Corriere della Sera, 5 ottobre 2026
Intervista a Massimo Ranieri
«Se tutti i libri tornassero alberi/se la matita tornasse intera/questa canzone parole su fogli/ Quando la musica ancora non c’era». Comincia così Il giorno prima, la nuova, bella, canzone che Massimo Ranieri ha inciso e che da venerdì è raccontata in un elegante video di Roberta Torre.
Sembra la versione musicale di Benjamin Button. Il mondo all’indietro, il mondo come avrebbe potuto essere. Noi qui facciamo lo stesso viaggio nel tempo, ma dalla parte purtroppo reale.
«Questa canzone il tempo te lo sbatte in faccia. Ho deciso di inciderla dopo avere letto i primi versi. Questa idea del viaggio all’indietro, le sliding doors, mi ha immediatamente colpito: il problema del tempo è come reagisci al suo scorrere. Vedi, sul terrazzo ho il sacco da boxe, l’ho portato dallo spettacolo su Marcel Cerdan, grande pugile. Ma ora faccio più fatica, ogni giorno di più. Il corpo va in una direzione, la testa, per fortuna, in un’altra».
Cominciamo il nostro viaggio da via del Pallonetto 41, la casa di Napoli in cui sei cresciuto.
«Dio mio. Ogni tanto ci passo davanti per vedere come è diventata. Ma non sono mai riuscito a entrarci. Era all’ultimo piano, la mia casa. Ci si arrivava passando per un corridoio sempre buio, mia madre mi chiamava per orientare il mio cammino. Eravamo sei figli e i nostri genitori. Tutti in una sola stanza: una stanza e un cesso, non un bagno. Mia madre mi lavava in una bagnarola nel corridoio del condominio».
È vero che eravate talmente tanti che tu non conoscevi tuo nonno?
«È vero. Pensa che l’ho conosciuto come cliente della vineria dove lavoravo da bambino. Avrò avuto sette anni. Il proprietario un giorno mi disse di portare un quartino a un signore anziano che stava seduto da solo, sul tavolo un pezzo di formaggio: man mano che mi avvicinavo sentivo qualcosa dentro, qualcosa di inspiegabile, come se quella persona sconosciuta mi attirasse. Lui aveva la pelle bruciata dal sole, faceva le cozze, per lavoro. Mi scruta in silenzio e poi mi dice in dialetto: “Tu sei il figlio della Peppa? Sei Gianni?”. “Sì”, ho risposto io con la voce strozzata. Ancora un silenzio e poi lui mi dice solo: “Sono tuo nonno”».
Tuo padre comprava un melone al mese...
«...Se tutto andava bene. E quando c’era si faceva festa, diventava un momento di aggregazione. Il melone significava un istante di felicità, sentirsi come gli altri. Mio padre lavorava all’Italsider, si alzava alle cinque del mattino e tornava la sera tardi. I soldi non bastavano mai. Ricordo che una volta ascoltai mamma chiedere a mio padre quanto avrebbe preso di paga. Lui le rispose quindicimila lire e lei scosse la testa. Si contavano i soldi per il pane e l’olio. Così siamo cresciuti».
Tu hai lasciato la scuola molto presto...
«Sì, quasi non l’ho fatta. Sono arrivato alla quinta elementare. E appena uscivo, il pomeriggio, andavo a lavorare. A scuola vedevo quelli con la cartella, mi sembravano marziani. Io volevo continuare e papà era d’accordo. Ma il realismo di mia madre decise che io dovevo andare a faticare per portare qualche soldo in casa. Forse è stato giusto, magari avrei preso un diploma e sarei entrato in qualche posto pubblico. Invece ho cantato e recitato migliaia di volte, davanti, alla fine, a milioni di persone».
Quando hai capito di saper cantare?
«Il maestro a scuola e i miei in casa dicevano che ero intonato. Ma io volevo fare il pugile, da grande. Con mio padre sentivamo le radiocronache dei match dall’America di Benvenuti e io sognavo il ring. Ma questa voce è stata un dono di Dio, l’arma del mio riscatto. Cominciai a usarla per cresime, battesimi, matrimoni. Un giorno un parrucchiere mi manda a chiamare al bar dove lavoravo. Entro e mi dice di cantare per farmi ascoltare da una signora, Mara Del Rio, che si stava facendo i capelli lì. Io intono Sei nata per me di Celentano che era il mio idolo. Lei mi rifila 100 lire di mancia e mi dice che ne avrebbe parlato al marito».
Benedetto il parrucchiere...
«Sì, questo signore, un pezzo grosso della discografia milanese, viene a Napoli e mi dice di andare la mattina dopo da un maestro suo amico che abitava in una zona borghese della città: mamma mi consegna 100 lire per il pullman. Ma quando scendo mancano ancora cinque chilometri, in salita. Li faccio a piedi. Quando suono alla porta il maestro mi guarda e dice alla moglie di prepararmi una zuppa di latte. Mi fa cantare e poi telefona a un suo amico proprietario dell’etichetta Zeus».
Quanti anni avevi?
«Dodici, forse non compiuti. Faccio il provino e mi dicono di tornare il giorno dopo per il contratto. Mio padre si era messo la giacca. Gli parlano di cose che non conosce. Ma gli fanno firmare il contratto e gli mettono sul tavolo 200.000 lire in quelle banconote enormi da diecimila lire e lui uscendo... aspetta, mi devo alzare».
Massimo Ranieri si alza e si avvia alla porta, si mette di schiena e mima una gamba che si piega. Quando si gira ha gli occhi rossi.
«Pover’uomo, ebbe un mancamento, non aveva mai visto tutti quei soldi nella sua vita. Li mise in tasca e non tolse mai la mano da lì fino a casa, aveva paura ce li rubassero. Mamma non voleva cantassi ma lui sì e mi rifilava duecento lire ogni 23 giorni chiedendomi però di non dirlo a lei. Mi chiamavo Gianni Rock. Incisi anche quattro dischi e da quel momento iniziò la mia carriera. Cominciai con le feste di piazza, mi davano 2.000 lire, e poi ho proseguito. Penso di aver cantato duemila volte in pubblico, se fai i conti sono come sei anni di seguito sul palco».
È vero che tuo padre suonava la tromba da ragazzo?
«La tromba è lo strumento per raccontare la solitudine. Lui aveva avuto un padre morto in guerra e un patrigno che beveva, lo odiava e picchiava lui e sua madre. Era stata un’esperienza terribile. La tromba era la sua consolazione, il suo conforto».
E vai alla scoperta dell’America...
«Sì, vado con il piroscafo, giorni e giorni di navigazione. Prima della partenza faccio una foto con la famiglia sul ponte. Ero colui che cantava prima del maestro Sergio Bruni. Avevo successo e questo al maestro non piaceva tanto. Allora io, per ingraziarmelo, facevo tutto, anche il servo di scena: gli portavo il tè, la giacca, mi piazzavo in fondo alla sala perché lui fosse sicuro, quando cantava senza microfono, che si sentisse bene».
E come passi da Napoli all’Italia?
«Il mio chitarrista conosceva Mario Gangi, maestro di questo strumento, che mi organizza un appuntamento alla Cgd di Roma. Vado bene e mi portano seduta stante in via Asiago, nell’auditorium, dove c’era nientepopodimeno che Enrico Simonetti che aveva dei pedalini bellissimi, cose che non avevo mai visto. Lui mi fa cantare, però poi, gentile ma severo, dice che devo studiare ancora. Una mazzata».
Secondo lui non avevi l’X factor, direbbero oggi...
«Ma Gangi non desiste e mi porta in treno a Milano, io sembravo Totò... Arrivo al cospetto di un uomo anziano, autorevole e gentile che è il capo della Cgd e si chiama Ladislao Sugar. Mi ascolta, capisco che gli sono piaciuto. Mi chiede quale fosse il mio sogno. Io come un adolescente rispondo che era cantare. “Questo lo avevamo capito”, sussurra. Allora gli confesso che mi dispiace quando vado nelle feste di piazza e piaccio di più se canto le canzoni di altri piuttosto che quelle di Gianni Rock. Lui mi sorride e mi dice una frase che non scorderò mai: “Vedrà, un giorno canteranno le sue canzoni”. Mi fanno firmare subito il contratto e mi dicono che sarei andato a Canzonissima. Io in televisione. Incredibile».
Quanti anni avevi allora?
«Quindici, era l’edizione con Peppino De Filippo che interpretava Pappagone. Io ero il giovane della squadra capitanata da Gigliola Cinquetti che comprendeva anche Johnny Dorelli e Tony del Monaco. Piaccio, ma non succede nulla. Lo stesso dopo il Cantagiro del 1967 che vinsi tra i giovani con Pietà per chi ti ama. Continuo solo a fare feste di piazza. Anche Sanremo nel 1968, con Da bambino in coppia con i Giganti, non smuove molto. Ero deluso, stavo pensando di tornare a Napoli. Finché al Cantagiro dell’anno dopo porto una canzone con la quale vinco. Era Rose rosse, venderà un milione e 200 mila copie».
Ma poi succede qualcosa di totalmente inaspettato.
«In una casa di piazza di Spagna a Roma il regista Mauro Bolognini, il costumista Piero Tosi e altri stanno guardano una serata del Cantagiro in tv. Lui sta cercando il protagonista per Metello tratto dal libro di Pratolini. Vede me sullo schermo e dice: “È lui, trovatemelo”. Aveva già fatto i provini ad Alain Delon, Jean Paul Belmondo e Pierre Clementi, mica poco. Tutti gli dicevano che ero solo un cantante, che nessuno sarebbe andato al cinema per vedermi. Lui ha tenuto duro ed è stato il mio battesimo con la recitazione. Qualcosa che, al cinema e al teatro, non ho mai lasciato».
Hai cantato anche per Grace Kelly...
«Sì, però è una serata di cui mi vergogno. L’ho sottovalutata e sono arrivato persino con il vestito sbagliato. Ma alla fine è venuto in camerino Vittorio De Sica che mi ha detto “Ma perché canti queste canzoncine? Canta napoletano!”. Io sfrontato gli ho detto: “Sì maestro, ma a condizione che la regia la facciate voi”. L’ha fatta. Facemmo un trionfale spettacolo al Sistina, poi partii militare».
Ma all’improvviso decidi di mollare tutto. Perché?
«Sì, nel 1975. Stavo male. Mi sembrava che la musica mi stesse stretta, più di quello che avevo ottenuto era difficile avere. Avevo vinto il Cantagiro, due volte Canzonissima. Non volevo passare la vita a fare serate una dopo l’altra. Chiamo il mio produttore e glielo dico. Lui mi risponde duro: “Senza di me non farai un cazzo nella vita”».
Ambè, comprensivo.
«Quella sera mi sentii improvvisamente solo: non sapevo dove andare, come e cosa fare. Anni prima, alla proiezione di un film che avevo interpretato, Giuseppe Patroni Griffi, grande regista teatrale, mi disse: “Tu hai da fatica’ cu mme”. Io gli dissi che stavo per partire militare. Lui mi rispose: “E io t’aspetto”. Così ho iniziato il teatro, la grande scoperta della mia vita».
De Sica e Patroni Griffi due persone di parole. E poi arriva Strehler.
«Madonna mia, un genio. Con lui facevi dall’asilo al master. Bizzoso, duro, ma un maestro con la M maiuscola. Una volta in prova gli giravo le spalle, così la scena prevedeva. Lui non poteva vedermi. A un certo punto grida “Stop” e sbatte a terra i fogli urlandomi contro: “Ma dove cazzo sei? Non ci sei, non sei qui!”. Aveva ragione, in quel momento stavo pensando ad altro. Lui lo ha capito dalla postura, incredibile. Io ho fatto la quinta elementare, ma ora adoro Cechov. Grazie a questi incontri e alla mia curiosità».
Poi torni a cantare e vinci Sanremo con «Perdere l’amore».
«Sì, ma è stata una parentesi. Avevo ricevuto questo pezzo strepitoso e decisi di tornare a Sanremo. Chiesi a Pietro Garinei se mi consentiva una pausa rispetto all’impegno per Rinaldo in campo. Lui acconsentì. Dopo la vittoria rifiutai l’offerta di un miliardo per una tournée e tornai a teatro. Garinei mi accolse con un sorriso e mi disse, con quel suo vocione: “Sai perché ti ho fatto andare? Perché Modugno nel 1958 interruppe le recite proprio di Rinaldo in campo e vinse con Volare. Tu, trent’anni dopo hai fatto la stessa cosa. Io lo sentivo”».
Un’ultima domanda: perché ti piace tanto il tip-tap?
«Perché vedevo Fred Astaire e Gene Kelly e sognavo di essere come loro. Quel rumore meraviglioso, i piedi che fanno musica. E quella leggerezza, che si solleva sui mali del mondo».