Corriere della Sera, 2 ottobre 2026
Intervista a Mimmo Cuticchio
Di questo puparo con cent’anni di storia familiare alle spalle ha mostrato i solchi del volto e la candida chioma Francis Ford Coppola, nel Padrino, parte III. C’era pure in Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara, come voce narrante. E poi ancora protagonista con Crialese in Terraferma, con Tornatore in Baarìa. Perché il mondo di Mimmo Cuticchio, il gigante di 78 anni che si muove a Palermo fra i paladini del suo storico Teatro dei Pupi, va ben oltre gli eroi di Carlo Magno e la Chansons des gestes. Come prova l’Iliade messa in scena con un intreccio di pupi a forma di greci e troiani. Come accadrà per il suo San Francesco da domani, sempre a Palermo, in quello scrigno di via Bara all’Olivella dove sempre echeggia uno sferragliare di spade...
«Sempre combattendo per fare capire quanto vana e inutile sia la guerra», corregge il Maestro, anzi il Professore, viste le due lauree honoris causa conferite dalle università di Roma Tre e Palermo.
Ma San Francesco non combatte.
«Va in Egitto, alla quinta crociata del 1219. Per bloccarla. Come chiede al comandante, il cardinale Glavan, che rifiuta. E lui predice la disfatta della battaglia, incontrando poi il sultano Al Kamil. È il canovaccio riscritto tanti anni fa da me e dal grande Salvo Licata».
Esaltando l’incontro fra San Francesco e il sultano?
«Un modo per dire ancora oggi a noi che bisogna ascoltare le motivazioni degli altri, che bisogna insistere su dialogo e tolleranza. Non a caso ad Assisi Giotto dipinse quell’incontro noto come La prova del fuoco».
Racconta l’orrore della guerra mentre agita le lame dei paladini?
«Nessuna contraddizione. Per le scuole spesso mettiamo in scena l’Iliade mostrando ai ragazzi dove cominciano le guerre. Dal ratto di Elena alla lite degli dei. Storie di guerre e sangue. Sulla terra come nell’Olimpo».
Un modo per innovare lo spettacolo dei Pupi?
«Negli ultimi trent’anni, oltre Orlando, Rinaldo e Angelica, abbiamo trasformato i pupi in protagonisti del Macbeth, della Tosca, della Manon. Con grandi nomi, da Emma Dante a Riccardo Muti...».
Ne è passato di tempo dai pupi di suo padre Giacomo...
«E di mia madre, Pina Patti».
Il ricordo di Cuticchio bambino?
«Sono il quinto di sette figli nati durante la guerra, sfollati nei paesini siciliani, da Gela ad Alia, da San Cipirello a Terrasini. Nati fra le panche dei teatrini che papà e mamma arrangiavano in stalle e magazzini di fortuna. Le panche come culle. Il letto grande con i trespoli montato dietro i legni del palcoscenico. Girovaghi e poveri. Ricordo le facce dei pupi che la notte ci scrutavano alla luce del lume a petrolio».
Dove sono i pupi con cui è cresciuto da bambino?
«Dopo la morte di mio padre, mia madre ce lo raccomandava: “Voi figli cercate di tenerli uniti. Se ne manca qualcuno, è stato per bisogno. Non smembrateli”. Per fortuna lo confidai a Gianni Puglisi, il professore allora presidente della Fondazione Sicilia. Noi stavamo a Parigi, al Théâtre des Champs-Élysées, per il Don Giovanni con le musiche di Mozart. A fine spettacolo, spunta in camerino e gli parlo del rischio di dividere tutto tra fratelli, nipoti...».
Lei si confida. E lui?
«Promette di acquisire i cento e passa pupi di mio padre alla Fondazione. E li porta nella sede di Palazzo Branciforte, ristrutturata da Gae Aulenti. Una meravigliosa istallazione fra i legni del Monte dei pegni. Accanto a fondali, cento teste di ricambio, cavalli e orche di scena, angeli e diavoli, oltre due pianoforti d’epoca, quelli a cilindro. Un museo da vivere. Ed io ho potuto continuare a creare i nuovi pupi nel mio teatro».
Una storia che l’Unesco ha dichiarato patrimonio immateriale dell’umanità.
«Ma la politica spesso non lo capisce. Un bene materiale può essere dimenticato per mille anni. Poi arriva che lo riscopre, lo restaura e l’umanità se lo gode. Ma un bene orale e immateriale come la tradizione dei pupi è fatto di maestri pupari che scompaiono, se non troviamo il modo di trasmettere conoscenza alle nuove generazioni».
Siete rimasti in pochi?
«Capii tutto questo nel 1973 quando vedevo che i figli dei pupari cambiavano mestiere. Uno, bidello a scuola. Un altro, il concorso in polizia. L’altro ancora brigava per l’assunzione al Comune. E io, cercando nuovi spettatori, mi inventavo un nuovo teatro, aperto quell’anno».
Lo stesso di oggi, in via Bara all’Olivella, a due passi dal Teatro Massimo.
«Lo stesso dove ormai arrivano visitatori da tutto il mondo, prenotati via Internet, perché con il riconoscimento Unesco siamo in tutte le guide. Per questo bisogna scrivere e innovare».
Come?
«Ho scritto 80 nuovi copioni e costruito 800 nuovi pupi per spettacoli che vanno da Cagliostro alla Fuga di Enea».
«Figli d’arte Cuticchio» significa che opera un’intera famiglia?
«Io penso alle armature. Tra i fratelli, Nino provvede a sculture e pitture, Guido è specialista nell’intaglio dei personaggi mitologici...».
E i figli?
«Un genio Giacomo, il mio primogenito. Puparo e cuntista, musicista e compositore, oggi direttore di una sua orchestra».
Un cuntista, quindi un narratore, nato fra i pupi?
«Nel 1982. L’esordio a 7 anni. Sul palco con l’Infanzia di Orlando. L’ho coccolato trasmettendo l’amore per i pupi».
Come faceva suo padre con lei?
«Mi ricordo i colpi di ‘zitto’. E i colpi in testa di mio padre. Educazione all’antica. Altri tempi».
Ha anche una figlia.
«Sara, nata nel 1986, la passione della psicologia. La sua vita a Padova dove però costruisce piccoli pupi per i bimbi che segue».
Campeggia nella storia del teatro il nome di sua moglie, Elisa Puleo.
«Studiava architettura a Palermo facendo la spola da Sciacca, la sua città dove con un gruppo amatoriale un giorno mi chiese una messa in scena. Galeotto fu lo spettacolo. Sposi felici e presto genitori di Giacomo. Con me che facevo il mammo, mentre lei studiava. E poi, a due anni della nascita, io col pupo in braccio alla sua laurea. Con il miglior pupo della mia vita».
E la professione di architetto?
«Mollata da Elisa. Per sua scelta. “Sai che c’è? Farò l’architutto, qui in teatro, con la Compagnia”. E da allora fa davvero tutto. È il manager attorno a cui tutto ruota. Io, capitano a mare. Lei, ammiraglio a terra. Nulla potrei, se non ci fosse lei».
Oltre ai grandi registi, siete apprezzati anche da Jovanotti. A Palermo, al concerto di agosto, vi ha voluti sul palco.
«S’è innamorato dei ritmi mediterranei di Giacomo, riproposti sul palco dove Jovanotti ha abbracciato Astolfo, l’ultimo dei paladini, viaggiatore e sognatore».
Come riuscite a conquistare i ragazzi?
«Con noi gli studenti si innamorano dei libri, dell’autore, dei personaggi. Dai Reali di Francia all’Orlando innamorato di Boiardo, all’Orlando furioso di Ariosto. Gli diamo vita. E poi i ragazzi leggono con più voglia i testi».
Per i giovani i pupi non sono solo folclore?
«Non è solo una tradizione che nasce nel Medioevo. Ai tempi dei greci avevano le maschere. Poi le marionette a filo. Poi ancora i pupi dell’impero dei Franchi in lotta con i Mori di Spagna. Devi catturarli con la storia, con le storie».
Come spiega loro la tradizione?
«Paragono la tradizione al letto di un fiume, lo Scamandro, il fiume degli dei, il corso d’acqua che bagnava Troia nei poemi omerici. Il letto può mutare come gli argini o le anse. La tradizione è l’acqua che ci passa sopra. Siamo noi. Io, ormai un rivolo. Come la storia di mio padre Giacomo. Ma vedo acque fresche, quelle di mio figlio Giacomo e dei suoi due bimbi, Mimmo e Edoardo, 6 e 4 anni, il futuro, se loro vorranno».
Lei ha portato i pupi all’aula bunker del maxiprocesso...
«L’emozione più grande, il racconto su Paolo Borsellino. Un cunto sull’infanzia di Borsellino, davanti alla moglie, la signora Agnese. Commossa. Le sue parole riecheggiano in me: “Mio marito disse che questo Cuticchio fa capire le cose perché le sa raccontare”. Fu la mia vera laurea».