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 2026  ottobre 05 Lunedì calendario

La corsa per creare un reattore nucleare sulla Luna

Il termine massimo è dicembre 2030. La richiesta: creare un reattore nucleare in grado di resistere a un viaggio spaziale e, soprattutto, di funzionare senza manutenzione in prossimità del polo sud della Luna. A formularla è stata la Nasa, che lo scorso agosto ha richiamato all’ordine tutte le aziende appaltatrici. Il motivo della «fretta»? Russia e Cina lavorano a un progetto concorrente, con l’obiettivo di avere un reattore operativo entro il 2036.
Ed ecco che Washington cerca di accelerare. Il progetto a cui sta lavorando l’America, denominato «Lunar Reactor 1», dovrebbe produrre circa 20 kilowatt e funzionare per cinque anni senza interventi umani. Una potenza relativamente modesta sulla Terra, ma che sulla Luna potrebbe rivelarsi preziosa. Lì, infatti, ogni fonte di energia deve essere trasportata dalla Terra per centinaia di migliaia di chilometri. Un reattore potrebbe produrre elettricità giorno e notte, alimentando rover, strumenti scientifici, sistemi di comunicazione e – in prospettiva – infrastrutture destinate a sostenere una presenza umana stabile.
Aspetti pratici che, però, celano anche ambizioni geopolitiche. Stati Uniti e Cina puntano a stabilire una presenza permanente sulla Luna e guardano con particolare interesse alle regioni del polo sud. Questo perché proprio lì potrebbe trovarsi ghiaccio d’acqua. Una risorsa che potrebbe essere utilizzata per sostenere gli astronauti, ma anche trasformata in ossigeno e idrogeno, rendendo possibili nuove missioni e riducendo la quantità di materiali da trasportare dalla Terra.
Un progetto ambizioso, che presenta però non pochi ostacoli. Il primo riguarda il trasporto: prima di produrre energia sulla Luna, il reattore dovrà essere portato fin lassù. I programmi prevedono che gli impianti rimangano spenti durante il lancio e vengano attivati soltanto dopo l’arrivo sulla superficie lunare. Una soluzione che riduce sensibilmente il rischio radiologico, perché il combustibile non ancora utilizzato è molto meno pericoloso di un reattore già operativo. Ma questo non significa che il problema sia risolto. Un incidente durante il lancio potrebbe provocare la caduta del veicolo sulla Terra. E, una volta sulla Luna, un grave guasto potrebbe rendere inutilizzabile l’area circostante e complicare future attività scientifiche o operative. Il secondo problema è più pratico: le basi lunari non esistono ancora. Assenza che non ci consente di sapere, per ora, quanta energia sarà realmente necessaria. Ma anche se siamo davvero in grado di installare e far funzionare un reattore in condizioni di bassa gravità.
Nonostante i dubbi, però, la Russia punta a completare entro il 2036 un proprio reattore lunare, denominato «Selena», nell’ambito della collaborazione spaziale con la Cina. Il sistema dovrebbe generare fino a 10 kilowatt e funzionare autonomamente per circa dieci anni. Ambizione che solo il tempo dimostrerà se sarà effettivamente realizzabile. Intanto, però, nella corsa con l’America, Mosca parte da un vantaggio storico: durante la Guerra fredda, l’Unione Sovietica aveva già portato in orbita più di trenta reattori, soprattutto a bordo di satelliti. Gli Stati Uniti, invece, dopo aver lanciato un reattore nel 1965, non ne hanno più fatto funzionare un altro nello spazio, nonostante decenni di investimenti nella ricerca sull’energia nucleare per le missioni spaziali. La questione, quindi, non riguarda soltanto chi arriverà per primo sulla Luna, ma chi riuscirà per primo a creare un’infrastruttura capace di restarci.