Corriere della Sera, 5 ottobre 2026
Leo Spitzer, esattezza e desiderio
Un maestro problematico. Così lo vedeva Pier Paolo Pasolini, che pure utilizzò per tutta la vita i suoi strumenti di lettura e di analisi. Fatto sta che Leo Spitzer ebbe in Italia una schiera di ammiratori e prosecutori più o meno dichiarati, a cominciare da Benedetto Croce e da Benvenuto Terracini per finire con Dante Isella, Cesare Segre e, appunto, Pasolini, oltre a Pietro Citati, Pier Vincenzo Mengaldo, Franco Moretti e, a suo modo, Edoardo Sanguineti: e tutti per motivi diversi, compreso uno storico come Carlo Ginzburg. Austriaco ma cittadino del mondo, poliglotta che sapeva esprimersi in cinque lingue (oltre al suo tedesco, il francese, l’inglese, lo spagnolo, l’italiano) e soffermarsi con eguale competenza sulle relative letterature, nacque a Vienna nel 1887 da una famiglia benestante (il padre era commerciante del legname) di origine israelitica, studiò filosofia avvicinandosi presto al linguista svizzero Wilhelm Meyer-Lübke, un’autorità nel campo nella grammatica e dell’etimologia, che sarebbero diventate campi di semina e di raccolta per Spitzer. È probabile che a quelle origini linguistiche risalisse il suo gusto e poi la passione del dettaglio che gli permetteva di muoversi dal minimo verso la totalità dell’opera letteraria: da un tratto sintattico di Racine, da una scelta lessicale di Proust, da un ritmo dantesco, da una formula prosodica di Manzoni risalire a una costellazione ricca di significati. Mai il contrario, come invece amava fare l’altro gigante della critica, suo quasi coetaneo, il tedesco Erich Auerbach. Su questo asse che conduce dal particolare all’universale si fonda il magnifico ritratto che di Spitzer disegna Riccardo Donati (Leo Spitzer. Un profilo intellettuale, Carocci editore). Magnifico perché partecipe (Donati lo chiama lungo tutto il libro con il nome di battesimo, Leo, e questo eccesso di confidenza è forse l’unico appunto che gli si può fare) ma non privo di quei chiaroscuri che sempre contribuiscono a definire il genio.
A chi ne sapesse poco, basterebbe dire che Spitzer fu il maggior fautore e innovatore della stilistica, la disciplina critica che privilegia, nell’avvicinarsi a un testo letterario, l’osservazione dello stile, ritenendo che sia lo stile (certo in relazione alla materia) a definire l’unicità di un’opera. Cosa che di per sé potrebbe risultare eversiva in un tempo, il nostro, in cui trionfano i contenuti dimenticando che il testo letterario è essenzialmente un prodotto linguistico. È vero che all’epoca di Spitzer in Italia il suo amico Croce predicava tutto l’opposto, puntando sui valori ideali dell’opera, ma ciò non ha impedito ai due di stimarsi e di frequentarsi.
Eppure, Spitzer non doveva essere un carattere facile, problematico, appunto, estroverso ma non sempre conciliante, un carattere che lo rendeva talvolta inviso ai colleghi avuti nel corso della sua prestigiosa carriera accademica, da Vienna, a Bonn, a Marburgo, a Colonia, dove venne nominato nel 1931 grazie al successo dei suoi studi. In quella Germania, Spitzer non esitava a dichiararsi internazionalista e pacifista, posizione che, unita allo stigma razziale, nel ’33 lo costringerà all’esilio prima a Istanbul e poi negli Stati Uniti con la solidarietà di Croce che «all’amico» nel 1934 dedicherà i suoi saggi su Goethe. E proprio a don Benedetto si deve, nel 1954, la prima uscita italiana di Spitzer, presso la casa editrice Laterza.
L’attività, lo sguardo e la prospettiva di Spitzer sono duplici: da una parte si indirizzano verso la lingua comune e dall’altra verso l’applicazione alla letteratura; da una parte verso l’espressività collettiva e dall’altra verso quella individuale degli scrittori. Sono due direttrici (lo stile della lingua e la lingua dello stile) che in realtà si intrecciano, per Spitzer, almeno nella prima lunga fase di studi. E convivono sulla base di un solo principio che mostra un atteggiamento niente affatto elitario su cui Donati richiama la nostra attenzione: come i testi letterari, anche le parlate e le scritture popolari sono degne di un’indagine stilistica che ne faccia affiorare lo spirito. Il motto di Seneca «oratio vultus animi» (l’espressione è rivelatrice della personalità) vale per le comunità così come vale per gli autori singoli. Per questo Spitzer è un gran frequentatore di testi popolari anche anonimi oltre che lettore di Racine, Rabelais, Dante, Villon, Cervantes, Goethe, Leopardi, Verga, Proust, Céline, Whitman, Poe, Valéry ecc. L’equazione oratio-animus, che gli ha procurato il rimprovero di psicologismo, in effetti dà conto della relazione con le analisi freudiane contemporanee: filologia, linguistica e psicologia, avverte Donati, sono per Spitzer «campi del sapere profondamente compenetrati».
Sul primo versante (lingua comune), si può facilmente ricordare una famosa indagine nata da un’occasione biografica tutt’altro che piacevole sul piano morale. Siamo nel settembre 1915 quando l’ufficiale Leo Spitzer viene chiamato a lavorare presso l’Ufficio centrale della censura postale dell’esercito austriaco: si occuperà della corrispondenza dei prigionieri di guerra italiani per cassare i riferimenti alla fame e salvaguardare così l’onore imperiale. Nel passare in rassegna migliaia di lettere, l’estro di Spitzer trasformerà quell’incombenza in un doppio contributo diventato fondamentale per gli studi linguistici sul passaggio dall’oralità dialettale alla scrittura, sulle formule convenzionali ricorrenti, sugli escamotage per aggirare la censura (le perifrasi del concetto di fame), sulla psicologia che si celava nell’urgenza espressiva messa in atto a fini pratici. «Non esito quindi ad associare il Roman de la rose, Rabelais, Reuter, Francesco d’Assisi e i prigionieri di guerra: mi basta che tutti quanti abbiano COMPOSTO VERSI, colando le proprie sensazioni negli antichi stampi della stilistica popolare, loro tramandati dalla tradizione della lingua», scriveva Spitzer in una nota da cui si capisce come per lui il popolo esprima poesia esattamente come il poeta. Lungi però dall’avere un’idea romantica dell’arte (niente di più lontano da lui la lettura impressionistica), sosteneva che il modo di esprimersi dei molti non è mai mero documento ma attestazione di una esperienza creativa irriducibile.
Esperienza (Erlebnis) è parola chiave valida per le lettere dei prigionieri analfabeti come per i Malavoglia (memorabile il suo saggio sull’erlebte Rede, l’indiretto libero definito discorso vissuto). Ecco perché Spitzer si sofferma, per esempio, sui nomignoli con cui sua moglie Emma chiamava il figlio Wolfgang: Il piccolo Puxi è giustamente per Donati uno dei testi più suggestivi del Novecento europeo, breve trattatello sul «linguaggio di una madre» e sul suo mondo familiare, dove l’atto giocoso di nominare il bambino, spia di dinamiche psicologiche profonde, rispecchia un istinto primitivo di amore, protezione, sollecitudine.
«Sua caratteristica è di far convergere sulla pagina più metodi assieme» ha scritto Mengaldo. «Il metodo è l’esperienza» amava ripetere Spitzer. Desiderio ed esattezza, insiste Donati, sono le due spinte che ispirano il critico e il lettore che fa coincidere etica, estetica ed eros. Nell’esattezza c’è il linguista, nel desiderio la libertà della curiositas e dunque il piacere del testo: leggere rileggere rileggere ancora è il suo principio, partire dalla lettera dell’opera, spaziare finché si vuole e tornare sempre al testo (per goderne) è l’altro proposito. Per godere di un’opera bisogna capirla e però anche saperne assaporare il tessuto sonoro, perché la suggestione acustica (che appartiene anche alla prosa, per esempio a quella dello Zibaldone) viene meno soltanto nelle opere mediocri. Non nelle grandi opere come il Cantico delle creature di Francesco, che Spitzer ha tanto studiato e amato e goduto. Non può sorprendere il fatto che il godimento è un regalo offerto non solo dalle opere letterarie ma anche dalla capacità investigativa e induttiva della critica. Quella di Spitzer è nella pazienza di leggere e rileggere finché arriva il famoso clic, lo scatto che fa accendere la scintilla, il momento in cui a bocca aperta esclami: «Ma guarda!». Molto legato all’Italia, dove trascorse negli ultimi anni le sue vacanze stive, Spitzer morì nel 1960 a Forte dei Marmi, dove avrebbe voluto stare anche dopo la morte.