontare tutto, a restituire a Pippo quello che mi ha dato e a ricomporre il quadro della mia famiglia, a unire i fili degli affetti. Solo oggi capisco che tutto quello che è accaduto è stato fatto per amore».

Anche il fatto che a lungo le abbiano taciuto le sue radici?
«Sì, perché Mirella e Pippo si innamorarono negli Anni Sessanta, quando non solo la legge sul divorzio non era ancora in vigore, ma l’adulterio era un reato. Una donna che aspettava un figlio fuori dal matrimonio sarebbe stata segnata per sempre».

Anche se la coppia ufficiale era nei fatti separata.
«Sì. Anche se Tullio sapeva di Pippo e Mirella era a conoscenza delle altre storie di papà Tullio, si faceva finta di nulla. E quando mamma rimase incinta, Pippo non potè riconoscermi perché questo avrebbe voluto dire etichettarmi per sempre come “figlio di un adulterio”».

Ma secondo lei, se la legge glielo avesse consentito, il presentatore l’avrebbe riconosciuto ufficialmente?
«Oggi sono convinto di sì. Quello tra Pippo e mia madre è stato un grande amore, un amore vero. Me lo ha detto lui stesso, una sera, commuovendosi fino alle lacrime».
Torniamo alla sua infanzia. Lei non ha mai avuto sentore di essere «un po’ diverso» in quella famiglia.

«Glielo confesso: io qualcosa ho sempre sentito dentro. Ricordo che più di una volta, da bambino, ho chiesto alla mamma se fossi stato adottato. Lei ha sempre negato, però io mi sentivo “diverso” dai miei fratelli Francesco e Riccardo».

In che modo?
«Perché loro sono sempre stati più sobri e rigorosi, io mi sentivo “un artista”. Ho cominciato a fare il musicista sulle orme di mio fratello Riccardo, ma poi ho fatto il cantante perché avvertivo che il palcoscenico era la mia casa».
Come lo era per Pippo.
«Mi raccontano che da bambino quando veniva a casa nostra e magari improvvisava qualche numero, io mi appiccicavo a lui, come se volessi marcare un territorio».
Casa vostra a Roma era frequentata da diversi personaggi dello spettacolo.
«Gianni Boncompagni veniva a cena, Renzo Arbore aveva regalato un clarinetto a papà e si esibivano fino a tardi. Paoli e Vanoni erano di casa. Ma con Pippo era diverso. Mi raccontano che un giorno lui stesso, vedendomi provare un numero canoro, disse: “Questo ragazzo è destinato a una carriera come la mia”».
Che cosa le insegnava?
«Per esempio, a suonare il pianoforte. Fu lui a guidare le mie dita quando imparai il tema di Un uomo, una donna di Lelouch, uscito da poco».
Poi, però, i rapporti tra Tullio e Mirella si ricomposero e Pippo si allontanò.
«E qui viene fuori il grande valore morale dei miei genitori, perché Tullio mi ha accolto proprio come il suo terzo figlio, anzi forse viziandomi un po’ di più rispetto agli altri. E Mirella mi ha protetto da ogni pettegolezzo inutile».

Poi la vita della vostra famiglia prese il largo: vi siete trasferiti in Canada, quindi in Australia, Pippo era sempre più lontano.
«La mia carriera di cantante cominciò a decollare, arrivarono prima l’amore e poi la nascita di mio figlio. L’equilibrio, finalmente. Pensavo».
E poi quell’estate del 1993.
«All’inizio mi chiusi in me stesso, poi decisi che volevo parlare con Pippo. Lo chiamai e lui, con voce tranquilla, mi disse: “Ti aspetto a Roma”».
Lei partì da Melbourne senza sapere che, atterrato in Italia, l’aspettava una sorpresa amara.
«Sì perché nel frattempo un nostro parente aveva deciso di far trapelare la notizia alla stampa e così, quando arrivai, trovai centinaia di giornalisti e paparazzi. Cominciò allora il vero incubo: illazioni, maldicenze nei miei confronti, mi definirono “millantatore” e “impostore”. La stampa aveva ricostruito tutto a modo suo, senza sapere la verità».
La accusavano di volersi accreditare come figlio di un uomo ricco e famoso per interesse.
«Non capisco perché questa persona, che oggi non c’è più, lo abbia fatto. So per certo che non ha preso un soldo per aver diffuso la notizia».
Che periodo iniziò per lei?
«Molto difficile, ma al tempo stesso, poco per volta, il mio nuovo rapporto con Pippo prese a comporsi con calma. Ci vedemmo, ci parlammo, lui volle avviare le pratiche per il riconoscimento».
Via crucis burocratica.
«Non esagero quando dico che mi è costata la carriera. Intanto perché prima del riconoscimento da parte di Baudo doveva avvenire il disconoscimento da parte di Formosa. E io facevo la spola tra l’Australia e l’Italia per i vari passaggi burocratici. Carte da firmare, prelievi di sangue, udienze».
Poi Tullio morì.
«E io mi ritrovai smarrito. Senza il padre che mi aveva cresciuto, senza (ancora) il mio padre vero e con mio figlio lontano, perché nel frattempo il mio matrimonio era entrato in crisi. “Chi sono?”, mi chiedevo. Una sera esagerai con le pillole per dormire, per poco non finii in coma».
Poi, però, arrivò la conferma ufficiale: la prova del Dna, il riconoscimento, un padre, Pippo, che si è dimostrato un genitore vero.
«Ricordo quando mi disse per la prima volta al telefono “Ciao, sono papà”. Per poco non mi misi a piangere».

Lei ha trovato anche una sorella, Tiziana Baudo.
«Più che una sorella: ci sentiamo più volte al giorno. Un affetto profondo perché nato da adulti e quindi una scelta».

Un ricordo della morte di Pippo.
«Ero appena atterrato in Australia quando mi chiamarono. Feci marcia indietro, presi il primo volo e arrivai appena in tempo a Militello».
Il testamento di suo padre ha suscitato perplessità: un’eredità divisa in parti uguali tra lei, sua sorella e la segretaria Dina Minna.
«È stata una decisione di papà e la rispetto».
Di recente la Rai ha intitolato a Baudo uno studio nel polo di Saxa Rubra. La famiglia ha deciso di disertare l’inaugurazione. Perché?
«Intanto, a me l’invito è arrivato solo la sera prima. E poi sono d’accordo su quello che ha già detto Tiziana: si fatica a pensare che da un lato si voglia dismettere il Teatro delle Vittorie, vero luogo simbolico della carriera di Pippo e, dall’altro, credere che intitolargli uno studio a Saxa Rubra sia il giusto omaggio a quello che lui è stato per l’Italia e non solo. Meriterebbe di più».