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 2026  ottobre 03 Sabato calendario

Scuole e atenei chiusi in Francia. La protesta non si ferma

Il ministro dell’Istruzione, Édouard Geffray, chiede l’aiuto delle famiglie perché controllino i figli: «Per strada i ragazzi sono in pericolo, la scuola non può essere uno scontro tra lo Stato e i minori». La protesta dei liceali si estende alle università, quattrocento istituti ieri sono stati chiusi dalle autorità per ragioni di sicurezza, trenta facoltà sono bloccate e molti corsi si tengono a distanza. I ragazzi che manifestano per chiedere una scuola migliore, con più mezzi e classi meno affollate, sono presi in mezzo alla doppia minaccia dei casseur, teppisti spesso estranei alle scuole, che con il volto coperto commettono atti di vandalismo, violenze e saccheggi, e degli agenti di polizia che cercano di reprimere i disordini e che talvolta non riescono a distinguere tra liceali pacifici e autori delle violenze.
I fermati sono oltre duemila dall’inizio degli scontri, più di 300 poliziotti e gendarmi feriti, secondo le cifre del ministro dell’Interno, Laurent Nuñez. Gli allievi feriti sono circa 170, assieme a 65 dipendenti scolastici tra i quali 40 presidi, presi di mira in tutta la Francia. Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, chiede che a pagare i danni siano i genitori degli allievi: «Quando si distruggono i licei, quando si danneggiano le pensiline degli autobus, quando si attaccano i mezzi di trasporto, sono i genitori a doverne rispondere».
Tra le rivendicazioni dei ragazzi c’è la scarsità di insegnanti e personale scolastico. Molti professori assenti non vengono rimpiazzati, nella scuola pubblica capita che alcune materie rimangano senza insegnanti per mesi, e che quindi il programma non venga svolto, salvo poi pretendere dai ragazzi conoscenze, impegno, merito, in un sistema sempre più competitivo. «Ci riversano addosso una pressione enorme – dice Martine, una 16enne nel XV arrondissement di Parigi —, ma la gara è viziata. Noi non possiamo lamentarci, ma certe scuole, in certe zone, sono un marchio a vita. Chi esce da lì sa che farà poca strada».
I ragazzi protestano anche contro Parcoursup, la piattaforma digitale creata dal governo nel 2018 proprio per cercare di ridurre il peso del luogo di residenza (il centro di Parigi, la periferia o la provincia) e della rete di conoscenze personali. All’ultimo anno del liceo, gli allievi sono invitati a mettere su Parcoursup il percorso scolastico, il curriculum e i loro 10 desideri di università in ordine di preferenza. Sulla base di imperscrutabili algoritmi il cervellone esamina tutte le domande, e poi invia a ciascuno il responso inappellabile. Le vite dei ragazzi sono nelle mani dell’impersonale Parcoursup, che diventa il simbolo della pressione competitiva e delle perduranti diseguaglianze, con in più un tocco di disumanizzazione digitale.
Accanto a ragioni profonde, ci sono poi follie superficiali: il bellissimo e modernissimo liceo di Nantes dato alle fiamme; il negozio di articoli sportivi JD nel centro di Orléans saccheggiato da una folla di ragazzi con il volto coperto; una poliziotta in fuga a Parigi rincorsa dai vandali, fatta cadere e riempita di calci al grido di «ammazzatela»; ragazzi che in place de la Nation a Parigi sparano fuochi d’artificio ad altezza d’uomo contro i poliziotti, che rispondono con i lacrimogeni; ragazzi che prendono a sassate e rompono i vetri del tram carico di passeggeri; poliziotti che sparano a bruciapelo proiettili di caucciù sfigurando un ragazzo a Saint-Ouen-l’Aumône, a un’ora da Parigi.
Nuova mobilitazione martedì prossimo. Il governo teme che dai licei e dalle università il movimento possa ampliarsi verso una protesta sociale generale, saldandosi con una possibile riedizione dei gilet gialli, che si stanno mobilitando per la giornata di lotta del 17 ottobre.