La Lettura, 4 ottobre 2026
Secoli di saggezza addio: il declino dei proverbi
«Chi tace acconsente». «No: chi tace sta zitto!». In Madonna che silenzio c’è stasera (il primo film di Francesco Nuti senza i Giancattivi, 1982) il protagonista tira tardi continuando questa diatriba con il barista anche dopo che quello ha chiuso la saracinesca. Perché i proverbi sono fatti così. Ostentano verità assolute e in molti casi dicono cose talmente ovvie che è difficile contraddirli (Non è bello quel che è bello, ma è bello quel che piace). Altre volte sembrano fatti apposta per essere contraddetti («Chi si accontenta gode... così così», cantava Ligabue in Certe notti, 1995). E non di rado, in effetti, si contraddicono tra di loro: Chi trova un amico trova un tesoro, però Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io. Hanno questa cadenza ritmata e spesso rimata che li rende di per sé memorabili. Ma la memoria che li tramanda è davvero così antica come sembra e così popolare come si dice? Motto antico mai smentito, il libro del linguista Maurizio Trifone appena pubblicato da Carocci, pone fin dal titolo la questione e la affronta passando in rassegna la storia e la diffusione di 55 proverbi italiani.
«I proverbi vengono prima del Vangelo»
L’antichità tanto celebrata dei proverbi, a volte vantata dai proverbi stessi, si riflette nel mondo arcaico che ancora evocano. Così che anche tra quelli oggi più diffusi restano tracce di una vita contadina fatta di pollai (Meglio un uovo oggi che una gallina domani) e di riserve alimentari protette in dispensa da trappole (Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino); di vecchie consuetudini giuridiche (Chi rompe paga e i cocci sono suoi) e metodi tradizionali per stabilire l’età e dunque il prezzo dei cavalli (A caval donato non si guarda in bocca); di una mentalità maschilista e patriarcale oggi totalmente intollerabile (Moglie e buoi dei paesi tuoi).
Ogni tanto questo vale anche per la lingua. Varianti scomparse nel frattempo dall’italiano dell’uso sono ad esempio stroppia per storpia (cioè guasta, rovina: Il troppo stroppia) e risico per rischio. Il secondo caso è particolarmente interessante. Intanto, perché risico nel senso di rischio economico è una variante che nel Cinquecento si è diffusa dall’Italia in varie lingue europee (insieme ad altre voci del lessico finanziario: banca e bancarotta, conto, saldo). Poi è ritornata dal tedesco nella seconda metà del secolo scorso come Risiko: nome di un gioco da tavolo a tema militare riciclato nell’uso giornalistico in riferimento a lotte di potere («il risiko delle nomine», «il risiko bancario»). Ma anche perché negli ultimi anni quel rosicare rischia di non essere più associato al significato positivo di mordere, addentare e quindi ottenere qualcosa. Quanto piuttosto, sull’onda del romanesco rosicare per rodersi d’invidia e dell’appellativo rosiconi, di essere interpretato in accezione negativa. Di qui lo scherzoso incrocio proposto da Stefano Bartezzaghi una ventina d’anni fa: Chi s’accontenta non rosica.
«Quando non c’erano libri bastavano i proverbi»
Quanto ai rapporti tra proverbi e Vangelo, colpisce il fatto che nella ricostruzione di Trifone almeno due siano proprio di probabile provenienza evangelica (Chi cerca trova e Chi di spada ferisce di spada perisce). A questi se ne possono aggiungere altri con precedenti biblici (Chi la fa l’aspetti), anche se la gran parte dei proverbi affrontati affonda le radici nella cultura classica greco-latina. Si va dai poemi omerici (Ambasciator non porta pena) ai filosofi come Platone (Dio li fa e poi li accoppia), ai tragici come Eschilo (Aiutati che Dio t’aiuta) fino a medici come Ippocrate (A mali estremi, estremi rimedi). Origini tutt’altro che popolari, dunque. Prima di entrare nel parlato di tutti i giorni, anzi, questi proverbi sono passati per una trafila largamente condivisa che prevede una prima fissazione in una veste latina (come quella degli Adagia di Erasmo da Rotterdam, pubblicati la prima volta nel 1500) e poi una circolazione letteraria italiana, seguita talvolta da un’aneddotica invenzione pseudo-etimologica a posteriori (l’intera trafila è ricostruita nel grafico al centro della pagina tramite l’esempio di Aiutati che Dio t’aiuta). In tutta questa trafila il proverbio cambia contesti e forme, passando progressivamente da formulazioni più discorsive a cristallizzazioni epigrammatiche e diramandosi via via in una dimensione «glocal»: nel mondo, in lingue diverse; da noi, in diverse varianti dialettali. In principio, insomma, non era il proverbio.
Ma di tutti i proverbi raccolti nei repertori quanti sono davvero vivi al giorno d’oggi? La paremiologia – la branca degli studi che si occupa di proverbi – distingue tra un patrimonio complessivo sedimentato nel tempo e un repertorio che ancora viene capito e in misura minore utilizzato dalla comunità dei parlanti (il cosiddetto «minimo paremiologico»). Per lo spagnolo, un’inchiesta su circa tremila parlanti pubblicata nel 2021 ne ha contati 298 a fronte dei 65 mila raccolti dal più ampio libro di proverbi del Novecento. Per l’Italia, ai 20 mila proverbi dialettali riscontrati dall’Atlante paremiologico italiano avviato nel 1967 da Temistocle Franceschi e ai 30 mila contenuti nel Dizionario dei proverbi di Valter Boggione e Lorenzo Massobrio (Utet, 2004) fanno riscontro gli 84 in uso rilevati da Vincenzo Lambertini (Che cos’è un proverbio, Carocci, 2022): 42 sono in comune con quelli di Trifone.
«La fortuna è cieca (ma la sfiga ci vede benissimo)»
La vitalità dei proverbi è confermata anche da quell’uso deformato che negli ultimi tempi sembra essere diventato prevalente. Un uso che discende da classici della comicità (il Totò di «Signora, tra il dire e il fare c’è di mezzo suo marito», ad esempio) e della pubblicità («Non è vero che tutto fa brodo/ è Lombardi il vero buon brodo») e risulta ben documentato dalle centinaia di «paraproverbi» riportati da Trifone in appendice. Si va da A caval Donato gli si cambia il nome a Meglio patriottardi che mai fino a Chi fa da sé è single o a Un chip non fa primavera. «L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del vicino», cantavano Elio e le Storie Tese in Carro (1989): «Voglio l’erba del re: datemela/ Il re è vicino/ Il giardino del vicino sta diventando sempre più verde/ Anche il vicino è verde/ Aiutatelo». La voce dei proverbi sembra oggi non poter essere più presa sul serio come insegnamento di vita: solo echeggiare da lontano, rimbalzando sulle scabrose pareti dell’ironia canzonatoria. Il prezzo da pagare per sopravvivere in una società troppo diversa da quella che li ha tramandati, certo. Ma al tempo stesso il lasciapassare per il mondo di internet e dei social network con la loro onnivora memizzazione. Come mi ripeteva sempre una signora quasi centenaria che viveva in Ciociaria, d’altronde, «Du’ paradisi nun se ponno avé».