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 2026  ottobre 05 Lunedì calendario

Dublinantidi Stefano Lorenzetto ArbiterLa prima volta che il sostantivo dublinante, declinato al plurale, comparve sul Corriere della Sera fu il 2 marzo 2015, nella copertina della cronaca di Milano

Dublinanti
di Stefano Lorenzetto
 
Arbiter
La prima volta che il sostantivo dublinante, declinato al plurale, comparve sul Corriere della Sera fu il 2 marzo 2015, nella copertina della cronaca di Milano. Solo all’interno, gli autori del servizio, Alessandra Coppola e Gianni Santucci, spiegavano: «“Dublinanti”, li chiamano, con un neologismo italiano. “Dubliners”, in inglese. “Gente del Regolamento di Dublino”, profughi che hanno attraversato l’Italia, in qualche caso (spesso) si sono rifatti una vita in Francia, in Olanda, in Svezia, e poi sono finiti impigliati nella rete Eurodac, la banca dati delle impronte digitali: rispediti indietro. Verso il primo Paese europeo dove sono approdati, e sono stati identificati, nella loro rotta di emigrazione. In molti casi queste persone vengono rimandate in Italia, proprio perché è qui che sono arrivate via mare, o via terra, e qui impone il regolamento dovrebbero presentare richiesta di protezione internazionale e attendere l’esito della domanda. Da ogni parte d’Europa i “dublinanti” vengono inviati a Fiumicino, più spesso atterrano all’aeroporto di Malpensa». Già quattro anni prima, però, Coppola e Santucci erano stati preceduti dalla coppia Alberto Custodero e Corrado Zunino, sulla Repubblica: «I “dublinanti” di Crotone (chiedono l’applicazione degli accordi di Dublino) già minacciano di tornare ad occupare le strade: 150 agenti antisommossa stanno limitando i loro movimenti, altrettanti sono stati schierati a Bari Palese» (3 agosto 2011).
Si dovette invece aspettare altri quattro anni prima che il neologismo dublinante venisse registrato da quella che, per i giornalisti nostrani, è una specie di Gazzetta Ufficiale: l’Ansa. Per ironia della sorte, a sdoganare la parola fu il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, cioè, nell’immaginario della sinistra, la quintessenza della regione più xenofoba d’Italia (e non importa se in realtà è la quarta per numero di immigrati accolti: 503.466, secondo l’ultimo censimento dell’Istat). «“Chiedo ancora una volta che si organizzi, a Venezia, una conferenza seria e pubblica sui temi dell’immigrazione, a cui sarebbe importante che partecipassero Renzi, Juncker e Zaia, in quanto i tre soggetti in grado di rappresentare al meglio le sensibilità sul tappeto riguardo ad un tema troppo complesso e troppo serio”», auspicava Brugnaro nel lancio dell’Ansa l’11 settembre 2015. «“Questa città ha sempre fatto il suo dovere e ha già livelli di accoglienza superiori ai numeri previsti fino all’altro giorno. Per di più, avendo l’aeroporto, abbiamo in carico anche i rientri dei cosiddetti “dublinanti”».
Da allora, in 11 anni le parole dublinante e dublinanti sono state utilizzate dalla primaria agenzia di stampa con la parsimonia che si confà a chi abbia un minimo di rispetto per la lingua italiana, unito all’allergia per gli stereotipi lessicali: solo 94 volte, con una media omeopatica di appena 0,71 citazioni al mese. Non così i miei colleghi dei giornali, che nell’ultimo semestre vi hanno fatto ricorso la bellezza di 1.618 volte, cioè 270 al mese. Nello stesso periodo, il vocabolo dubliners è stato citato sulla stampa europea appena 12 volte: 3 occorrenze sul Guardian, 2 sul Financial Times, 2 sul Times, 1 sola su Wall Street Journal, Daily Telegraph, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Daily Mirror ed Équipe.
Il fenomeno meriterebbe uno studio non di linguistica, ma di etologia delle redazioni. Spunta una parola tecnica o semitecnica, possibilmente sgraziata e misteriosa; qualcuno la adotta; il collega della scrivania accanto la copia; quello del giornale concorrente la raccoglie; dopo qualche settimana nessuno sembra più capace di raccontare lo stesso fatto senza usarla. È il principio del branco applicato al dizionario.
Dublinante ne è un campione quasi perfetto. Non è un vocabolo necessario: il diritto europeo, che pure avrebbe qualche titolo per indulgere al burocratese, riesce tranquillamente a farne a meno. Il Regolamento di Dublino parla infatti di «richiedente». Il giornalismo, che teoricamente dovrebbe tradurre il linguaggio amministrativo in italiano comprensibile, compie l’operazione inversa: prende una materia già complicata e vi aggiunge un’etichetta esoterica. Il lettore non sa chi sia un dublinante? Peggio per lui. Abbiamo avuto così i girotondini, poi perfino i girotondai e il verbo girotondare, il rottamatore, gli esodati, i furbetti (del quartierino e del cartellino). Il giornalese è un fenomeno compulsivamente imitativo. Una parola consente di mostrare l’appartenenza alla confraternita di coloro i quali sanno di che cosa si parla.
Se penso che James Joyce ha corso il rischio di vedere tradotto il suo fortunato Dubliners in Dublinanti anziché in Gente di Dublino...
Stefano Lorenzetto