Corriere della Sera, 4 ottobre 2026
La nuova «dottrina» dello zar: spezzare Kiev per svuotarla
Mosca non sta cercando di conquistare Kiev: sta cercando di renderla invivibile. La differenza sposta l’obiettivo dalla geografia al funzionamento – dalla linea del fronte alla capacità di una società di reggere mentre il fronte non si muove.
I ponti sul Dnipro non hanno valore militare decisivo: servono a 600.000 veicoli al giorno e alla metro, cioè alla circolazione normale di una capitale tagliata in due da un fiume largo. Le limitazioni su tre dei sei ponti – con pontoni di riserva in cantiere e un tunnel allo studio – producono un danno sproporzionato rispetto al costo del drone che lo infligge. La logica è quella dell’asimmetria degli attriti: colpire ciò che è caro da sostituire e impossibile da spostare. Stessa cosa per l’Istituto per la ricerca nucleare, colpito il 30 settembre: il reattore è spento dal 2022, nessun aumento di radioattività. Ma il raid impone alle autorità una comunicazione difensiva che consuma tempo ed energia. Come per l’Accademia delle Scienze, bersagliata sempre nelle stesse ore: si dimostra che nessun luogo della capitale è fuori portata.
In questo scenario, la priorità di Mosca resta l’energia. Il piano di Putin intercettato e mostrato dal ministro dell’Energia Denys Shmyhal ai partner europei a Parigi – fino a 1.000 missili, droni e bombe – punta a sottrarre quasi 15 gigawatt e a portare i tagli fino al 90% su elettricità e riscaldamento a Kiev, Kharkiv e Odessa. Il punto più delicato è il meccanismo scelto per le tre centrali nucleari operative: non colpirle, ma isolarle dalla rete agendo sulle sottostazioni a meno di 2 chilometri dai reattori – l’effetto di un attacco al nucleare senza assumerne il rischio. Poi, i raid sulla rete e i server per lasciare la gente senza luce e senza rete.
Putin ha confermato la campagna invernale, presentandola come rappresaglia per i colpi ucraini alle raffinerie: una cornice che sposta la discussione dalla legittimità del bersaglio alla reciprocità. La fragilità ucraina è strutturale: Kiev ha speso centinaia di milioni in protezioni e turbine decentrate per le centrali elettriche, ma per l’analista ucraina Maria Tsaturian basterebbero pochi raid a vanificare i 5 gigawatt ripristinati.
Zelensky lo ha spiegato chiaro a El Pais: l’obiettivo russo è costringere gli ucraini, «soprattutto quelli della capitale», a lasciare Kiev – «esattamente ciò che volevano nel 2022». Qui rientrano due tasselli poco discussi. Il primo sono le ambasciate: nel 2022 lasciarono Kiev per Leopoli e Varsavia e riaprirono solo nei mesi successivi, a una a una, e quel rientro divenne la misura più concreta della fiducia nella difesa della città. Il secondo sono i rifugi: la rete di Kiev conta 4.385 strutture, ma quasi nove su dieci sono cantine e seminterrati che la legge non considera protettivi, e la capacità complessiva copre meno del 60% della popolazione stimata. Il sindaco Vitaly Klitschko scarica la colpa sui distretti, che la rimandano al Comune: una polemica che dice quanto poco la capitale sia pronta.
Se la campagna invernale rendesse Kiev invivibile, la sequenza non si fermerebbe ai blackout: nuovi sfollati, rappresentanze diplomatiche con personale ridotto. Per Mosca sarebbe il risultato più efficace: non serve conquistare Kiev se sono gli altri a lasciarla.
La tesi di Zelensky è che Mosca tari l’intensità sul calendario americano: «La tattica di Putin è intensificare il conflitto il più possibile, e con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato di Trump lo farà ancora di più». L’ex ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, in un editoriale per Foreign Policy, sposta il focus: non sono il territorio e le infrastrutture a essere il bersaglio, è la volontà degli ucraini e dei loro partner a essere nel mirino. Per il 2027 Kiev stima di aver bisogno di 52 miliardi di dollari di finanziamento esterno, di cui solo 20 già garantiti. Mosca allora scommette su un’asimmetria di disponibilità a pagare: il prezzo che Washington e Bruxelles sono disposti a sostenere è limitato, quello che la Russia è pronta a spendere no. Ma mentre la temperatura ancora regge, il termometro del morale resta la battuta che gli ucraini postano su TikTok: «Grazie a Dio vivo a Kiev, così non devo fare piani per il futuro».