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 2026  ottobre 05 Lunedì calendario

Renzi apre ai forzisti. Lo stop di Tajani

Matteo Renzi tende una mano ai delusi azzurri: «Lanciamo un appello a tutti i riformisti, in particolare di Forza Italia: lasciate il partito e venite con noi, non potete stare con chi nega l’Europa. Le porte sono aperte e sono certo che qualche segnale arriverà a breve». Così il padrone di casa, dal palco della Leopolda, ha chiuso la quattordicesima edizione della sua kermesse. Un vero e proprio déjà-vu dell’edizione 2019, quando Renzi rivolse un invito simile agli orfani dell’eredità politica di Silvio Berlusconi: era il giorno in cui nasceva Italia viva. In coda al suo discorso Renzi usa anche il tono dello scherzo per pungere: «Potete venire anche in minigonna».
Il destinatario della battuta, Antonio Tajani, è il primo a replicare: «Il centro è uno solo: Forza Italia». Per il leader, FI rappresenta «la casa dei moderati, pilastro del centrodestra fondato da Silvio Berlusconi». Risponde anche Roberto Occhiuto, altro uomo forte del partito: «Ho stima per Matteo Renzi, ma sbaglia completamente l’analisi dell’attuale scenario politico». Il vice segretario azzurro rovescia l’appello: «Che mai dovrebbero farci riformisti e liberali in una coalizione a guida Schlein e Conte?». E a Renzi: «Forse dovresti essere tu a chiederti che cosa ci fai lì dentro». Seguono altri «no grazie» della costellazione centrista. Del resto, era difficile immaginare una risposta diversa dai vertici azzurri, i quali ben sanno che l’appello è rivolto soprattutto a un pezzo conteso dell’elettorato: moderati ed europeisti.
È dentro questa partita per il centro che si chiude una Leopolda costruita quest’anno attorno all’immagine di Itaca, «l’Italia da riportare verso un progetto politico alternativo alla destra». Sul palco sono passati Vincenzo De Luca, Fedez, Matteo Bassetti e Stefano Bonaccini. Proprio l’intervento del presidente del Pd ha dato il senso della discussione sul Campo largo. Bonaccini ha invitato a «smettere di parlare di primarie per qualche settimana» e a concentrarsi prima sul programma: un progetto comune per un Paese «che deve uscire dal declino sociale ed economico» attribuito all’attuale governo. Prima il programma, poi la leadership, con una scelta condivisa. Un’impostazione che si incrocia con la richiesta di Renzi di non trasformare la futura coalizione in una guerra tra partiti e candidati.
Il leader di Italia viva ha insistito su un punto: l’unità. «L’altra volta Meloni ha vinto perché il centrosinistra era diviso in tre», ha detto, sostenendo che «se siamo uniti stavolta vinciamo noi». E, rivolgendosi anche al Movimento 5 Stelle, ha cercato di abbassare i toni: «Con loro ci sono più cose che ci uniscono di quelle che ci dividono», parlando di un «ramoscello di pace». «Non mi importa chi fa il premier o il ministro», ha detto, «la priorità è costruire un fronte largo capace di non ripetere le divisioni del passato».
Infine la mossa annunciata dalla Leopolda sulle prossime Regionali in Sicilia. Renzi ha lanciato Pietro Bartolo come candidato alla presidenza, invitando sul palco il medico di Lampedusa ed ex europarlamentare.