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 2026  ottobre 05 Lunedì calendario

Pensionati impoveriti, stangata al ceto medio

Perché i pensionati del ceto medio si sono impoveriti? Chi oggi riceve un assegno di 2.826 euro lordi al mese, cioè 1.917 netti, tra il 2012 e il 2025 ha perso 37.498 euro lordi. Come lui ce ne sono circa 3,3 milioni. Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, definisce «ceto medio» coloro che incassano una pensione compresa fra i 2.400 e 5.300 euro lordi mensili. Vediamo come le leggi che si sono susseguite negli anni hanno impedito a queste pensioni di recuperare tutta l’inflazione, riducendone di conseguenza il potere d’acquisto.
Come funziona il meccanismo
Tutto inizia nel 1992 con l’abolizione della scala mobile (riforma Amato), il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita. Fino ad allora anche le pensioni crescevano seguendo l’andamento dei salari. Dal 1994, invece, vengono rivalutate in base all’inflazione. È un passaggio cruciale perché quando smetti di lavorare non c’è più nessun rinnovo di contratto, ma la tua pensione non può rimanere ferma finché campi: se i prezzi aumentano, deve crescere in proporzione anche l’assegno, è la cosiddetta «perequazione automatica».
Le pensioni, però, non recuperano tutte l’inflazione nello stesso modo. Per stabilire quanto deve aumentare ciascun assegno si usa come riferimento il «trattamento minimo Inps». È l’importo più basso che una pensione può raggiungere: se l’assegno è inferiore, lo Stato integra la differenza. Questo parametro serve anche come unità di misura per la rivalutazione: si può stabilire per esempio che il recupero dell’inflazione è totale fino a tre o quattro volte il minimo, mentre sulla parte eccedente la percentuale di recupero va a scalare. Ma si può anche decidere che se superi una data soglia, recuperi solo una parte dell’inflazione sull’intero assegno. Per calcolare le soglie di ciascun anno si prende come riferimento il trattamento minimo Inps dell’anno precedente.
Trent’anni fa, nel 1997, già oltre i 682 euro lordi al mese la rivalutazione non è più al 100%. Negli anni successivi la soglia aumenta, e nel 2012 raggiunge i 1.405 euro lordi, equivalente a tre volte il trattamento minimo. Ma oltre quell’importo il governo Monti blocca ogni rivalutazione.
Il blocco del governo Monti
In quell’anno il nostro pensionato riceve 2.500 euro lordi, cioè 1.674 netti. Se fossero state applicate le regole precedenti al blocco, la pensione sarebbe stata rivalutata del 100% sui primi 1.405, del 90% sui successivi 937 euro, del 75% sugli ultimi 158 euro. È il sistema «a scaglioni»:
la percentuale diminuisce soltanto sulla parte della pensione compresa tra una soglia e l’altra.
Ma proprio nel 2012 arriva lo choc. Il nostro pensionato, con un assegno superiore a tre volte il minimo, perde per due anni la rivalutazione, anche se i prezzi continuano a salire. Successivamente la Corte costituzionale dichiarerà quel blocco illegittimo. Il recupero deciso, però, sarà solo parziale: gli viene riconosciuto appena il 10% della rivalutazione che gli sarebbe spettata.
Cambiano le regole
Dal 2014 la pensione ricomincia a crescere in base all’inflazione, ma cambia il modo di calcolare l’aumento. Fin qui la percentuale di rivalutazione più bassa si applicava solo alla parte eccedente tre volte il trattamento minimo. Con il nuovo sistema «a classi», invece, basta superare di un euro la soglia prevista, per vedersi ridotta la percentuale di adeguamento sull’intera pensione. Cosa succede, dunque, al nostro pensionato che supera di cinque volte il trattamento minimo? Un salasso! Su tutto l’assegno recupera soltanto il 50% dell’inflazione. E le conseguenze si scaricano anche negli anni successivi: se in un anno la pensione avrebbe dovuto aumentare di 100 euro per recuperare l’inflazione, e invece aumenta di 50, vuol dire che l’anno dopo i calcoli si fanno su una pensione più bassa. Una perdita che si somma e si replica anno dopo anno.
La crescita penalizzata
Nel 2020, con il governo Conte II, la soglia di recupero totale dell’inflazione sale a circa 2.052 euro lordi al mese e nel 2021 a 2.062. Il sistema però non cambia: se superi questa soglia, si continua ad applicare la percentuale più bassa sull’intero assegno. Dal 2022 tornano finalmente gli scaglioni.
Il nostro pensionato riceve 2.614 euro lordi al mese, cioè 1.773 netti. Sui primi 2.062 euro recupera tutta l’inflazione; sui successivi 516 euro il 90%; sugli ultimi 36 euro il 75%. Ma intanto il danno si è accumulato: tra il 2012 e il 2022 ha perso 22.979 euro lordi, rispetto a quello che avrebbe ricevuto se la sua pensione fosse sempre aumentata quanto il carovita.

La stangata
Nel 2023, proprio quando i prezzi si impennano, il governo Meloni cambia di nuovo le regole. L’importo entro il quale la pensione recupera tutta l’inflazione è di circa 2.102 euro lordi nel 2023 e di 2.272 euro nel 2024. Sopra queste cifre torna il sistema a «classi»: l’abbattimento si applica quindi all’intera pensione. E il nostro pensionato recupera appena il 53% dell’inflazione su tutto l’assegno. Con questo sistema, il governo Meloni risparmia sulle pensioni complessivamente 10 miliardi di euro in soli due anni.
Nel 2025 riecco gli scaglioni. Il pensionato arriva a 2.826 euro lordi al mese, cioè ai 1.917 euro netti. Sui primi circa 2.400 euro recupera tutta l’inflazione; sui restanti 426 euro il 90%. Sta di fatto che tra il 2023 e il 2025 perde altri 14.519 euro lordi. Sommando questa cifra ai 22.979 euro persi tra il 2012 e il 2022, si arriva ai 37.498 euro.
E c’è un altro modo per misurare il suo impoverimento. Nel 2011 i suoi 2.500 euro lordi valevano 5,34 volte il trattamento minimo; nel 2022 i 2.614 euro ne valevano 5,07; nel 2025 quei 2.826 euro ne valgono appena 4,72
. Ci vuole coraggio per considerare questa cifra una pensione da privilegiato!
Le regole incerte
La storia del nostro pensionato, ricostruita con l’aiuto del Centro Studi Itinerari Previdenziali, mostra due cose. La prima: a recuperare meno dell’inflazione non sono state soltanto le pensioni d’oro come troppo spesso chi governa annuncia. La seconda: in trent’anni il sistema di rivalutazione delle pensioni è stato modificato ben 15 volte, seminando incertezza. Secondo l’Ocse, sono cinque i Paesi in cui l’aumento dei prezzi viene recuperato completamente solo dalle pensioni che restano sotto determinate soglie: Austria, Colombia, Italia, Lettonia e Portogallo. Con la differenza che Colombia, Lettonia e Portogallo hanno almeno regole stabili e chiare nella definizione di queste soglie, mentre in Italia e Austria i parametri cambiano molto spesso. Ragion per cui l’Ocse definisce la rivalutazione delle pensioni in questi due Paesi «quasi discrezionale». Vuol dire che un pensionato può vedersi ridurre all’improvviso il potere d’acquisto dell’assegno senza poterci fare nulla.
È come se il patto fra lo Stato e chi ha versato contributi per una intera vita lavorativa fosse saltato.
Il problema rischia di diventare ancora più pesante nel prossimo decennio. Con il vecchio sistema retributivo l’assegno veniva calcolato considerando la media degli stipendi percepiti negli ultimi anni di lavoro, ma dal 2036 non sarà più così: tutte le pensioni saranno erogate solo in base ai contributi che ciascuno ha effettivamente versato nel corso della vita lavorativa. Questo significa che saranno già in partenza più basse, perché faranno media con i salari da fame degli anni di precarietà. Se poi, una volta in pensione, anche la protezione dall’inflazione può essere ridotta cambiando le regole, a quel punto non si parlerà più di classe media impoverita, ma di povertà conclamata.