Corriere della Sera, 6 ottobre 2026
I guai di Futuro Nazionale
«Se questo è il flop, quant’è bello perdere». Roberto Vannacci commenta un sondaggio per ridere di chi pensa che «abbia perso la forza propulsiva».
Sui numeri, il generale ha ragione. Ipsos, per il Corriere, lo stima all’8,8%, Cluster al 9,2%. Ma a Palazzo Chigi non si entra con le percentuali. Lo ha ricordato ieri Lucio Malan, il capo dei senatori FdI, a Un giorno da pecora: «Da quando è attivo bersaglia il centrodestra, sarebbe impossibile pensare a un’alleanza». Possibili cambi di linea?: «Non sarebbe più Vannacci».
Ma le ultime settimane raccontano di un partito che avanza nelle tabelle ma deve cominciare a misurarsi con la politica vera, «sangue e merda» come diceva Rino Formica. E allora, sui territori si litiga e si espelle, nelle Procure arrivano gli esposti. E la porta del centrodestra, almeno per ora, sembra sbarrata.
Il primo a sbatterla è stato Luca Belotti, già sottosegretario al Lavoro nel Berlusconi IV, una carriera tra An, Pdl e Fli, il partito di Fini. Restituita la tessera, ha riassunto il congedo in quattro parole: «Purtroppo avevo visto male». Poi, meno di un mese fa, la prima espulsione nella storia di Futuro nazionale. Tocca a Luca Sforzini, presidente del Centro studi Rinascimento nazionale, fino a ieri il pensatoio del generale. Aveva accusato alcuni dirigenti di voler «legittimare e sdoganare i peggiori mostri del ’900» e si era accapigliato con Roberto Jonghi Lavarini, il barone nero milanese («Nazista autentico» secondo Sforzini»). Dopo l’espulsione, l’epitaffio: «Vannacci preferisce cornacchie nere a grilli parlanti». Lui ha prescritto «Imodium per tutti».
A fine agosto erano stati depositati due esposti del sindacato alla Procura militare di Roma. Uno sugli incarichi di partito ai militari in servizio e un altro sulla violazione della legge Scelba che vieta la riorganizzazione del partito fascista. Accuse tutte da verificare su cui al momento la stessa Procura ha smentito indagini.
Poi è arrivata la (non) Sassonia. Per il voto in Calabria le aspettative erano alte. La stra-vittoria di AfD nel land tedesco aveva fatto sognare molti, in Futuro nazionale. Però non è andata proprio come sperato. L’uomo di Vannacci, Domenico Giannetta, è andato bene: ha sfiorato l’11%, meglio dell’8% pronosticato da Domenico Furgiuele pochi giorni prima. Ma il centrodestra ha vinto lo stesso. «Non vedo l’effetto Vannacci» ha constatato Stefania Craxi. E così, la sicurezza di essere indispensabili, tra i futuristi, si è un po’ ammaccata.
E ancora, le emorragie. Nelle ultime settimane, i circa cinquecento militanti della sezione 643, a Sassari, hanno restituito la tessera per aderire al nuovo partito di Marco Rizzo, Italia domani: «Vannacci ha costruito più una caserma che un partito politico» dice l’ex consigliere regionale Marcello Orrù. Poi, riferisce il Giornale, l’addio arriva anche da dieci circoli nel cuneese, dal 465 di Latina e dal 167 di Benevento. Tutti quanti, circa 700 tesserati, passati anche loro con colui che fu tra i cofondatori di Rifondazione comunista. Per il cuneese Giovanni Seia «non c’è meritocrazia né democrazia».
Ma il problema vero sono gli alleati. A partire da Giorgia Meloni che il 16 settembre ha coniato una formula molto ripresa: «Per me è molto più importante vincere per governare che vincere per non governare». Malan sembra un buon profeta. Se Vannacci cambiasse la linea non sarebbe Vannacci: e così, il generale ha annunciato il suo no al ddl antisemitismo.