Corriere della Sera, 4 ottobre 2026
Spagna, l’esule Puigdemont è il regista della crisi
Carles Puigdemont, l’uomo che ancora una volta ha rotto le uova nel paniere della politica spagnola, non parla. Anche ieri, il suo staff ha gentilmente lasciato cadere nel vuoto la richiesta di intervista del Corriere con cui avrebbe potuto spiegare il gran rifiuto del suo partito, Junts de Catalunya, determinante nel far cadere, al Congresso dei deputati, la «legge Maricarmen». Vedremo se, dopo il tanto atteso verdetto della Corte costituzionale, al leader della destra separatista catalana tornerà la voglia di esporsi.
Si apre martedì la sessione plenaria che deciderà il destino di Puigdemont: i giudici dovranno stabilire in via definitiva se la legge sull’amnistia si applichi anche al suo caso, ossia per il reato di appropriazione indebita di fondi pubblici avvenuto nel corso del processo separatista del 2017, che si concluse con la sua fuga in Belgio prima che potesse essere processato e condannato. Una sentenza favorevole annullerebbe il mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente della Comunitat Catalana e permetterebbe dunque il suo rientro in Spagna, in piena libertà e senza il rischio di finire in carcere, come invece è successo a molti suoi «alleati» nell’avventura indipendentista.
L’amnistia gli permetterebbe pure di tornare in prima linea, invece di guidare il suo partito da dietro le quinte. Come ha fatto anche stavolta, decidendo di rompere la fragile maggioranza che ha tenuto finora in vita il governo Sánchez. Qualcuno gli rimprovera il voltafaccia: ha scelto il «no» a entrambi i decreti sulla casa, pur avendo partecipato «in remoto», dalla cittadina belga di Waterloo, ai furiosi negoziati per arrivare a un accordo di compromesso che accontentasse tutti.
D’altronde, il voto di venerdì non fa che confermare la dittatura dei numeri in politica: i voti dei sette deputati di Junts sono indispensabili, come lo furono nel novembre del 2023 per l’insediamento del terzo governo Sánchez. Ed ecco che un analista malizioso – Daniel Tercero, sul quotidiano conservatore Abc – fa notare che «il patto di Bruxelles è stato creato per investire Sánchez come primo ministro e consentire al leader di Junts di tornare in Spagna; ora che quest’ultimo obiettivo è stato raggiunto, non ci sono incentivi a rimanere uniti». Ovvero, ora che la Corte darà il via libera, perché il leader di un partito di centro-destra, quale è Junts, dovrebbe continuare a sostenere un governo di sinistra? Piuttosto, è arrivato il momento di tornare a parlare alla base del partito, fieramente catalana ma anche di classe media e medio-alta. Così al Congresso, venerdì, la deputata e portavoce di Junts, Miriam Nogueras, ha giustificato il voto contrario del suo partito come un «rifiuto al ricatto ideologico degli estremi».
Carles e il suo partito si stanno preparando alle elezioni che prima o poi arriveranno. Unico dato certo: nell’attesa, l’esule Puigdemont non avrà alcuna emergenza abitativa. A Waterloo vive in una villa di 550 metri quadrati, con sei camere, tre bagni e un garage che può contenere fino a quattro auto. L’affitto di 4.400 euro al mese è pagato con «donazioni di amici». In caso di rimpatrio, potrà tornare ad utilizzare le chiavi del suo chalet di 250 metri quadrati, con giardino privato e piscina, a Sant Julià de Ramis, una zona residenziale vicino a boschi di pini e campi da golf.