Facebook, 6 ottobre 2026
L’inverno dell’Ucraina
Molti sostenitori della resistenza ucraina nelle ultime settimane stanno ad osservare con spasmodica attenzione le cartine geografiche del Donbas. Il Terzo Corpo d’Armata sta conducendo una offensiva di successo che ha recuperato circa 170 kmq di territorio nel nord del Donetsk. Una buona notizia, certamente, ma non tale da modificare, l’equilibrio strategico della guerra. In buona parte si tratta di territori già riconquistati dagli ucraini quattro anni fa e successivamente perduti. Ma è la conferma che la Russia, nonostante più di quattro anni di costosissimi attacchi, non riesce a piegare la resistenza ucraina ed è impantanata in una guerra di attrito. Non è solo al fronte che si deciderà il futuro dell’Ucraina.
La Russia sta cercando di vincere la guerra sul fronte interno, rendendo la vita impossibile nelle grandi città e facendo pagare al Paese un costo sempre più insopportabile, fino a costringerlo alla resa. È la vita quotidiana di milioni di civili che viene usata come leva di pressione sulla capacità dell’Ucraina di continuare a combattere.
Da agosto, il vantaggio russo su questo fronte è diventato drammaticamente visibile. I nuovi droni-jet Geran-4 e Geran-5, insieme ai missili balistici, stanno mettendo in seria difficoltà la difesa aerea ucraina. La loro velocità e, nel caso dei missili balistici, le caratteristiche della traiettoria, rendono particolarmente difficile l’intercettazione. Gli attacchi colpiscono con crescente frequenza infrastrutture energetiche, industriali, logistiche e civili, con il risultato di degradare significativamente le condizioni della vita civile e di paralizzare per intere giornate la vita di Kyiv, Odesa e Dnipro.
La situazione sta notevolmente peggiorando e, in vista dell’inverno, le autorità hanno già invitato la popolazione più fragile a lasciare le città, non si sa bene per andare dove. Gli attacchi ai civili hanno finora fortificato la volontà di resistenza della popolazione. Ma se le grandi banche dati del Paese cessassero di funzionare o se quest’inverno il teleriscaldamento di Kyiv o di un’altra grande città fosse messo fuori uso dalla distruzione delle infrastrutture energetiche, potremmo avere una catastrofe umanitaria, con conseguenze imprevedibili anche sulla capacità dell’Ucraina di continuare la guerra. È su questo fronte che Putin sta investendo sempre più risorse, perché la distruzione delle condizioni materiali della vita civile può diventare la via per ottenere ciò che non riesce a ottenere sul campo di battaglia: la resa dell’Ucraina.
Oltre a sperare in un inverno mite, gli ucraini devono colmare il gap tecnologico che oggi rende difficile l’intercettazione dei droni-jet e dei missili balistici e la distruzione delle basi di lancio e di stoccaggio. Lo potranno fare attraverso lo sviluppo di propri sistemi antiaerei e missilistici a lungo raggio, ma anche con l’utilizzo massiccio delle tecnologie e degli armamenti forniti dagli alleati. Ma, per resistere all’inverno più duro dall’inizio della guerra e scongiurare una catastrofe umanitaria, l’Ucraina ha bisogno anche di istituzioni solide, oltre che del sostegno finanziario e tecnologico degli alleati. E qui le cose si fanno ancora più difficili.
L’Unione Europea fatica a prendere decisioni tempestive ed efficaci. Il sistema previsto dai Trattati, che fa dell’unanimità la regola per le principali decisioni di politica estera e di sicurezza, è chiaramente inadeguato alle sfide dei tempi e rischia di relegare l’Unione a una posizione debole e marginale. Alla Russia basta riuscire a influenzare anche un solo Paese per bloccare o rallentare decisioni che possono essere vitali per il futuro dell’Ucraina. Un buon esempio è la difficoltà, dopo anni di discussioni, di utilizzare gli enormi patrimoni russi immobilizzati per finanziare l’Ucraina e la riparazione dei danni di guerra.
Gli investimenti russi nella propaganda organizzata, nel finanziamento di movimenti politici antieuropei e nelle operazioni di influenza sui processi elettorali sono molto meno costosi di quelli necessari per gli armamenti e possono essere altrettanto efficaci nel ridurre la nostra capacità di reagire, soprattutto quando siamo deboli nel riconoscerli e contrastarli.
Anche le prossime decisioni sull’invio di armi da parte dei singoli Paesi, e sull’autorizzazione al loro utilizzo contro obiettivi militari in territorio russo, rischiano di essere ben al di sotto delle necessità dell’Ucraina, per la debolezza e i timori di governi che si trovano in casa un’ingombrante opposizione filorussa.
Le cose non vanno meglio sul lato ucraino. Regge l’esercito, che continua a combattere. Reggono i poteri locali, che mantengono la presenza pubblica salda sul terreno. Regge, ancora per un po’, la società civile, che si fa carico anche di tante disfunzioni dello Stato. È invece ai vertici dello Stato che la governance sta mostrando crepe sempre più profonde.
Ai suoi vertici, il potere è ormai intrecciato con fenomeni di criminalità e di corruzione organizzata, emersi anche nei settori strategici della difesa e dell’energia.
L’anno scorso è stata scoperta un’organizzazione criminale che, secondo gli investigatori, aveva al vertice Timur Mindich, amico del presidente, e che gestiva un’enorme quantità di denaro proveniente da tangenti, soprattutto nel settore dell’energia. Un ex vice primo ministro e l’ex ministro dell’energia sono stati arrestati; l’ex capo dell’Ufficio del Presidente è stato coinvolto nell’inchiesta per riciclaggio.
Più recentemente, la vicecapo dell’ufficio del Presidente Iryna Mudra è stata arrestata con l’accusa di aver partecipato al riciclaggio di 150 milioni di grivne destinati, secondo gli investigatori, a pagare la cauzione dell’ex ministro dell’Energia Herman Halushchenko, detenuto per riciclaggio.
Pochi giorni fa il Procuratore Generale è fuggito all’estero, con la scusa di partecipazione a un convegno, dopo che presso il suo Ufficio era stato scoperto un racket che, secondo gli investigatori, proteggeva call center fraudolenti. È un altro segnale di uno Stato che, ai suoi vertici, sta perdendo i pezzi.
In tutto questo, il Presidente non ha mostrato incertezze. Ha fatto approvare una legge che sottoponeva NABU e SAPO al controllo del Procuratore Generale, scelto dal potere politico, salvo poi fare marcia indietro di fronte alle proteste. Ha licenziato il ministro Fedorov, che aveva avviato importanti riforme negli appalti della difesa e misure contro la corruzione. Ha nominato direttamente un Procuratore Generale, anziché affidarne la scelta a una procedura indipendente e trasparente, come richiesto anche dall’UE. Non fa passare le riforme per la pulizia e l’indipendenza della magistratura.
Il Presidente ha segnalato chiaramente di non avere intenzione di cambiare questo sistema. La questione non è se anche il Presidente sia corrotto: non vi sono elementi per sostenerlo. È una questione di responsabilità politica per un sistema di governo che, sotto la sua presidenza, sta perdendo i pezzi e che rischia di diventare esso stesso una delle ragioni per cui l’Ucraina può perdere la guerra.
Si dirà che anche gli investigatori del NABU, che hanno scoperchiato la corruzione, non siano essi stessi esenti da corruzione e che alcune loro indagini possano essere motivate da interessi politici. È possibile, e ogni loro eventuale responsabilità dovrà essere accertata. Ma questo non può diventare un argomento per delegittimare in blocco le indagini. Chi ha commesso reati ne dovrà rispondere, e ciò vale per tutti, anche per gli investigatori. Quello che conta è la sostanza e la qualità delle prove, e quelle finora emerse inchiodano i politici coinvolti alle loro responsabilità politiche.
Si dirà che la corruzione a tutti i livelli in Ucraina non è una novità portata da Zelensky, quanto piuttosto un’eredità del sistema sovietico, condivisa dai suoi predecessori. È certamente vero. Come è vero che l’intolleranza per la corruzione e la voglia di uno Stato di diritto sono ora entrate nella società ucraina, come ha dimostrato anche la sollevazione di Maidan. E in un Paese in guerra – e senza energia – non può esserci alcuna giustificazione né tolleranza per la corruzione, nella difesa come nell’energia.
Noi sostenitori della resistenza del popolo ucraino non possiamo permetterci il lusso di ignorare questi aspetti della realtà ucraina e soffermarci solo sulle cartine militari. Rischieremmo di essere colti di sorpresa dagli eventi. O, peggio ancora, di nasconderli, per non indebolire l’Ucraina che rischia la sua esistenza. Non saremmo credibili se rimanessimo prigionieri della propaganda russa, che usa da anni la scusa di un Paese corrotto per bloccarne gli aiuti e conseguire così la vittoria. La debolezza dell’Ucraina non viene dalle scoperte sulla sua corruzione, ma dalla corruzione stessa, radicata come un cancro ai vertici del potere, ormai visibile a tutti.
L’aiuto di cui l’Ucraina ha bisogno è quello di alleati sinceri che la accompagnino fuori da un sistema corrotto. In un Paese il cui destino dipende dal sostegno europeo, l’Unione può fare molto di più. Non basta fare dichiarazioni di principio e fissare parametri sullo Stato di diritto: bisogna preoccuparsi della loro applicazione e usare in maniera molto più decisa la leva della condizionalità: aiuto in cambio di cambiamenti verificabili.
Se si vuole evitare il crollo interno, occorre fare in modo che la guerra non possa diventare un meccanismo di conservazione a tempo indeterminato di un sistema che si rifiuta di cambiare e utilizza la guerra come una sorta di indulgenza verso se stesso. Occorre che l’Ucraina si doti per tempo di uno strumento giuridico e organizzativo per svolgere elezioni in una situazione di guerra o di emergenza nazionale, da utilizzare se e quando si ritenesse necessario. Progetti e lavori preparatori in questa direzione già esistono. Non si tratta di chiedere elezioni ora. Si tratta di avere lo strumento pronto, perché non averlo può diventare molto pericoloso: può togliere al Paese una possibilità di cambiamento quando se ne presenti la necessità e può far sentire chi è al potere privo di responsabilità finché la guerra continua. Questo è l’aiuto di cui l’Ucraina ha bisogno: non solo armi per resistere alla Russia, ma istituzioni per poter vincere la pace.