il Fatto Quotidiano, 4 ottobre 2026
Intervista a Edoardo Gabbriellini
La chiave è alla fine. Alle ultime battute, quasi estorta.
Si definisce “un tipo da scoglio”.
Edoardo Gabbriellini è di Livorno, e lì è una distinzione netta, decisiva, da chi gioisce per i granelli di sabbia. Lo scoglio non dà comodità, si conquista con rispetto, ci si può isolare, in silenzio, ascoltare il mare, non correre, niente racchettoni o pallonate. Niente bar. Niente di niente. Un libro. Una canna da pesca. Un cenno a qualcuno. L’acqua immediata, subito alta.
Edoardo Gabbriellini ha qualcosa dello scoglio.
Quasi trent’anni fa è stato scovato da Paolo Virzì, per caso, mentre il regista vagava alla ricerca del protagonista di Ovosodo (“ancora mi riconoscono per quel ruolo”). Successo. Luci. Premi. Festival. Stordimento. Altri ruoli al cinema (“mi ero un po’ montato la testa”), altre luci, ancora stordimento. Poi ha rischiato (“da incosciente”), ha ribaltato l’occhio della telecamera, si è rintanato, cuffie in testa, dietro lo schermo ed è iniziata la sua carriera da regista. Commedie, serie tv, thriller e ora La città dei vivi, presentato a Toronto e Venezia con la scorta di alcune polemiche (i fratelli D’Innocenzo, sceneggiatori, hanno ritirato il nome per via di alcune modifiche al copione). Il film nasce dal libro omonimo di Nicola Lagioia e racconta la storia, purtroppo vera, di Luca Varani, 23enne romano, ucciso nel 2016 dopo giorni di torture. In mezzo ci sono i soldi, la droga, il degrado, la prostituzione, la borgata. Ma anche la solitudine, l’incapacità di capire il dove, il come, il perché, il quando, il con chi. In mezzo c’è Gabbriellini che cerca di offrire il suo occhio per arrivare alle origini del come, dove, perché, quando e con chi.
Il film della maturazione.
Ah… era pure ora, ho 51 anni.
Giusto.
Lo prendo indiscutibilmente come un complimento. (Qui gli spieghiamo che saranno due pagine di intervista, quindi non ci focalizzeremo solo sul film).
Tutto chiaro?
Wow… non ho capito tutto quello che ha detto, mi sono fermato, contento, alle “due pagine”.
Sono anni che non recita, come mai?
Con il passare del tempo ho sempre più sentito un disagio davanti alla macchina da presa.
Sempre.
Tranne in rarissime occasioni, soprattutto se mi sono sentito protetto dal regista, magari perché era un amico.
Peccato.
Non significa che non sono un egocentrico, ho traslato altrove quella forma di egocentrismo.
Sull’egocentrico è partito in autonomia.
L’ho anticipata perché me l’hanno detto e chiesto in tanti.
Chi?
Gli amici, un po’ per prendermi in giro.
Non sembra un egotico spiccato.
Ho maturato un’altra maniera più subdola (ride).
Torniamo al disagio.
Quello sguardo lì, quella lente puntata addosso, mi faceva sentire fuori luogo. E poi non è stato mai totalmente il mio.
Tradotto.
Sono stato scoperto dal vero, forse per sbaglio, mentre ero sugli scogli di Livorno, vicino a Quercianella. Da allora mi hanno sempre utilizzato dentro un range di colori, di temperature emotive, di personaggi molto vicini a come sono io. Non avrei potuto spaziare.
Questa analisi quando è arrivata?
Abbastanza presto; (pausa) il periodo di Ovosodo non fa testo: in me c’erano inconsapevolezza ed eccitazione, il desiderio di partecipare ed entrare in questa specie di circo.
E dopo?
Penso al set di Luca Guadagnino in Io sono l’amore (2008). Lì ho capito molto.
Guadagnino l’ha ispirata?
Certo, non solo lui: mi guardo attorno continuamente, fin dai tempi in cui ero solo uno spettatore.
Cioè?
Appassionato di cinema da prima di Virzì: con la mia amica Alessandra giravamo con la Bmx (bicicletta degli anni 80) e vedevamo due spettacoli a pomeriggio.
Altro che pallone.
Mai stato interessato al calcio.
Un sacrilegio.
Pensavano fossi gay e poi giocavo pure con le amiche al “tè”, con tanto di tazzine.
Palestra, zero.
No, ma per fortuna scoppiò la moda dello skateboard e del surf e me la cavavo; (pausa) questa è vita privata.
Sono le origini di un attore e regista.
Allora arrivo esattamente da Un mercoledì da leoni.
Visto quante volte?
Più di trenta.
Sempre fino alla fine, o evita la parte malinconica?
Volevo entrare esattamente in quella malinconia. E questo accadeva pure quando ero bimbetto.
Sono 30 anni dal debutto d’attore.
Mi fa impressione.
23 dalla prima regia.
Un po’ per il disagio d’attore, un po’ perché il mistero della macchina da presa mi affascinava di più, ho iniziato a pensarmi in quella posizione. Poi il debutto è legato a un dato: allora il mio volto era abbastanza noto.
Infatti in B.B. e il cormorano dirige e interpreta.
Scelta da non fare mai.
Il caos.
È stato devastante, non ero mai a pieno né l’attore né il regista.
Ha pensato di mollare?
No. A un certo punto sono entrati in gioco l’incoscienza e la sfacciataggine: se ti danno in mano il gioco, lo devi finire.
Ne La città dei vivi due personaggi, in momenti diversi, rimpiangono la scuola e “i tempi da ragazzino”. Lei?
(Dal profondo) Per carità.
Secco, così.
Ci tornerei se… (pausa, cambia tono) No, non ci tornerei.
Ecco.
Una parte di me sì, il mio orizzonte si è accorciato; però mi stanca il pensiero di rivivere quelle fatiche, quei guizzi, le ritirate. E poi mi piace l’idea di non essere più un giovane regista, anche se in questo Paese si è giovani troppo a lungo.
Vive a Bologna e non nella cinematografica Roma.
Così credo di mantenere il giusto distacco per raccontare ciò che mi interessa.
Com’è sul set?
Meraviglioso.
No, com’è lei sul set.
Appunto, meraviglioso.
Urla?
La mia creatività non si alimenta con il conflitto, piuttosto cerco sempre di stemperare.
Nel film parla di ragazzi vuoti…
Non credo lo siano, hanno solo altri binari e comunque abbiamo apparecchiato loro un mondo con coordinate saltate in aria. Il protagonista cerca solo il suo posto e non sa come incanalare la sua energia.
Lei è da seconda chance.
Anche terza e quarta, o non sarei qui; ma quelle chance me le hanno un po’ concesse e un po’ me lo sono prese.
Il suo grande errore?
Essere stato ed essere pigro.
Li rivede i suoi film da attore e da regista?
(Immediato, distante) No.
Mai.
Magari un pezzetto, per caso. Però c’è qualcosa che mi imbarazza; (ci ripensa) se capita posso trovare un qualcosa che mi entusiasma, ma all’improvviso sento il disturbo.
Lei resta una maschera del cinema.
Se lo sono, son contento.
Lo è.
Di recente ero alla cassa di un supermercato e una persona mi ha riconosciuto solo dalla voce. “È quello di Ovosodo?”.
Una frase classica.
Quella che ho più sentito nella mia vita.
Ha sempre risposto “sì”?
Qualche volta ho mentito: “Ti sbagli con mio fratello gemello: sono Matteo e gli porterò i tuoi saluti”.
Il filone pasoliniano le appartiene?
Come spettatore.
Da regista?
Non mi prendo la responsabilità; (cambia tono) per La città dei vivi è possibile che come studio sono andato a rivedere i suoi primi film, soprattutto Accattone.
Lei passa da Dov’è Mario? con Guzzanti al dramma di Luca Varani.
Non voglio cristallizzarmi, non voglio una maschera, non sarebbe divertente; (sorride) ovviamente colgo la differenza sostanziale, ma il cinema è la goduria del gesto nel realizzarlo.
Corrado Guzzanti…
Con Dov’è Mario? sono entrato in un mondo totalmente costruito da lui, il demiurgo, io mi sono messo a servizio.
Quanto improvvisa Guzzanti?
Nella serie, meno di quello che si possa immaginare ed è imperscrutabile, ma non lo conosco così bene, l’ho frequentato solo sul set.
“Dove ci stanno i soldi c’è sempre qualcosa in cambio” dicono nel film…
Viviamo in un mondo che poggia su un capitalismo furibondo, c’è entrato nelle ossa, anche dentro quelle degli “anti”.
Il capitalismo dove l’ha fregata?
Mi fotte quotidianamente (“quotidianamente” lo ripete più volte).
E si è sentito “fottuto” quando ha recitato con due idoli come Scamarcio e Germano in Ora o mai più (2003)?
(Sorride) C’è un paradosso: all’epoca ero più famoso io e forse me la sono pure tirata.
Si era montato la testa?
Per forza, era inevitabile.
Esempio.
A Venezia mi sono ritrovato nella stanza accanto a quella di Harrison Ford. Avevo 22 anni. Una situazione del genere ti fotte il cervello.
Ci sta.
Se uno, due, tre, quattro persone ripetono “dio come sei figo”, alla fine cominci a crederci.
Con Harrison Ford ci ha parlato?
Arrivai al Lido dopo un delirio perché persi il bagaglio, poi non mi volevano far entrare in albergo, forse per il mio aspetto da iraniano pericoloso. Io feci casino. Poi salii in stanza tutto sudato, infilai la chiave nella toppa e vidi uscire dalla sua camera Indiana Jones. In quel momento ero come lui.
Chi ha chiamato per un “non vi rendete conto che”?
Credo un sacco di gente. E neanche avevo il cellulare.
Ha rischiato di perdersi.
Moltissimo. E tante volte.
Sopravvissuto.
Vista la storia di Luca (Varani), mi sembra azzardato dirlo.
Cosa ha cercato di sé nella vita di Luca Varani?
La capacità, la facilità di inciampare e di cedere a certe derive apparentemente semplici.
Lei è Luca.
È così.
Cosa è rimasto del lei 23enne?
L’incertezza e il dubbio di aver trovato il posto o la casella giusta. Aggiungo: l’esigenza di giustificarmi.
Paolo Virzì lo ha visto il film?
Non ci sentiamo da un po’.
Lei chi è?
(Stupito, molto stupito) Cosa? Ma chi è, Marzullo?
Chiudiamo sempre così.
Non lo so (e qui si intrecciano inizi, ripensamenti, dubbi, pause, toni di voce diversi, poi alla fine…) sono un tipino da scoglio.