la Repubblica, 3 ottobre 2026
Graviano al processo Baiardo: “Una carta privata tra mio nonno e Berlusconi”
È tornato a parlare di (presunti) affari tra il nonno e Silvio Berlusconi, e di una scrittura privata che certificherebbe l’accordo. Circostanze mai provate in anni di indagini, ma che ieri sono state di nuovo evocate in aula: «Mio nonno fece una società con lui nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone, lui mise 4-5 miliardi di lire – ha detto – Non so dove sia la carta, esiste ma non so più niente, non so se c’è ancora».
Così Giuseppe Graviano, l’irriducibile boss di Brancaccio all’ergastolo per le stragi di mafia, nel processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo, l’uomo che curò la sua latitanza a Omegna, ora sotto processo per calunnia a Massimo Giletti e per favoreggiamento aggravato nei confronti di Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
Marina Berlusconi e Tajani attaccano
Parole, quelle del boss, che scatenano la polemica politica. E quella, durissima, di Marina Berlusconi: «La giustizia si è capovolta – il commento affidato a una lettera a Il Giornale – un feroce boss si è travestito da pm per rilanciare le sue infami accuse senza il minimo contraddittorio, e gli si è permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può nemmeno difendersi. Questo è il processo contro Baiardo: un monumento all’ipocrisia giudiziaria». E ancora: «Baiardo è soltanto un pretesto: i veri imputati sono Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, costretti a un processo surrettizio che fa scempio delle regole dello Stato di diritto». Sulla stessa linea il ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia Antonio Tajani: «Sono indignato per le accuse infamanti, è il segno di un accanimento giudiziario che va addirittura oltre la morte e mina i principi dello Stato di diritto. Trasformare per poi strumentalizzare le dichiarazioni di un boss in un processo mediatico permanente è un abominio».
La testimonianza
Graviano è stato sentito per oltre 4 ore, durante le quali ha parlato dei presunti rapporti con l’ex presidente del Consiglio (indicati anche da alcuni pentiti) e confermato in larga parte le affermazioni fatte nel processo ’Ndrangheta stragista e davanti ai pm fiorentini. A partire dai presunti incontri avuti negli anni con il Cavaliere sempre in merito all’investimento del nonno: «Un incontro ci fu prima di essere arrestato in un appartamento a Milano (…) Si parlava dei nomi delle persone da inserire nelle società in cui erano investiti i soldi. Era un incontro per sistemare tutto». Secondo Graviano il patto prevedeva la restituzione del 20% delle ricchezze prodotte (su un investimento totale di 20 miliardi di lire), ma solo alcune tranche furono versate. Una parte di queste somme sarebbero state usate per comprare appartamenti a Omegna: «Il denaro veniva in parte da restituzioni di Berlusconi a mio cugino Salvatore da investimenti del nonno», ha detto ancora.
La foto dei misteri
Spazio poi al mistero della foto che Baiardo avrebbe mostrato – a distanza – a Giletti, che ritrarrebbe Graviano con il generale Francesco Delfino e il Cavaliere. «Non so perché Baiardo avrebbe detto la falsità della foto a Giletti. Non c’è mai stato un incontro fra me, Berlusconi e il generale Delfino, non ho mai conosciuto il generale».
In coda, al termine dell’udienza, le parole del difensore, Antonio Sanvito, in merito ai procedimenti a Caltanissetta dove il boss aveva annunciato di voler fare delle dichiarazioni: «Oggi Graviano riflette se è il caso di continuare a discutere di tutti gli argomenti che conosce o se è arrivato il momento di interrompere ogni rapporto – ha detto —. Si sono verificate delle situazioni particolari, pensa probabilmente ci possano essere delle forze che non vogliono che lui possa chiarire tutto quello che sa e possa raccontare tutte le sue storie e le sue verità».