repubblica.it, 5 ottobre 2026
Gianmarco Tognazzi parla di sé e di cinema
Gianmarco Tognazzi ha 58 anni. La prima volta che ha messo piede sul set ne aveva 4. Era In nome del popolo italiano di Dino Risi. Da allora ha girato più di 80 film, una trentina di titoli tv (tra serie e show), ha fatto teatro e in tutti questi anni si è dato una regola ferrea: mai rifare quello che aveva fatto papà Ugo.
“Anche a teatro mi hanno proposto di rifare Il vizietto, la Califfa… ma il suo è un livello così alto che non vale la pena provarci perché con tutte le buone intenzioni è inutile tentare di eguagliarlo” dice con disarmante franchezza. Ha fatto però un’eccezione per Ingorgo, la serie italiana che ha ripreso un format spagnolo, ispirato a sua volta al film di Luigi Comencini L’ingorgo del 1979, di cui il padre era uno dei tanti personaggi.
Perché?
“Ho accettato perché non si trattava di un remake, ma di un progetto che aveva solo preso spunto dal film con Sordi, Mastroianni, Ugo e gli altri. Mi incuriosiva vedere come quel meccanismo che portava in scena tanti attori potesse funzionare in una serie che di fatto racconta storie quasi in tempo reale, come un flusso. E poi ero contento di tornare a lavorare con Lucia (Ocone, ndr) con cui ho lavorato spessissimo e molto bene e con due giovani come Gabriele Vagnato e Cecilia Cantarano”.
Il suo personaggio è un tassista apparentemente cinico che si trova a confrontarsi con un ventenne sul tema dell’amore“
“Il tema generazionale è molto interessante. Ci sono tanti temi in questo sketch come l’insofferenza per la microsoglia di attenzione, la provocazione tra una generazione e un’altra. È un modo per spiazzare, il mio è un personaggio che decide di essere burbero, che reagisce da boomer e mostra una durezza che in realtà nasconde tutt’altro. Anche perché spesso sono i giovani a essere più cinici degli adulti. D’altronde questa nostra generazione ha un rapporto con il passare del tempo molto diverso da quello dell’epoca del film di Comencini”.
Lei è un tipo romantico? Sua moglie Valeria come l’ha conquistata?
“Direi proprio di sì. Sono stato fuori controllo per tanti anni dopo un’adolescenza di segregazione in campagna, sono arrivato in città e mi sono ripreso tutto quello che pensavo di essermi perso. Ho avuto una vita sentimentale turbolenta. Poi, quando avevo deciso di rimanere single, ho conosciuto Valeria. È stato proprio un colpo di fulmine. Ero in Sardegna con il mio amico Sergio Cammariere – a cui ho fatto da manager per dieci anni fino all’esplosione del festival di Sanremo nel 2003 – l’ho accompagnato nel suo tour trionfale dopo il terzo posto all’Ariston e dopo il suo concerto a Sassari ho conosciuto Valeria. Non dormii tutta la notte e alle sette del mattino mi presentai fuori dal comune perché sapevo che lavorava lì, sono stato lì davanti per ore, a un certo punto ho comprato un giornale e ci ho fatto un buco per vederla senza essere visto. Niente. Poi attraverso amici comuni ho capito che avevo sbagliato ufficio e per ore avevo aspettato in un’altra sede del comune, a quel punto ci siamo visti, le ho proposto di andare a cena assieme. Lei mi ha detto “assolutamente no” e mi ha messo sull’aereo, ma dopo una settimana in cui ci siamo scritti tutti i giorni io le ho detto ‘vengo questo fine settimana e ti porto via’. E lei mi ha detto di sì. Ventitré anni dopo siamo ancora sposati e abbiamo due figli, Andrea Viola che ora ha vent’anni e poi Tommaso Ugo che ne ha quattordici”.
Torniamo alla commedia. È il genere che ha frequentato di più, quello per cui noi italiani siamo famosi nel mondo… lei ha avuto un punto di vista privilegiato. Come è cambiata in questi ultimi cinquant’anni?
“È un discorso molto ampio. Impossibile fare paragoni tra il sistema cinematografico di allora e quello di oggi. La commedia è cambiata a seconda dei periodi storici e delle mode, negli anni Ottanta c’è stata quella meno graffiante rispetto a quella del decennio precedente, è stato quanto la tv è diventata cinema e la comicità si faceva con il tormentone. Siamo arrivati fino ai film di Pierino che erano i maggiori incassi dell’epoca e hanno portato a una riduzione del mercato, basti pensare che negli anni Settanta il cinema era la seconda industria in Italia, poi non lo è stato più. Che ci fossero le commedie con Lino Banfi ed Edwige Fenech, considerati minori rispetto a quella di Risi, Monicelli, Scola era normale, però negli anni Ottanta tutto si è spostato in quella direzione…”
E poi c’è stata una correzione?
“Sicuramente tra gli anni Novanta e gli anni Duemila si è cercato di recuperare un altro modo di fare la commedia ma mancava quel graffio che c’era stato prima, film che nascevano da una critica feroce, penso a I mostri che è del ’62, alla nostra società e ai suoi vizi. Era una critica dura però suscitava la risata e magari anche un po’ di malinconia. Piano piano quell’approccio e tornato”.
E oggi?
“Oggi siamo in una situazione in cui talvolta il graffio c’è, altre volte no. I meccanismi della commedia vengono agganciati principalmente a un personaggio, penso a Zalone il cui cinismo ricorda, seppure in una chiave diversa, quel tipo di commedia là. Ma è valso anche per Aldo, Giovanni e Giacomo. Non abbiamo più l’abitudine a fare quel tipo di commedia ma rimane nel nostro dna. A me è capitato di incontrarla nei due film che ho fatto con Giorgio Amato Il ministro e Lo sposo indeciso. Sono film in cui ridi ma c’è anche una critica ai vizi e alle debolezze degli italiani. Anche I cassamortari di Claudio Amendola aveva quello stile. Il sistema dell’audiovisivo che riguarda anche fiction, serie, piattaforme, oggi è in preda a una certa confusione, si dice “non è quello che vuole il pubblico”, ma il pubblico va anche guidato. A partire dalla scuola”.
Il suo primo ricordo di set in assoluto?
“Nitidissimo. Sul set di Risi In nome del popolo sovrano con Ugo e Vittorio (Gassman, ndr), girai una scena sulla spiaggia. Tecnicamente risulta come il mio primo contributo artistico: 8 luglio del 1971, girai questa scena al mare, non ricordo più se fosse Sabaudia ma la scena la ricordo benissimo. Il nome non compariva perché era una cosa piccola però quattro anni dopo con L’anatra all’arancia e poi Romanzo popolare erano già ruoli più importantI. Per Ugo il set era gioco e lui ci portava con sé dicendo ‘venite a giocare il gioco di papà’. Era il suo modo di recuperare il tempo che non trascorreva a casa, non certo per farci diventare attori. Il suo era un “ugoismo” che è la più alta forma di altruismo che io ho incontrato, era il suo modo per stare con noi figli. L’ugoismo era l’idea che bisogna stare bene con se stessi e così si sta bene anche con gli altri, molto diverso dall’egoismo”.
Tutti e quattro i figli, anche il suo fratello norvegese Thomas Robsahm che porta il nome della mamma, alla fine hanno fatto cinema. Una questione di dna o di frequentazioni di set?
“Ci sono una serie di componenti. Intanto vivi con un riferimento, h24, che è tuo padre, che era quel personaggio, un antidivo perché Ugo non si comportava assolutamente da divo, in una società che era al contrario di quella di oggi. Oggi un attore si fa la fotografia con un calciatore, allora era il contrario. L’attore di cinema era veramente un personaggio. Mio padre faceva della convivialità intorno alla tavola il centro dell’ospitalità, i tornei del tennis, tutto in funzione del divertimento e dello stare insieme che poi generava una creazione di storie, personaggi, battute anche scontri e confrontI. Questa era la grande forza di quel cinema: produttori, registi, attori condividevano tutto e non a piccoli gruppetti. Ecco crescere in quel mondo portava a una naturale propensione a farne parte, le persone che frequentavano la nostra casa, da Paolo Villaggio a Mario Monicelli, erano parte della mia quotidianità. Vedendoli tutti i giorni c’erano solo due possibilità: amarli o odiarli. Io amavo quell’entusiasmo e dicevo ‘domani voglio farlo anche io’ senza neppure chiedermi se ne avessi la predisposizione”.
Lei in realtà, a parte i primi ruoli da ragazzo, il cinema lo ha cominciato a fare come operatore alla macchina
“In adolescenza ho avuto parecchi scontri con mio padre e presi mio fratello Ricky come esempio. Perché Ugo aveva un rapporto fantastico con i bambini, essendo un po’ bambino anche lui, e con gli adulti, mentre odiava l’adolescenza perché in adolescenza non sei né adulto né bambino, quella via di mezzo in cui hai la presunzione di sentirti grande senza l’esperienza per lui non funzionava. Infatti, tutti noi fratelli abbiamo avuto rapporti contrastanti con Ugo in adolescenza, io più di tutti. Avendo visto Ricky che studiava cinematografia volli seguire il suo esempio, mi feci bocciare a scuola per prendere il treno e andare a Roma a studiare come operatore alla macchina. Avevo iniziato come assistente volontario sul set di Claudio Risi, avevo letto sul giornale dello Spettacolo che stava preparando un film, mi sono fatto dare il numero l’ho chiamato e gli ho chiesto di essere il suo assistente volontario. Anche perché Ricky come aiuto regista poi veniva chiamato anche come attore. A me piaceva stare sul set, qualsiasi cosa mi facessero fare a me andava bene”.
E la svolta quale è stata?
“Mentre ero sul set come assistente alla regia del film di Claudio Risi Windsurf – il vento nelle mani con Pierre Cosso e Lara Nakszyński al Circeo. I Risi erano molto amici dei Vanzina, si sentirono e dissero “c’è quì Gianmarco che fa l’assistente alla regia” e a Carlo Vanzina venne l’idea di chiamarmi per fare Vacanze in America, era il 1984 il mio primo film senza Ugo. Non avevo nessuna preparazione, ero molto timido ma dissimulavo, usavo un’estroversione eccessiva per coprire la mia timidezza e il terrore di sbagliare. Per anni ho fatto così testandomi facendo le cose. Arrivò Sposerò Simon Lebon, poi la serie con Margherita Buy e Luca Lionello, Versilia 1966… sei mesi sul set. Certe cose erano buone, altre meno ma mi buttavo, non mi tiravo indietro”.
Poi è arrivata la tv
“Sì, quella mi ha dato popolarità ma mi ha anche fatto capire cosa volessi veramente. Come presentatore ho fatto la trasmissione su Canale 5 la domenica con Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Enrica Bonaccorti, Sandra e Raimondo in cui io avevo la mia parte sui giovani Fan club e poi arrivò il festival di Sanremo e io diventai all’improvviso un personaggio nazional popolare… al di là della figura di merda di Sanremo. C’erano le ragazzine sotto casa, i poster… le capacità erano sempre le stesse ma nel frattempo ero diventato un personaggio. Sanremo, a cui io devo tutto, è stata l’occasione per chiedermi ‘ma è questo quello che voglio?’ Da lì decisi di rinunciare a tutte le proposte televisive e sono tornato a fare l’assistente alla regia, mi sono messo a studiare recitazione con Beatrice Bracco. Tutto è cambiato con lei, ho iniziato a lavorare in teatro, Ricky mi vide in Crack, mio padre cambiò totalmente opinione… perché fino ad allora era stato impaurito dal fatto che facevo un po’ tutto quello che capitava. Grazie a questa nuova consapevolezza sono cresciuto, con le opportunità che mi sono state date”.
Ci sono ruoli o occasioni che rimpiange?
“No, io ho fatto tutto quello che mi è stato proposto e che andava bene per me. Le opportunità che ho avuto sono legate anche ai progetti che ho fatto, certo sono soprattutto un attore di commedia però per esempio dopo Romanzo criminale mi proposero solo personaggi aberranti, traditori, il poliziotto corrotto, il magistrato dei servizi segreti, Uriah Heep di David Copperfield perché poi il cliché ti ingabbia. Come quando abbiamo fatto coppia con Alessandro Gassman prima a teatro con il grande successo di A qualcuno piace caldo, poi al cinema non venivamo più considerati individualmente… fu il motivo per cui ci fermammo. E la gente ci chiedeva: Avete litigato? No, anzi sì perché noi abbiamo sempre litigato ma certo senza determinare la fine di un’amicizia. Ci siamo separati per ritrovare la nostra identità poi dopo dieci anni, quando De Laurentiis ci ha chiesto di fare il cinepanettone, non abbiamo avuto problemi a tornare insieme”.
A Venezia ha presentato un corto su un tema molto complesso e delicato, “Il primo della classe”. Come è difficile il ruolo del genitore oggi?
“È un corto che affronta il tema dell’intelligenza artificiale, di come può confonderci le idee su cosa è vero e cosa è falso. Interpreto un genitore che si trova nella difficile situazione di scegliere se credere o no a suo figlio, si interroga sul fatto se un ragazzo apparentemente così equilibrato può aver fatto quello che si vede in un video, che lo accusa. Sono stato contento di aver fatto quell’esperienza lavorando con attori molto giovani e anche con il regista Andrea Ricciotti. Mi interessa il rapporto tra genitori e figli. Siamo stati iperprotettivi con i nostri figli e oggi ne paghiamo le conseguenze, l’idea di genitori che vanno a scuola a redarguire i professori è qualcosa di sconvolgente, come nei campi da calcio i padri che si lamentano con i mister… Siamo una generazione che paga le conseguenze di aver instaurato dei rapporti genitori – figli squilibrati. I miei figli, ma lo vedo anche altrove, con gli altri sono educatissimi, con me sono dei mostri… mio figlio da bambino lo chiamavo “il malvagio” eppure è il bambino più sensibile che conosciamo. Tutti fatichiamo nella gestione con i nostri ragazzi seppure siamo stati cresciuti da genitori con cui c’era un rapporto di rispetto assoluto. Da genitori dobbiamo fare molta autocritica”.