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 2026  ottobre 04 Domenica calendario

Alberto Alessi parla della sua carriera

Olio bollente, acciaio, sudore umano. Nell’officina di Crusinallo, a nord del lago d’Orta, dove da più di cento anni il metallo diventa design, l’odore è rimasto lo stesso. «È una delle poche cose che non sono cambiate» assicura Alberto Alessi, presidente dell’azienda di Omegna, mentre sfiora uno dei torni ancora roventi. «Ne ho già tirato fuori un profumo, prima o poi lo brevetterò».
Terza generazione degli Alessi imprenditori, a dicembre Alberto compirà ottant’anni, ma se gli si chiede in quale giorno, ride: «Sulla carta d’identità di oggi c’è scritto il 3. Per i primi quarant’anni, invece, era segnato il 5. Ero il primo figlio, mia mamma era giovane ed ebbe un travaglio terribile. Col tempo si dimenticò il giorno».
Il primo ricordo di un oggetto Alessi?
«Il servizio da tè e caffè Bombé, progettato da mio padre Carlo. Quando andò a chiedere la mano di mia madre Germana, si presentò con quello in dono».
Il padre di sua madre era Alfonso Bialetti, l’inventore della moka.
«E per questo mio padre arrivò con un servizio da caffè: voleva far intendere che era del settore. Ma nonna era una tosta: si raccontava che per controllare cosa facessero i due fidanzatini nella sala fece un foro sulla parete della cucina».

Con due famiglie così, inevitabile che lei finisse a lavorare qui.
«In realtà, avrei voluto studiare architettura o psicologia. Papà però disse Legge: in Cattolica, a Milano. Non ho mai avuto il coraggio di chiedergli perché. Alla mia tesi si presentò col parroco e col sindaco di un paese vicino. “Manca solo il maresciallo”, commentò caustico il mio relatore, Ugo Nicolini».
Lei andò subito in fabbrica?
«Il giorno dopo la laurea. “Hai finito di divertirti, domani si inizia”, disse papà. E mi spedì in Germania da un nostro cliente».
Suo padre la lasciava fare?
«Mica tanto. Per quindici anni mi ha reso la vita un po’difficile. Lui era prudente, io volevo sperimentare».
Una delle prime cose che lei fece in azienda fu inventare, nel 1970, i cosiddetti “multipli d’arte”.
«L’idea era rendere riproducibili le opere, democratizzandole. Replicandole, cioè, sull’acciaio in più esemplari, tutti firmati ma a tiratura illimitata. Coinvolsi grandi artisti: Giò Pomodoro, Pietro Cascella, Salvador Dalí. Fu un fiasco: non si vendevano».
Nemmeno con Dalí?
«Nemmeno con lui. Andai a trovarlo a Cadaqués, in Spagna. Mi ricevette seduto su un divano a forma di grandi labbra, beveva champagne intingendo il dito nel bicchiere. A un certo punto, prese dei fichi secchi per arricciarsi i baffi. Mio zio Ettore, che mi accompagnava, era disgustato».

I fallimenti non l’hanno mai spaventata?
«No. Il design si muove sempre lungo il confine, molto sottile, tra il possibile e l’impossibile, o meglio tra il possibile e il velleitario».
Come si intuisce se quel confine è superato?
«Il punto non è il come, ma il quando. E purtroppo ce ne si accorge quasi sempre troppo tardi. Epperò è solo grazie ai fallimenti che si acquisisce una certa sensibilità».
Conta il giudizio degli altri?
«Sì, anche se non ho mai creduto alle ricerche di mercato; molto meglio affidarsi al rapporto umano. Prenda la caffettiera 9090 disegnata da Richard Sapper. Per mesi ne ho tenuto il prototipo sotto la scrivania: quando arrivava qualcuno, gliela mettevo sotto il naso. Non chiedevo niente: guardavo i loro occhi. Se si illuminavano, voleva dire che eravamo sulla giusta strada».
A presentarle Sapper fu un altro grande designer, Ettore Sottsass.
«Fu lui a rendermi ancora più chiara la responsabilità di un imprenditore: “Ricorda – mi disse – che, producendo milioni di oggetti di uso quotidiano, finite inevitabilmente per influenzare la vita delle persone"».
Uno degli oggetti più prodotti di Alessi è lo spremiagrumi disegnato da Philippe Starck. Come nacque?
«Per posta. Con Philippe stavamo lavorando all’idea di un vassoio, quando un giorno d’estate mi spedì una busta. Dentro, c’era una lettera, insieme a una tovaglietta da ristorante macchiata di sugo. Era a Capraia, stava mangiando calamari: spremendoci sopra il limone, ebbe quest’idea. Conserviamo ancora quel foglio nel nostro museo: appena lo vidi, capii che avrebbe funzionato».

Dopo un secolo di design è più difficile inventare?
«Certo. Lavoriamo su oggetti che esistono da tanto: una coppa, un piatto, una posata hanno avuto secoli per perfezionarsi. La funzione ormai cambia poco; ciò che continua a cambiare è il modo in cui si prova a reinterpretarla».
Se le forme si ripetono, come si riconosce allora un oggetto di design?
«Dalla capacità di rappresentare lo spirito della propria epoca. Dipende da lì buona parte della sua fortuna e della sua durata nel tempo».
Anche per Alessi i tempi sono cambiati: oggi il fondo di private equity Oakley Capital controlla il 51% dell’azienda.
«Si tratta di due culture molto diverse: loro vengono dal mondo della finanza, noi da quello della creatività. La sfida è rendersi complementari, ricordando sempre la nostra identità».
Il futuro di Alessi sarà ancora a Omegna?
«Per forza. La mia famiglia è qui da quattro secoli: nel 1630 un certo Giovanni Alessi sposò Caterina Gozzano, in Valle Strona. Erano pastori. Da lì siamo scesi verso il lago e non ci siamo più mossi. Io, a quasi ottant’anni, sono ancora qui ogni mattina: un buon motivo per alzarmi è sapere che incontrerò un progettista con una nuova idea».
E lei, di oggetti, ne ha mai disegnati?
«Uno solo: la bottiglia del vino della mia cascina. Ma è copiata da un vecchio schizzo di Leonardo».
È triangolare.
«E dunque non è impilabile: si vede proprio che non sono un designer».