Corriere della Sera, 4 ottobre 2026
Gigafactory, nasce un’alleanza tra grandi aziende italiane
La prima riunione si è tenuta a luglio, la seconda pochi giorni fa. A Palazzo Chigi, in entrambe le occasioni, sono arrivati gli amministratori delegati del gotha delle nostre partecipate e delle più grandi aziende italiane, da Eni ad Enel, da Leonardo a Saipem, da Snam a Terna, da Fibercop sino a Cdp. Uno scenario inusuale. Qualcuno ha fatto il conto, negli uffici di Giorgia Meloni, seduti intorno ad un tavolo, e soprattutto uniti per un progetto sistemico per il Paese, c’erano Ceo che tutti insieme quotavano in Borsa più di 300 miliardi di euro. Una stima per difetto.
La prossima riunione sarà quella in cui saranno delineate le prime linee guida della Newco, il consorzio di aziende che il Mef dovrà costituire: si comincerà a mettere nero su bianco il documento che dovrà essere inviato a Bruxelles, entro il 3 dicembre. In ballo c’è il via libera ad una delle Gigafactory di Intelligenza artificiale finanziate in parte con soldi comunitari, e nel caso dell’Italia si tratta di uno dei tre progetti (in tutto quelli europei sono 7) di taglia larga. Per gli altri due progetti di tale dimensione, concorrono insieme Madrid e Lisbona in tandem, e la Germania.
L’iniziativa della Ue, che cerca di colmare un gap strutturale rispetto a Cina e Stati Uniti, punta a rendere operative entro il primo semestre del 2028 sette Gigafactory «made in Europe», infrastrutture di supercalcolo ad altissima capacità, un’operazione da 30 miliardi di euro, di cui due terzi arriveranno dai privati. Uno schema che ricalca quanto fatto dagli americani con Stargate, alleanza fra Microsoft e OpenAI varata a gennaio dell’anno scorso, o quella di Pechino del 2022, con Eastern Data-Wester Computing, che ha unito colossi come Huawei, Alibaba e Baidu. Nella rincorsa l’Italia non solo mette sul piatto il meglio delle sue capacità tecnologiche e di investimento, ma sembra pronta ad accettare la richiesta della Grecia: Atene potrebbe partecipare al progetto con un 25% delle capacità di calcolo del Consorzio.
Sono almeno 7 i ministri che seguono il progetto, compreso ovviamente Giancarlo Giorgetti, mentre la regia di Palazzo Chigi è affidata al sottosegretario Alfredo Mantovano. E nelle prime riunioni è apparso chiaro lo spirito strategico che dovrà unire i partecipanti. Ovviamente non pochi vogliono salire sul carro, non tutti sono disposti a investire quanto richiesto. Ad uno dei Ceo presenti, Giorgetti lo ha fatto osservare: «Lo Stato azionista non è interessato solo ai dividendi, ma anche alla governance». Un invito a un’adesione finanziaria senza troppe condizioni, come rimarcato dallo stesso Mantovano in chiusura della seconda riunione: «Non ci aspettiamo fiori, ma opere di bene». Nel senso di alcune centinaia di milioni di euro, solo nella prima fase.
Si parte in Fase 1 con 200 milioni di euro da parte del Mef, 200 della Ue, 800 di fondi privati. Per la Fase 2 ulteriori 400 milioni di euro da parte del Mef, 400 della Ue, 1.400 milioni di fondi privati, anche se questo primo calcolo non comprende la partecipazione di Atene al fianco di Roma. L’investimento complessivo potrebbe superare i 5 miliardi di euro, ma è ancora prematuro trasformare le previsioni in piani di investimento, mentre grandi aziende americane hanno già bussato a Palazzo Chigi, offrendo la disponibilità ad acquistare una quota della futura produzione (sia di Gpu che di servizi).
Attualmente si potrebbe partire con uno schema a tre gambe: Grecia, Newco e Domyn, una delle principali aziende di AI italiane, anche se ancora manca una formalizzazione dell’accordo con Atene. Del consorzio faranno parte con certezza Eni, Tim e Leonardo, ma è un gruppo destinato ad allargarsi e a Palazzo Chigi confidano nell’ingresso anche di Fibercoop, Cdp, Fincantieri, Enel, Saipem e Snam. È chiaro che l’unione fa la forza e che su un progetto di tale livello strategico avere competenze e know how a 360 gradi è uno degli input che ha dato Meloni ai suoi ministri.