Corriere della Sera, 4 ottobre 2026
Alitalia, il crac non fu una bancarotta. Assolti Montezemolo e gli ex vertici
«È evidente che è stato il tentativo di salvare, anche con l’intervento di organi dello Stato, un’azienda che per anni ha avuto problemi di solvibilità economica. E che purtroppo non si è riusciti a portarlo a termine. Ma è altrettanto evidente che la bancarotta non c’era». All’indomani della sentenza del Tribunale di Civitavecchia di assoluzione di tutti gli indagati per il crac dell’Alitalia, l’avvocato Filippo Dinacci, che difende l’ex amministratore delegato Luca Cordero di Montezemolo, riassume così la «soddisfazione che restituisce dignità di chi non doveva neanche essere coinvolto in questo processo». Assieme agli ex ad Alitalia (oltre a Montezemolo, Silvano Cassano, Mark Cramer Ball) sono stati assolti l’ex Ad di Etihad James Hogan, l’ex cfo Duncan Naysmith e gli altri nove imputati: il professor Corrado Gatti, presidente del collegio sindacale, Alessandro Cortesi, Carlo Rosati, Matteo Mancinelli, Paolo Merighi, Giovanni Bisignani, Domenico Falcone, John Charles Shepeley. Escluse anche le responsabilità per la stessa società Alitalia Sai.
Si chiude così l’ultimo atto della nostra compagnia di bandiera, con l’attestazione da parte del Tribunale di Civitavecchia che il falso in bilancio e la bancarotta non c’erano. A far fallire Alitalia fu solo la trattativa non andata a buon fine. Il salvataggio aveva già trovato uno sponsor: l’Etihad. La compagnia emiratina aveva già versato nelle casse Alitalia un miliardo di euro. Si era impegnata a versarne un altro. E le banche, incoraggiate dal nuovo afflusso di denaro, erano pronte ad aprire linee di finanziamento per un altro miliardo, in favore della nostra compagnia dissestata. In cambio però Etihad chiedeva una riduzione del personale.
Il momento era drammatico. Nel Natale 2016 si arrivò vicini all’irreparabile. L’azienda aveva finito la liquidità per pagare l’unica cosa che una compagnia aerea non può rinviare: il jet-fuel. In una riunione drammatica il 22 dicembre si cominciò a fare il conto degli aerei in giro per il mondo senza carburante che rischiavano di non tornare in Italia, lasciando a terra i passeggeri. Tra questi c’erano minori non accompagnati. Ci fu uno scambio di telefonate in cui il governo spese con Etihad l’argomento della questione di «interesse e sicurezza nazionale». E la compagnia emiratina fece un bonifico di 100 milioni di euro. Gli aerei ripartirono. Ma il piano trattato con i sindacati venne sottoposto al referendum dei dipendenti. E fu bocciato. A quel punto Etihad non volle più saperne, le banche tantomeno, e i libri vennero portati in tribunale. Alitalia entrò in amministrazione straordinaria e spirò. Dalle sue ceneri nacque Ita con personale molto inferiore e con stipendi peggiori.
L’inchiesta ipotizzò che il dissesto finanziario fosse legato a un falso in bilancio con plusvalenze fittizie. Si parlò di spese pazze. Vennero ipotizzate le accuse di bancarotta fraudolenta aggravata e una serie di reati societari. Una ricostruzione non confermata in aula. E i giudici hanno assolto tutti gli imputati dando agio alle difese di chiosare: «Quando prevalgono le ragioni del diritto l’innocenza degli imputati viene riconosciuta».