Corriere della Sera, 2 ottobre 2026
Mélenchon elogia la protesta ed è costretto a difendersi: «Non sono io il regista»
Nel cortile del Senato alcuni parlamentari della France insoumise fanno capannello attorno al loro leader, Jean-Luc Mélenchon, che parlamentare non è perché da tempo ha altre mire: diventare presidente della Repubblica. A 75 anni, la primavera prossima, proverà per la quarta volta a conquistare l’Eliseo.
Accanto a lui nel cortile c’è Aymeric Caron, ex star dei talk show, che qualche ora prima si trovava davanti ai cassonetti della spazzatura all’entrata del liceo Jacques Decour di Parigi, poco lontano da Montmartre. Megafono in mano, Caron ha arringato i ragazzi in piedi sulle barricate: «Quello che vivete non è normale: mezzi insufficienti, professori assenti, e la vostra sorte è del tutto indifferente a quelli che ci governano. Fate bene a manifestare, e noi siamo con voi!». Ovazione dei ragazzi tra bandiere palestinesi, cartelli «Vogliamo il Bac (la maturità) non la Bac (Brigata anti-criminale)», «Lo Stato ci ignora la pressione ci divora», e anche una sciarpa del Paris Saint-Germain. Due giorni fa, davanti al liceo Paul-Eluard di Saint-Denis, alla periferia di Parigi, il sindaco Bally Bagayoko, esponente di punta della France insoumise, ha dato una mano a spostare un cassonetto in fiamme, e poi si è unito alla folla di ragazzi che cantavano e saltavano e che lo hanno portato in trionfo: «Bally! Bally!», lo stesso Bally Bagayoko che poi parlato di «violenza talvolta legittima, anche se sarebbe meglio evitarla». Il prefetto ha segnalato il sindaco alla procura, da Madrid il presidente Macron ha richiamato tutti i politici a non giustificare o incoraggiare mai la violenza e tutti, a gradi diversi, accusano Mélenchon, l’uomo che parla di rivoluzione popolare, predica la strategia del «rumore e del furore», e che dall’inizio della protesta chiede ai suoi uomini di scendere in strada e «difendere gli studenti di fronte alle selvagge azioni poliziesche»: «Non ci sarà né oblio né perdono per nessuno».
Gli «insoumis» difendono i ragazzi e evocano il razzismo quando i poliziotti passano alle maniere forti, soprattutto nelle banlieue abitate dai francesi racisés, come dice Mélenchon, cioè appartenenti alle minoranze visibili, di origine araba o africana. Per questo sostegno ieri l’ex ministro dell’Interno e candidato della destra gollista all’Eliseo, Bruno Retailleau, ha detto che «fanno le prove di quel che succederebbe nel 2027 se Marine Le Pen vincesse le elezioni: organizzerebbero una insurrezione nel Paese», aggiungendo che «una questione va posta: la messa fuori legge della France insoumise».
Al Senato, davanti al microfono della tv Public Sénat, Mélenchon si difende: «Metterci fuorilegge? È ridicolo, e perché ? Perché le nostre idee non piacciono a Retailleau? Questa dev’essere la prima protesta organizzata per telepatia, perché non ne siamo noi all’origine. Ma è vero che siamo accolti benissimo nei licei. Comunque lo dico e lo ripeto: noi siamo per la lotta non violenta».
Dopo l’esaltazione dei primi giorni ora Mélenchon modera i toni, anche perché i giovani sono già con lui. Secondo un sondaggio Ipsos per Le Monde, il 40 per cento della fascia 18-24 anni voterà Mélenchon alla presidenziale, contro il 20% per Marine Le Pen e appena il 5% per Raphaël Glucksmann. Il leader dell’estrema sinistra spera di qualificarsi al ballottaggio. Ma se ci riuscisse, al secondo turno incontrerebbe una Marine Le Pen che in questi giorni invece invoca la fine della protesta e il ritorno all’ordine. La rivolta nei licei diventa quindi anche una tappa dello scontro tra Le Pen, candidata della Francia di provincia, e Mélenchon paladino delle banlieue.