La Stampa, 5 ottobre 2026
Yemen, controffensiva dei governativi. Gli Houthi attaccano le raffinerie
Inizia la controffensiva del governo yemenita, sostenuto da Riad. Ma per ora, ad avanzare, sono ancora gli Houthi.
Il presidente Rashad al-Alimi, in un discorso in tv, annuncia una vasta operazione per riconquistare i territori perduti e «liberare» le zone controllate dalle milizie sciite ribelli. «Ci assumiamo – spiega Al-Alimi – la responsabilità nazionale di affrontare la milizia Houthi dopo che tutte le opportunità di de-escalation sono state esaurite».
I governativi colpiscono obiettivi a Sanaa e Saada. «Non è una guerra contro la nostra gente a Sanaa, Hodeidah e Saada – precisa Al-Alimi – né contro alcuna confessione religiosa o tribù». Ogni città riconquistata, promette il leader yemenita, dovrà entrare in una fase di stabilizzazione e ricostruzione, e il successo dell’operazione si misurerà «dal numero di cittadini che avranno ritrovato un senso di sicurezza». Il presidente chiede il sostegno della comunità internazionale e definisce l’Arabia Saudita «un vero partner nel nostro destino e nella nostra sicurezza condivisi». Il portavoce delle Forze armate, il colonnello Majid al-Nuzaili, assicura che l’obiettivo è porre fine alle «sofferenze del popolo yemenita», ristabilire la costituzione e lo stato di diritto e proteggere i civili. Arriva anche l’offerta di un’amnistia ai combattenti Houthi che diserteranno.
Ma negli ultimi giorni gli Houthi hanno guadagnato nuove posizioni sulle alture intorno a Taiz e sono avanzati verso l’ultima grande strada che collega la città ad Aden, capitale provvisoria del governo. Fonti locali e media vicini ai ribelli spingono notizie del loro ingresso ad Al-Turbah, importante snodo a Sud di Taiz: una conquista che le fonti governative non confermano ma che, se effettiva, stringerebbe ulteriormente la morsa sulla terza città dello Yemen. Tagliare la Taiz-Aden significherebbe infatti sottoporla a un assedio di fatto, con centinaia di migliaia di civili e migliaia di soldati governativi intrappolati.
Da settembre a oggi, in tempi più rapidi rispetto a ogni previsione, gli Houthi hanno conquistato circa 150 chilometri di costa sul Mar Rosso e preso il controllo di Bab el-Mandeb, strozzatura strategica per il commercio mondiale. Soprattutto, mentre anche Hormuz è nell’occhio del ciclone mediorientale.
Per Riad recuperare lo stretto è diventato uno degli obiettivi centrali della controffensiva. Alle decine di migliaia di uomini delle forze yemenite impegnati a terra, l’Arabia Saudita garantisce soprattutto copertura aerea e bombardamenti. Gli Stati Uniti, per ora, si limitano a fornire intelligence e assistenza nell’individuazione degli obiettivi, ma non vogliono entrare direttamente nei combattimenti: Washington ha respinto anche l’ultima richiesta saudita di raid americani, preoccupata di aprire un nuovo fronte mentre resta impegnata nello scontro con l’Iran.
Gli Houthi, intanto, rivendicano il lancio di missili balistici e droni contro impianti di Saudi Aramco a Riad e nell’area petrolifera di Khurais. Sostengono di aver provocato vasti incendi e presentano l’attacco come risposta ai cinquanta precedenti raid aerei e missilistici della coalizione saudita.
La crisi in Medio Oriente tiene in scacco la penisola arabica. Teheran non intende cedere su Hormuz. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf ribadisce che il passaggio non sarà riaperto finché Washington non avrà soddisfatto le sette condizioni fissate dall’Iran nel memorandum provvisorio di giugno. Gli americani insistono con la mediazione del Qatar ma un’intesa appare ancora lontana. «La nostra priorità in questa fase è lo Stretto», insiste il portavoce del ministero iraniano degli Esteri, Esmaeil Baghaei. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi assicura che se gli Stati Uniti accetteranno le condizioni proposte dalla Repubblica islamica, la navigazione potrà tornare normale entro una settimana.
Dalla città israeliana di Ashdod, porto sul Mediterraneo, interviene anche il premier Benjamin Netanyahu. In visita alla base navale con il ministro della Difesa Israel Katz, definisce il mare «un campo di battaglia internazionale»: «Lo vediamo a Hormuz, lo vediamo a Bab el-Mandeb». “Mr. Sicurezza” è in campagna elettorale e avverte che Israele non permetterà minacce ai propri porti e al traffico marittimo nel Mediterraneo. Annuncia quindi il rafforzamento della Marina: più sommergibili, più navi e altre capacità.