la Repubblica, 4 ottobre 2026
In tre mesi Burnham ha spento i populisti
Era poco più di tre mesi fa, fine giugno. E Nigel Farage si sentiva già sulla soglia di Downing Street. Non perché il capo storico dei nazionalisti inglesi fosse lo sbruffone che è, ma perché i numeri e il clima politico glielo promettevano.
Il vantaggio nei sondaggi della sua ultima creatura, Reform Uk, era ampio, coi laburisti dell’allora primo ministro Keir Starmer relegati in un umiliante e perfino precario terzo posto. Le elezioni locali andavano bene. Fuori alla porta di Farage si allungava la fila dei Conservatori che chiedevano di entrare. Le inchieste per uso irregolare di fondi esteri venivano liquidate come persecuzione. Fuori, ci si interrogava su come fosse possibile che proprio l’artefice di Brexit potesse vincere in un Paese che di Brexit si è in maggioranza pentito.
Stacco. Inizio di ottobre. Sembra che parliamo di un altro posto. Invece, è lo stesso Regno Unito e sono gli stessi elettori.
Farage certo non è sparito. Da protagonista, però, è tornato comprimario. I Tories galleggiano, insipidi e incerti. La scena è dominata da un altro mattatore. Tra giugno e settembre, il sindaco laburista di Manchester Andy Burnham è calato su Londra davvero come il King of the North della saga dei draghi. Ha spazzato via Starmer. Ha conquistato partito e governo. È volato in testa ai sondaggi. E con un emozionante discorso alla Conferenza di Liverpool ha fissato i temi che domineranno l’agenda fino alle prossime elezioni – fra tre anni, o quando deciderà lui – senza mai neanche nominare i leader dei partiti avversari.
Nessuno lo riteneva capace di tanto, solo quattro mesi fa. Nessuno sa come finirà. Ma, fino ad adesso, come ha fatto?
In sintesi: ha messo insieme se stesso, cioè la propria biografia, e le convinzioni maturate nel corso di una carriera che l’ha visto entrare e uscire dalla bolla di Westminster, passare per tutte le correnti del partito, perdere molte battaglie interne, infine rifarsi una vita da sindaco di una metropoli. E quindi doversi occupare (con successo) solo di cose concretissime come le case e i trasporti, mentre la politica nazionale sprofondava nel caos post-Brexit: sette pm in dieci anni, la disperazione di non potersi neanche più paragonare all’Italia.
Ora gli inglesi vedono un uomo che ha fatto loro alcune proposte estreme, ma serie e coerenti con ciò che lui è. E, soprattutto, in sintonia con lo stesso sentire comune che prima soffiava nelle vele di Farage. Solo che, mentre il capo nazionalista fa da anni il surf sulla sfiducia e sulla crisi d’identità del ceto medio rurale e suburbano, Burnham questa sfiducia la prende di petto e annuncia di volerla rovesciare in forza di cambiamento, per smontare il cumulo di errori compiuti a Londra per decenni, addirittura a partire dagli anni ’80 di Margaret Thatcher e compresi i governi laburisti di cui lui stesso faceva parte.
Dalla deindustrializzazione alla dipendenza tecnologica, dal degrado delle infrastrutture alla delinquenza diffusa, dalla mancanza di case accessibili ai buchi del sistema sanitario: i fattori della crisi britannica sono simili a quelli degli altri Paesi occidentali dove mordono nazionalismo e populismo, Italia compresa. Alla retorica vuota dei Maga locali – “Take back control” – Burnham risponde con un’agenda di riforme di cui si può contestare la fattibilità, non certo la radicalità. Sappiamo dell’intenzione di riavvicinarsi alla Ue e di correggere lo storico sistema elettorale ultra-maggioritario in uno più proporzionale. Ma c’è maggiore attenzione intorno alla volontà di riportare sotto controllo pubblico le ferrovie, l’acqua, l’energia e lo sviluppo edilizio: una svolta a U dopo quarant’anni di privatizzazioni che il Labour ha sempre al massimo temperato. Tale da far gridare al ritorno della stagione rossa degli anni ’70: non il momento più felice dell’economia inglese.
Sarebbe però sbagliato confondere Burnham con una sinistra “alla Corbyn”. Tant’è vero che ora i primi problemi gli vengono dai sindacati, già sul piede di guerra per l’altro annuncio clamoroso, cioè la riforma (dal 2030) del meccanismo di scala mobile che mette al sicuro le pensioni ma risulta insostenibile per le finanze pubbliche. In cambio, il primo ministro ha promesso il varo di un sistema di assistenza sociale che copra ogni livello del disagio e della marginalità, dai più giovani ai più anziani.
Il trade-off tra le due misure non è ancora chiaro, né nella tempistica né nelle risorse. Ma intanto nel Paese si parla solo di questo. Cioè, si parla di Burnham e delle sue idee. E non più di Farage e dei suoi calzini coi colori dell’Union Jack. Non è poco.