Corriere della Sera, 6 ottobre 2026
La denatalità e l’effetto banchi vuoti: «Perderemo 2 milioni di studenti»
Si chiama inverno ma lascerà un deserto. È l’effetto stimato della denatalità sul nostro sistema scolastico. Da qui al 2040, neanche quindici anni, ci saranno due milioni di studenti in meno. Se non verranno prese decisioni mirate a compensare questo crollo degli iscritti, il sistema così come è organizzato oggi rischia di non essere più sostenibile: si riusciranno a formare soltanto tre classi su quattro, ci saranno scuole costrette a chiudere i battenti, sarà complicato garantire il servizio in intere aree del Paese, a partire dal Sud. Finora questa emergenza, che avanza silenziosa, non ha fatto scattare alcuna contromisura. Ma è dal 2015 che il numero di nuovi nati registra ogni anno un nuovo record negativo e ogni culla vuota è destinata a lasciare un banco vuoto.
Negli ultimi dieci anni le classi italiane hanno già perso quasi un milione di studenti: l’aumento di iscritti non italiani (+ 16 per cento) ha mitigato ma non compensato il -12,5 per cento di studenti italiani. Gli effetti della denatalità si sono fatti sentire prima negli asili e nelle scuole d’infanzia, poi alle elementari. Ma ormai l’emorragia di iscritti colpisce anche le medie e presto toccherà alle superiori. Nei prossimi quindici anni i posti vuoti raddoppieranno, fino alla cifra di 1.975.000 mila studenti in meno nel 2040.
Sono i dati dell’elaborazione della Fondazione Agnelli su previsioni Istat. Gli esperti dell’istituto torinese, guidati nella ricerca da Barbara Romano, hanno calcolato che potrebbero sparire quasi centomila classi. Se la soglia minima di studenti per formare una classe non verrà rivista, delle attuali 410 mila classi dalla materna alle superiori ne resteranno solo 315 mila: un quarto in meno di oggi. Una sforbiciata che è destinata a tradursi in un drammatico taglio del personale scolastico. Il calcolo è presto fatto: 166 mila docenti in meno, via uno su quattro. «Ci sono meno bambini, ma ormai anche meno genitori: la situazione è destinata a peggiorare anche più rapidamente del previsto – spiega Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – Ci sono diversi modi per intervenire: con il calo degli studenti da qui al 2040 si risparmieranno 6 miliardi, che potrebbero essere investiti negli asili nido e per l’Università che sono i due settori meno finanziati; si potrebbe altrimenti ridurre il numero di studenti per classe, almeno nelle aree più complesse e difficili; infine aumentare il tempo scuola anche alle medie». Il rischio invece è quello di un semplice blocco del turnover degli insegnanti. La Fondazione non si spinge a calcolare quante scuole dovrebbero chiudere, ma quelle in bilico sono le piccole, che già ora sopravvivono a stento, con una sezione al massimo: l’Indire ha calcolato che le elementari in queste condizioni sono già più di 10 mila, concentrate nelle aree interne.
L’inverno demografico colpisce soprattutto il Sud e le Isole. Per il momento le differenze sono contenute: meno 8 per cento di studenti dai 3 ai 18 anni da qui al 2030 nel Nordovest e nel Nordest contro meno 11 per cento al Centro e al Sud. Ma la forbice è destinata ad allargarsi. Nel 2040 le scuole di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna avranno perso il 15-17 per cento di iscritti, quelle in Abruzzo, Lazio e Marche tra il 24 e il 25 per cento. Nel Sud e nelle isole il calo di studenti sale al 27 per cento, con punte del 30 per cento in Basilicata e Puglia e addirittura del 40 in Sardegna. Alle differenze fra regioni si sommano quelle tra fasce d’età. Se finora erano le scuole dei più piccoli quelle più colpite, da qui al 2040 saranno medie e superiori a perdere studenti: ne resteranno meno di tre su quattro.