Corriere della Sera, 5 ottobre 2026
Pace sospesa tra Helsinki e Yalta
Tutto lascia pensare che Vladimir Putin non sia interessato a una nuova conferenza di Helsinki e, quindi, al dialogo con gli europei. La sua attenzione politica è altrove: al confronto in corso tra Donald Trump e Xi Jinping. Un accordo multilaterale sulla sicurezza, come quello concluso nel 1975 in Finlandia, figura tra le poche proposte per fermare la guerra in Ucraina.
È un’idea ricorrente anche in Italia. Il primo a evocarla, già nel 2022, all’indomani dell’attacco russo a Kiev, fu Pietro Parolin, Segretario di Stato del Vaticano. L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Goffredo Bettini, esponente del Pd, in una lettera pubblicata dal Corriere lo scorso primo ottobre. Si riferiscono all’«Atto finale di Helsinki», sottoscritto il primo agosto del 1975 nella capitale finlandese da 35 Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Unione sovietica. All’epoca si pensò che quel patto potesse accelerare la distensione tra i due blocchi, terminando, o almeno attenuando, la Guerra Fredda. Uno degli artefici fu Henry Kissinger, Segretario di Stato, per conto del presidente Usa Gerald Ford. Da Mosca arrivarono il Segretario generale del Partito comunista sovietico, Leonid Brezhnev e il suo ministro degli Esteri, Andrej Gromyko.
Le trattative furono complicate, ma produssero un testo magnifico, diviso in 10 principi fondamentali. Uno meglio dell’altro. Ecco quelli più importanti. Tutti i Paesi si impegnano a riconoscere la sovranità e l’integrità territoriale degli altri. Si esclude l’uso della forza per risolvere i contenziosi politici o per modificare i confini. Ogni Stato deve essere libero di aderire a qualsiasi organizzazione multilaterale, anche a scopo di difesa. Tutti avrebbero dovuto rispettare i diritti umani.
In realtà, con quell’intesa, gli Usa e tutti i governi europei cristallizzarono la divisione del Vecchio continente. La distensione non durò molto e, subito dopo, le dittature comuniste nell’Est intensificarono la repressione dei dissidenti. In sostanza, nessuno dei principi proclamati dall’Atto di Helsinki fu applicato oltre la Cortina di ferro. La domanda di oggi è: potrebbe funzionare la replica di quel modello con Vladimir Putin al Cremlino? Se guardiamo a ciò che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, la risposta è «no». Il presidente russo non ha rispettato l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina. C’era un contenzioso politico, economico, culturale, linguistico o qualunque altra cosa con Kiev? Bene: Putin avrebbe potuto accettare il confronto che gli era stato proposto, tra dicembre 2021 e gennaio 2022, prima da Joe Biden, poi da Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Olaf Scholz. Invece ha inviato i carri armati per liquidare il governo di un altro Paese.
Non basta. C’è una questione ancora più stringente che riguarda questi giorni, queste ore. Helsinki ’75 definì lo status quo in Europa. Putin potrebbe ottenere lo stesso risultato subito nell’Ucraina occupata, se accettasse l’offerta di Volodymyr Zelensky: tenetevi la parte di Donbass che avete conquistato con la violenza e congeliamo la situazione. Quanto ai diritti umani, è evidente la continuità tra Urss e Russia nella crudele repressione dei dissidenti. Basta sostituire i nomi di Vladimir Bukovski, dodici anni recluso in carcere, negli ospedali psichiatrici sovietici, con quello di Aleksei Navalny, l’attivista morto in una prigione della Siberia, nel febbraio del 2024, mentre scontava una condanna in condizioni durissime. Avvelenato dal regime, secondo le accuse formali di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi.
Certo, i sostenitori di una Helsinki ’26 (o ’27) potrebbero rispondere che occorre comunque provarci: Putin potrebbe sempre cambiare idea e accettare, seguendo l’esempio di Brezhnev. È una posizione non solo legittima, ma anche molto importante in questa fase, perché è necessario alimentare la discussione sulle possibili soluzioni diplomatiche. Nel resto d’Europa, come in Italia. Tanto all’interno della coalizione del governo Meloni, quanto nel Campo largo. Non dovremmo parlare solo di riarmo.
Nello stesso tempo, però, non possiamo ignorare le dinamiche delle relazioni internazionali. Innanzitutto, Putin non appare precisamente in modalità negoziato. I media americani hanno rivelato il suo piano per colpire «senza pietà» gli impianti energetici per stroncare la resistenza ucraina. Zelensky annuncia che, se non si arriverà a una trattativa, proverà a fare la stessa cosa nel territorio russo. La guerra non si ferma. Putin non pare interessato a una nuova Helsinki, cioè a una trattativa globale sulla sicurezza che chiami in causa anche l’Unione europea più Regno Unito e Norvegia. Piuttosto il numero uno del Cremlino osserva con grande attenzione la dialettica tra Donald Trump e Xi Jinping. Il presidente americano punta a formare una sorta di cupola mondiale per riassestare gli equilibri del pianeta, scossi dal conflitto in Ucraina e da quello con l’Iran. Trump considera, inevitabilmente, il leader cinese come il suo interlocutore obbligato. Ma, lo ha annunciato diverse volte, vorrebbe riservare un ruolo, ancora da definire, allo stesso Putin. Non è chiaro se Usa, Cina e Russia intendano dare vita a una nuova Yalta, l’intesa tra Stati Uniti, Regno Unito e Urss che nel 1945 disegnò i nuovi equilibri geopolitici per il dopoguerra. Il dibattito tra storici e analisti è in corso.
Quello che appare evidente, invece, è che né Trump, né Putin e forse neanche Xi Jinping stanno creando le condizioni per arrivare a una conferenza internazionale di pace, a una nuova Helsinki. È un quadro politico oggettivamente difficile per la diplomazia. Non è un caso se negli ultimi anni sono falliti diversi tentativi di mediazione per fermare la guerra in Ucraina. Ci hanno provato il Vaticano, la Svizzera, l’Arabia Saudita, la Turchia e, in ordine sparso, Francia e Germania, nonché lo stesso Trump.
Ma adesso per gli europei il problema è ancora più ampio: come non farsi tagliare fuori dal triangolo Usa-Cina-Russia. Il rapporto tra le tre potenze si basa solo sui rapporti di forza. Una logica molto lontana dai mirabili principi di Helsinki. Purtroppo mai attuati.