corriere.it, 5 ottobre 2026
La Cina espande (in segreto) la sua presenza militare: la base aerea nel Laos e l’isola fortezza di Antelope
Xi Jinping sembra impantanato in una lotta continua contro i suoi generali, accusati di corruzione e anche di cospirazioni politiche. Ma l’Esercito popolare di liberazione continua, infaticabile e rapido, la lunga marcia di penetrazione nei Paesi confinanti e nel Mar cinese meridionale.
L’ultima prova di questo espansionismo è in Laos. Immagini satellitari mostrano che in un solo anno di lavori il genio militare di Pechino ha costruito una base aerea a Ban Keun, circa 50 km a Nord della capitale laotiana Vientiane. Negli Anni Sessanta del secolo scorso in quella località gli americani avevano una pista rudimentale utilizzata per la guerra del Vietnam, ma poi il terreno era tornato ad essere coltivato dai contadini del Laos. Ora, l’agenzia Reuters ha pubblicato foto riprese da satelliti commerciali Vantor che evidenziano come i cinesi abbiano fatto molto più rispetto al vecchio campo d’aviazione polveroso, tracciato nel terreno dagli americani come base per voli clandestini.
Paragonando le immagini scattate alla fine del 2025 con quelle di oggi si nota che al posto dei campi verdi c’è una grande striscia asfaltata per decolli e atterraggi, affiancata da una «taxiway», la superficie di un aeroporto riservata al movimento a terra degli apparecchi, e un «apron», piazzale di sosta. Ai bordi dell’installazione si vedono edifici. I lavori di approntamento sono ancora in corso e a questo ritmo saranno completati nella primavera del 2027.
Pechino ammette di essere dietro l’opera. Ma sostiene che la base servirà solo come «Centro congiunto Cina-Laos di sostegno e addestramento» e ospiterà «l’Accademia aeronautica dell’Amicizia tra i due Paesi», destinata a formare piloti laotiani. «Non c’è alcun progetto contro terze parti», assicura la Difesa cinese.
«Il fatto che si tratti di un centro di supporto e addestramento congiunto suggerisce che l’aeronautica militare cinese vuole dotarsi di un punto logistico per sostenere proprie forze presenti a rotazione sul territorio del Laos», ha detto alla Reuters Rachel Vandenbrink, analista dell’Australian Strategic Policy Institute.
L’Esercito popolare cinese ha già una base navale a Ream in Cambogia, operativa dall’aprile 2025. E dal 2017 gestisce a Gibuti, nel Corno d’Africa, un’installazione navale che secondo Washington nel corso degli anni è stata ampliata con attrezzature di sorveglianza aeronavale e ultimamente rafforzata con l’invio di un contingente di circa 400 fanti di marina. A Gibuti, allo sbocco del Mar Rosso insidiato dagli Houthi yemeniti c’è anche la base americana di Camp Lemonnier e secondo l’intelligence Usa i cinesi dal loro avamposto usano raggi laser per fare prove di «disturbo».
Gli Stati Uniti, che dalla fine della seconda guerra mondiale hanno agito come i «poliziotti» dell’ordine internazionale, mantengono circa 750 installazioni permanenti in 80 Paesi, con una popolazione di 170 mila militari di tutte le armi. In più, il Pentagono controlla almeno altri 50 siti, più piccoli, che funzionano come «trampolini» per addestramento e operazioni rapide: in gergo sono noti come «lily pad», un nome delicato che significa «foglia di ninfea» ma cela un potenziale bellico micidiale.
Di fronte al gigantismo degli Stati Uniti la presenza all’estero dell’Esercito cinese è ancora da nano. Però, in un rapporto del dicembre 2025, il Pentagono ha sostenuto che Xi Jinping sta organizzando un grande ampliamento dei suoi orizzonti militari all’estero. Il dossier elencava 22 Paesi dove Pechino avrebbe in mente di stabilire una presenza armata.
Secondo il dossier Usa Xi ha chiesto al presidente del Gabon una base nel Golfo di Guinea e ci sono segnali di interesse per siti in Angola, Guinea Equatoriale, Kenya, Mozambico, Namibia, Nigeria, Seychelles, Salomone, Vanuatu, Bangladesh, Pakistan, Cuba. Sono tutti Paesi dove la Cina ha investito grandi quantità di denaro in infrastrutture e commerci, per le quali può chiedere in cambio approdi militari. Nell’elenco americano non era presente il Laos e questo rende ancora più sorprendente la rilevazione della base aerea «congiunta».
La presenza più impressionante (e inquietante) dell’apparato militare di Pechino è nelle isole del Mar cinese meridionale, che la Repubblica popolare reclama quasi per intero nonostante si estenda per migliaia di miglia dalle sue coste. Dal 2012 è partita la strategia delle isole artificiali. Sette atolli alle Spratly e uno alle Paracel (che in mandarino si chiamano Nansha e Xisha, Isole del Sud e dell’Ovest) sono stati coperti da colate di cemento dove sono stati allestiti moli per le navi da guerra, piste da tre chilometri per il decollo degli aerei, radar e batterie missilistiche. In sostanza secondo gli analisti occidentali si tratta di «portaerei inaffondabili» in grado di sfidare quelle della flotta americana basata in Giappone. I nomi inglesi di alcune di quelle isole-fortezza suonano ironici: Mischief, che significa più o meno «Furbata» e Fiery, «Infocata».
Pechino non nega i grandi lavori alle Spratly, ma oltre a sostenere che sta costruendo «nel cortile di casa», assicura che a Meiji (il nome in mandarino di Mischief) e nelle altre isole artificiali sta sorgendo nel mare una rete di fari, centri di ricerca e soccorso, stazioni meteo. «Utili a tutti», promette la diplomazia cinese.
L’ultima prodezza dei costruttori di Xi è visibile (sempre sulle foto satellitari) ad Antelope Reef, nell’arcipelago delle Paracel.
Antelope Reef
Nel 2025 sono state scoperte improvvisamente una ventina di draghe che nel giro di tre mesi hanno aggiunto al Reef (la scogliera semisommersa) terra e sabbia per un’estensione di circa 15 chilometri quadrati. I battelli draga hanno agito in segreto, tenendo spenti i «transponder» di segnalazione. L’operazione è proseguita, al «letto» di sabbia è stata aggiunta ghiaia e poi cemento. Poi sono state collocate delle gru da cantiere e le rilevazioni di questo autunno dicono che entro metà 2027 anche Antelope sarà una base dotata di moli navali e campo d’aviazione: un altro avamposto con la bandiera rossa nel gioco del domino per il Mar cinese meridionale.