Corriere della Sera, 3 ottobre 2026
Corrado Augias analizza la politica contemporanea
Corrado Augias, chi era davvero Niccolò Machiavelli?
«Un pensatore lucido, appassionato, disperato».
Perché disperato?
«Perché vive in un periodo molto difficile per l’Italia. Nato nel 1469, aveva nove anni quando la congiura dei Pazzi scosse Firenze, venticinque quando Carlo VIII di Francia iniziò la discesa armata in Italia e ventinove quando Savonarola fece la sua brutta fine».
E così in Cesare Borgia vide un patriota?
«Nel Valentino, il condottiero che ha ispirato IlPrincipe, vide un uomo determinato. Brutale, certo, ma uno che aveva conquistato Urbino e edificato uno Stato così potente da minacciare Bologna. Ci vide un disegno: unificare dei territori e renderli solidi».
Nel suo libro appena uscito – e scritto con sua figlia Natalia – «L’uomo che inventò la politica. Inchiesta su Machiavelli» (Einaudi), lei ricorda in prima persona la paura nata da un’invasione.
«Certo, perché io ricordo benissimo i nazisti a Roma. Mio padre entrò nella Resistenza al comando del colonnello Montezemolo, mentre noi bambini giocavamo con gli elmetti abbandonati per le strade».
Lucio Villari diceva che l’aggettivo «machiavellico» viene usato a sproposito.
«Sono d’accordo. Con il tempo ha assunto un significato negativo, qualcosa di viscido e spregiudicato. Invece Machiavelli era un diplomatico intelligente, che pur amando la pace capiva e ammetteva in certi casi l’uso della forza».
Concetto oggi molto difficile da comprendere, specie per i più giovani.
«Giorni fa abbiamo sentito una giovanissima politica (Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, ndr) invocare la gloria della diserzione. Una sciocchezza colossale: un conto è fare appello all’obiezione di coscienza, bella e a volte necessaria. Un altro è parlare di diserzione, che vuol dire tradimento: il senso della patria, che animava Machiavelli, non c’è più».
Machiavelli invitava a organizzare milizie non mercenarie ma «locali» per difendersi (e non solo).
«Oggi abbiamo il tema difficile e dibattuto della difesa comune europea, parlare di eserciti e armi sembra una bestemmia. Ma vede, la mia generazione ha toccato con mano il conflitto e sa bene che se i soldati vengono a sfondarti la porta tu non puoi stare zitto. Durante la Seconda guerra mondiale due volte le guardie fasciste sono entrate nella casa romana dove abitavamo allora, a Porta Latina, a cercare mio padre».
Lei ha 91 anni. Ha conosciuto politici italiani e internazionali. Il più simile a Machiavelli?
«Domanda difficile».
La aiuto: Andreotti?
«No, perché Andreotti era soprattutto enigmatico. E poi era uno attratto dal male, provava un perverso e inspiegabile piacere nell’avere a che fare con i mascalzoni. Beninteso, sto esagerando, metto tutto tra virgolette».
Cirino Pomicino?
«Ingegno brillante, l’ho conosciuto bene tramite il fratello, che faceva l’attore. Ma non direi machiavellico».
Cossiga?
(ride) «Ma no, Cossiga era matto».
Allora sparigliamo le carte. Matteo Renzi?
«Ecco, sì. Matteo è uno dei politici che più si avvicinano a quel modello di stratega intelligente, lucidissimo, pronto a fare i calcoli giusti. Ama la pace ma non disdegna né la guerra né le azioni spregiudicate per raggiungere un disegno che per lui è giusto e utile per il Paese».
Già, perché Machiavelli inoculò nella politica una certa morale.
«Spesso viene citato il suo famoso motto del “fine che giustifica i mezzi”. Ma occorre aggiungere la frase “nel perseguimento dell’interesse generale”. Una visione morale cioè che bada sì al mantenimento del potere, ma in nome degli interessi non del principe bensì di tutto un popolo».
Renzi ha sempre agito nell’interesse generale?
«Sì, quello che lo ha rovinato è stato un ego gigantesco. Se si togliesse un po’ di quella sbruffoneria da toscanaccio, diventerebbe il miglior politico in circolazione».
Draghi era machiavellico?
«Molto, perché aveva una grande visione, quella che manca alla maggior parte dei politici oggi. Hanno orizzonti ristretti, si limitano a manovre di piccolo cabotaggio, guardano ai sondaggi».
E nella nostra storia politica recente c’è stato un consigliere machiavellico, uno spin doctor lungimirante?
«Senza dubbio Gianni Letta, il più bravo. Lui era il consigliere di Berlusconi e quando si trattava di andare al Quirinale il Cavaliere al massimo aveva due nomi sull’agendina, ma quello che aveva una grande visione era Letta».
E a sinistra?
«Ho sempre apprezzato Veltroni».
Perché?
«Perché oltre a essere capace di un disegno politico, Walter ha sempre avuto la capacità di scaldare il cuore. Qualità che oggi vedo poco».
Il punto è che in Italia abbiamo avuto spesso paura dello «spettro rosso», dei comunisti che mangiano i bambini.
«Eh, lo dice a me. Ricordo bene quel mio lontano cugino che nel 1963, ai tempi del primo centrosinistra, mi chiese spaventato se i socialisti gli avrebbero portato via la sua amata Seicento».
Vede una grande differenza di «postura morale» tra i politici di ieri e di oggi?
«Cito solo due esempi: Sandro Pertini si era fatto quasi quattordici anni tra carcere, confino ed esilio; Gian Carlo Pajetta dodici anni di carcere sotto il fascismo. Questi avevano pagato a caro prezzo le loro idee libere e democratiche. Facciamo un paragone con l’oggi? Sarebbe imbarazzante, sia a destra che a sinistra».
C’è un tema ancora più delicato e inquietante che Machiavelli pone nelle «Istorie fiorentine»: in sintesi dice che lunghi periodi di pace portano dei mali, come ozio e divisioni interne.
«Vengono i brividi se pensiamo che l’Unione europea ci ha garantito quasi un secolo di pace. Però quello che Machiavelli afferma è che la guerra spesso nasce quando e perché una nazione è debole, in quanto ci sarà sempre qualcuno pronto ad attaccare».
Ma allora come facciamo a spiegare ai ventenni che siamo fortunati perché da quasi un secolo l’Europa ci ha garantito la pace ma, al tempo stesso, dobbiamo essere pronti alla guerra?
«Secondo me questo è il nodo più difficile e affascinante del pensiero di Machiavelli. Lui non disprezza il bisogno di sicurezza, anche armata, anzi. È un tema che riguarda vecchi e giovani, ricchi e poveri, destra e sinistra».
Eppure oggi quello della sicurezza sembra essere diventato un tema solo della destra o del centrodestra.
«Per me l’aver consegnato agli avversari una tematica così delicata e che tocca nel profondo è uno dei più macroscopici errori della sinistra».
Perché secondo lei un partito articolato come quello democratico ha lasciato cadere questo tema?
«Per due ragioni, una nobile e una meno nobile. La prima è che la sinistra nasce nel segno dell’internazionalismo, quindi con una certa allergia a tutto ciò che sa di sovranismo. Ma l’errore più grossolano è stato la pigrizia: caduto il nazionalismo fascista, guerrafondaio, il fautore della tragedia della guerra, per molti bisognava lasciar cadere anche dei corollari importanti».
Come l’idea di eroismo?
«Sì, parlo di El Alamein, per esempio. È un episodio di valore militare, soldati che rappresentavano l’intero Paese. Mandati lì per una guerra ingiusta, certo, però quelli erano soldati e dovevano obbedire, la consegna era di conservare quel posto fino alla morte e questo hanno fatto. Quei militari meritano il nostro rispetto».
Altre incoerenze?
«Trovo assurdo che per uno di sinistra corresse l’obbligo di difendere i comunisti che, agli ordini del maresciallo Tito, gettavano cittadini italiani nei crepacci delle Foibe».
In conclusione, che cosa dovremmo imparare da Machiavelli oggi per navigare in questi «tempi oscuri», tanto per citare un bel libro di Asma Mhalla?
«Direi il coraggio di trovare una via lucida, chiara e coerente in mezzo alla disperazione».