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 2026  ottobre 02 Venerdì calendario

Meno devoti, via ai tagli in sacrestia a San Giovanni Rotondo

Che perfino in una sacrestia ci potessero essere degli esuberi, posti di lavoro da tagliare, non lo aveva previsto nessuno. Non certo papa Paolo VI quando, nel 1970, riconobbe la figura dell’addetto al culto, da regolarizzare e contrattualizzare. A San Giovanni Rotondo i frati che gestiscono il santuario dedicato a San Pio sono arrivati all’incontro con i sacristi accompagnati da una sfilza di avvocati. Portando il gelo: «Dobbiamo avviare le procedure di licenziamento per 38 di voi». Il motivo? «Chieda al direttore del personale», invita Rinaldo Totaro, padre guardiano del convento dei Frati minori mentre si cambia dopo la messa per i cent’anni di frate Ludovico.
Degli 89 dipendenti della fondazione che gestisce il santuario si occupa un commercialista, Matteo Pappalardo: «Quei lavoratori ci costano un milione di euro all’anno. E noi per pagarli possiamo attingere solo dalle offerte. C’è stato un calo dei visitatori. E si sono chiusi 24 negozi su 34 in viale padre Pio. Ma noi vogliamo mantenere l’occupazione. E faremo le nostre proposte nell’ambito della procedura». Come in tutte le crisi storiche, come per la Fiat per la Whirlpool o l’ex Ilva, si aprirà un tavolo e ci sarà una contrattazione. Ma dall’altra parte non ci saranno manager in giacca e cravatta.
I datori di lavoro sono religiosi, spesso anziani, che vivono di carità. Come padre Fedele, 92 anni, zio del leader del Movimento 5Stelle Giuseppe Conte: «Qui i sacristi non lavorano più: ora ci sono le suore». Già da tre anni, infatti, le sorelle hanno preso il posto dei dipendenti retribuiti. Per la Cgil, dunque, il calo è solo un pretesto e «potrebbe essere un pericoloso precedente», teme Pierluigi Di Stasio. La vertenza si trascina da anni: la controparte in saio non ha mai applicato il contratto. A giudicare dalle presenze di questi giorni sembra che i sindacalisti abbiano ragione: domenica per entrare c’era la fila di un’ora, i ristoranti ieri erano pieni. «Ma questo è il mese clou – spiega Sara Alessandrini, catholic travel blogger, che a luglio è stata qui – bisognerebbe fare qualcosa per rilanciarla, quella meta. Ora vanno forte i cammini. E si cerca molto l’elemento religioso, come dimostra il successo del film su San Carlo Acutis, che ha portato al boom di Assisi».
Nella destinazione concorrente pugliese, invece, gli arrivi sono calati del 21,7 per cento nei primi sette mesi dell’anno, passando da 129.471 a 101.345. Certo, il 2025 era l’anno del Giubileo. Ma le presenze sono state 191mila: difficilmente, a fine anno, arriveranno a quota 448mila come nel 2018. E se nel 2016 era la seconda destinazione del turismo religioso dopo Roma, ora è al terzo posto, superata dalla città di San Francesco. «I flussi non sono più quelli di vent’anni fa», riconosce Bruno Di Maggio, uno dei sacrestani che ora rischiano il posto. Ha cominciato come muratore e guadagna 1400 euro netti al mese. Si ritrova con due figli da mantenere ma non ce l’ha con i frati: «Non hanno le somme necessarie per il nuovo contratto. E non arriveranno al licenziamento». Ma gli altri sono preoccupati. E hanno preparato una lettera indirizzata al Papa: «Le chiediamo di ricordare che dietro una procedura di licenziamento ci sono persone. Che dietro una voce di bilancio c’è una vita».
Il calo dei visitatori s’intreccia con le vicissitudini di Casa sollievo della sofferenza, l’ospedale fondato da padre Pio, oberato dai debiti, e con l’indotto sanitario: «Anche per l’altra fondazione religiosa che si occupa di riabilitazione abbiamo aperto una vertenza», spiega Giuseppe Mangiacotti della Cisl. Ma le minacce di licenziamento arrivano dopo una vertenza con un dipendente sindacalizzato, Antonio Laporta, della Cgil, che pretende il rispetto del contratto firmato dai duemila sacristi italiani con la Faci, la federazione delle associazioni del clero. L’oggetto del contendere è l’applicazione dell’appendice A, che prevede 300 euro in più al mese per chi lavorare nei santuari. Laporta ha avviato un contenzioso con la fondazione e a febbraio ha ottenuto la sua decima vittoria.
La diatriba verteva sulla distinzione tra visitatori e pellegrini: per i frati, gli arrivi a San Giovanni sono limitati a pochi giorni – come il 23 settembre, ricorrenza della morte di padre Pio – mentre per il resto dell’anno gli arrivi sono turistico-culturali, dunque non si deve applicare l’appendice A. E invece, ha stabilito la Corte d’appello di Bari, «il santuario è notoriamente meta di continui e continuativi pellegrinaggi da parte di fedeli devoti. Se così è (ed è così), non vi sono ragioni per negare l’applicabilità dell’Appendice A».
Il responsabile provinciale dell’ordine, Francesco Dileo, ha dato l’ordine di tacere. Non si sottrae il vescovo della diocesi, Franco Moscone: «Auspico che non ci siano contenziosi tali da dover ricorrere a licenziamenti di massa. Se ci sono rivendicazioni di tipo salariale, cerchino di risolverli. Se c’è un esubero di personale, lo verifichino in base alle presenze di pellegrini intorno al santuario. Ma non sia un taglio immediato».