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 2026  ottobre 04 Domenica calendario

Deficit da 50 anni, debito al 119 per cento. La crisi della Francia alimenta la rivolta

La finanza globale sta presentando il conto all’Eliseo. I mercati hanno smesso di concedere sconti e osservano con timore il baratro dei conti pubblici transalpini, complice l’incertezza elettorale. I numeri delineano una voragine sistemica con un debito schizzato a 3.595,5 miliardi di euro, cifra pari al 119% del Pil. Un valore che costituisce il livello record dal 1946 e traccia una proiezione verso il 121,7% nel 2027. A giugno scorso la Corte dei Conti francese ha azzerato ogni prospettiva ottimistica, certificando nel suo ultimo rapporto «una netta riduzione del deficit nel 2025, insufficiente per arrestare la progressione del debito verso un livello record». L’Europa intera osserva in apprensione il malato di Parigi, temendo un contagio.
Le indulgenze istituzionali appartengono al passato. Nel 2016 l’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker giustificò l’ennesima clemenza sui parametri di bilancio concessa a Parigi con un laconico «Parce que c’est la France». La compiacenza comunitaria si infrange oggi sulle vendite di titoli sovrani, delineando un sorpasso storico sui terminali delle sale operative mondiali. Il differenziale di rendimento tra gli Oat decennali francesi e il Bund tedesco frantuma i massimi dell’ultimo decennio, arrivando a toccare quota 150 punti base. Il confronto in tempo reale con Roma delinea un panorama inedito, dato che nelle stesse ore lo spread tra Btp e Bund si stabilizza in un intervallo più rassicurante compreso tra 110 e 118 punti base. Tradotto: Parigi sborsa per finanziarsi un premio di rischio ben superiore a quello richiesto all’Italia. L’asse franco-tedesco smarrisce il suo pilastro occidentale e gli investitori giudicano il debito francese con la medesima lente applicata ai Paesi periferici del Mediterraneo, punendo un’anomalia statistica e un’inerzia politica protrattasi nei decenni.
I fondamentali macroeconomici fotografano un dissesto strutturale profondo. Da oltre cinquant’anni le finanze pubbliche francesi non registrano un bilancio in attivo, limitate da un apparato statale che drena una quota abnorme del 57% della ricchezza nazionale, distaccando in misura marcata la vicina Germania ferma al 48%. Oltre un terzo del Pil viene assorbito dalla protezione sociale tra pensioni, sanità e sussidi per l’impiego. Le contromisure ministeriali appaiono deboli di fronte a un’inflazione ancorata al 3% e al fardello degli interessi passivi, arrivati a pesare per 79 miliardi di euro sul bilancio dell’anno in corso, destinati a salire a 91 miliardi in pochi anni.
Il deficit rimane bloccato al 5,4% del Pil e il traguardo governativo di una discesa al 5% svanisce al vaglio della Corte dei Conti, istituzione che smaschera il vuoto di un consolidamento fiscale ritenuto illusorio. I magistrati rilevano in via perentoria che «il calo del deficit è esclusivamente imputabile a degli aumenti delle tasse», evidenziando la mancata revisione della spesa strutturale. La voce delle uscite lievita e accresce la voragine statale trascinata da «un costo del debito che rappresenterebbe più di un quarto dell’aumento delle spese».
L’allarme è acuito da un primato negativo tra i partner europei, trattandosi di «un rapporto di debito che è l’unico della zona euro ad aver superato il picco della crisi sanitaria». La raccomandazione finale dei giudici parigini suona come un ultimatum ineludibile, definendo «il ritorno rapido sotto il 3%, tappa necessaria ma non sufficiente per costituire margini di manovra di fronte a futuri shock», in uno scenario nel quale «la Francia rimane il terzo Paese più indebitato della zona euro, dietro a Grecia e Italia».
Questo panorama oscuro coincide con la radiografia tracciata dal Fondo monetario internazionale (Fmi) nelle consultazioni in base all’Articolo IV dell’ultima estate. Le valutazioni degli ispettori di Washington spazzano via la narrazione rassicurante e delineano un’economia sofferente, pur riconoscendo una tenuta di base del tessuto produttivo. Il report ha lanciato un segnale chiaro all’Eliseo in merito all’urgenza di invertire la rotta amministrativa e politica. E ha sancito con fermezza che, «in assenza di ulteriori misure, l’attuale ritmo di aggiustamento sarebbe insufficiente affinché la Francia raggiunga gli obiettivi del suo Piano strutturale fiscale di medio termine». La soluzione indicata richiede un sacrificio non rimandabile. Secondo il Fondo monetario, «la politica fiscale dovrebbe essere ancorata a un pacchetto a medio termine di misure fiscali e riforme di alta qualità per ridefinire le priorità di spesa e migliorarne l’efficienza». Un orizzonte politico ambizioso che però diventa quasi insormontabile data l’attuale panorama elettorale. Primo, perché come ricordato dalla banca statunitense Citi, manca il consenso per portare avanti un’agenda di riforme strutturali. Secondo, perché come invece rammentato dagli analisti di Ubs, la girandola di sfiducia degli investitori è destinata a non diminuire. Vale a dire che nuova volatilità è attesa nei prossimi mesi. Quindi, nuovi costi per lo Stato per prendere a prestito denaro sui mercati obbligazionari. E, fattore non secondario, la richiesta di un sostegno per i bond governativi da parte della Banca centrale europea (Bce) sarebbe possibile solo con fondamentali economici in salute. Difficile per l’Eliseo contare su questo supporto senza un programma di aggiustamento fiscale.
Nella lunga corsa verso le presidenziali 2027 la nazione “intoccabile” scopre una vulnerabilità inattesa e profonda. Il fabbisogno finanziario grava sui cittadini con un prezzo superiore a quello tollerato dal debito italiano. I richiami internazionali invocano riforme impopolari capaci di restituire credibilità a un sistema giunto oltre il punto di non ritorno. E l’urgenza è quella di un’inversione di marcia prima che i compratori di bond decidano di ritirare del tutto la propria fiducia.