corriere.it, 2 ottobre 2026
Un’altra portaerei Usa in viaggio verso il Golfo Persico
Una terza portaerei americana ha intrapreso la rotta verso il Golfo Persico, al suo seguito altre navi e marines. Un movimento che potrebbe essere legato ad una nuova offensiva contro l’Iran dopo le elezioni di mid-term. Ma anche essere una mossa tattica in un’estenuante guerra di propaganda.
Task force
La Roosevelt ha lasciato il porto di San Diego con l’ordine di raggiungere l’area di operazioni e il suo arrivo è previsto nella prima metà di novembre. Ma è una tabella di marcia indicativa. Una volta nel quadrante può dare il cambio a una delle portaerei già presenti, la Washington e la Bush, oppure incrementare il dispositivo portandolo ad oltre 50 mila uomini. Infatti, è previsto il trasferimento del «gruppo anfibio» Makin Island, con a bordo circa 4 mila marines, che si unirà al Boxer Group, con numeri analoghi.
Il piano è di mettere a disposizione della Casa Bianca una serie di opzioni da attuare nel caso Trump decida la ripresa del conflitto come ha spesso minacciato. Le ipotesi: 1) Raid massicci su target militari. 2) Estensione della campagna aerea alle infrastrutture. 3) Sbarchi per assumere il controllo di qualche isola o sito strategico (azione piena di rischi).
Allo stesso tempo il Pentagono ha inviato in Qatar e Arabia Saudita nuove batterie di Patriot, sistemi antimissile indispensabili per potenziare uno scudo rivelatosi comunque fragile. Per una serie di motivi. I pasdaran lo hanno perforato spesso con successo, le scorte non sono abbondanti e alcuni dei partner tendono ad un uso poco accorto. Inoltre, è opinione generale – e non solo perché Teheran lo ha promesso – che la risposta dei guardiani potrebbe provocare conseguenze serie su impianti petroliferi e basi americane nella regione.
In mare
Oltre alle manovre sono in corso azioni meno visibili ma significative. A partire da agosto gli iraniani hanno lanciato una media di 30 droni-kamikaze e 10 missili anti-nave alla settimana. Strike per colpire le petroliere che provano ad attraversare Hormuz usando un canale in acque omanite protetto dagli Stati Uniti. Dal 10 settembre – secondo dati resi noti dal New York Times – sono state centrate almeno 13 navi, alcune in modo serio.
L’azione dei pasdaran è un modo per ristabilire un pieno controllo sullo Stretto dopo che le monarchie del Golfo, con il sostegno americano, sono riuscite ad aumentare l’export di greggio usando petroliere più piccole e con trasbordi nave-nave.
Le quote di petrolio immesse sul mercato sono salite e, in contemporanea, si è sviluppata una battaglia di versioni. Washington ha rilanciato il messaggio che il greggio comunque «va» e la presa iraniana sulla via d’acqua sarebbe declinata. Tesi sostenuta da numeri diffusi da società specializzate. Teheran ha replicato smentendo, attaccando e mobilitando analisti i quali hanno confutato la tesi americana. O meglio, pur riconoscendo che la morsa è più debole, ribadiscono che la Repubblica islamica continua ad avere in mano le chiavi di Hormuz. Una valutazione irrobustita dalla previsione di una rappresaglia ampia e senza limiti nel caso The Donald dia luce verde ad un nuovo round di Epic Fury.
Terrorismo
Da non perdere di vista il versante terrorismo. Che può essere usato dalla Casa Bianca come ulteriore giustificazione per una ripresa dei raid. Trump segue con attenzione le indagini sul presunto fallito attentato alla base di Fairford (Gran Bretagna), episodio che vedrebbe coinvolti gli iraniani, anche se c’è ancora molto da chiarire visto che cinque persone sospettate sono state in seguito rilasciate. Ieri la polizia inglese ha arrestato un cittadino iraniano-britannico, un fermo connesso all’indagine. Sempre il presidente Usa ha associato l’Iran al drammatico episodio del volo FlyDubai e questo nonostante, al momento, non siano emersi legami del co-pilota con apparati o gruppi vicini al regime islamico.