30 settembre 2026
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Biografia di Marco Tullio Giordana
Marco Tullio Giordana, nato a Milano il 1° ottobre 1950 (76 anni). Regista. Sceneggiatore. Uno dei più importanti cineasti italiani degli ultimi quarant’anni • Realista, ambizioso, dotato di robusta immaginazione melodrammatica. «Iscrivendosi fin dagli esordi nella tradizione del cinema d’ispirazione civile, ha affrontato temi di grande rilievo come la violenza, il terrorismo, il potere mafioso» [Francesca Vatteroni, Enciclopedia del cinema Treccani 2003] • Autore di film come Pasolini, un delitto italiano (1995), ricostruzione del processo per l’uccisione di Pier Paolo Pasolini; I cento passi (2000), sul giovane Peppino Impastato, un ragazzo siciliano ribellatosi al potere mafioso locale e per questo morto ammazzato; La meglio gioventù (2003), grande affresco di storia italiana dal 1966 al Duemila, nato per la televisione, e poi portato al cinema; Romanzo di una strage (2012), sull’attentato di piazza Fontana e il caso Pinelli-Calabresi. Da ultimo ha realizzato Nome di donna (2018), Yara (2021) e La vita accanto (2024) • Ha vinto, tra le altre cose, il Pardo speciale alla carriera al Festival di Locarno, il premio Un Certain Regard al Festival di Cannes del 2003, il premio alla miglior sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia del 2000, quattro David di Donatello, un Ciak d’oro, cinque Nastri d’argento (più il Nastro d’Argento alla carriera) • È regista anche teatrale, sia prosa sia opera lirica, perché «c’è bisogno di ascoltare parole alte, diverse dal chiacchiericcio in cui siamo immersi e che, certe volte, il cinema ripropone». Da ultimo ha messo in scena un adattamento de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello (insieme a Geppy Gleijeses, 2024) e La battaglia di Legnago di Giuseppe Verdi (Teatro del Maggio musicale fiorentino, 2018) • È molto soddisfatto del nostro cinema. «Credo che sia, insieme al cibo e al vino, una delle cose migliori che produce l’Italia» • Per contro, molto poco soddisfatto di sé. «Quando ho letto l’autobiografia di Bergman, mi ha colpito il modo in cui si disprezza totalmente. E mi sono detto: se uno come lui non era contento di sé, come potrei esserlo io?».
Titoli di testa Giordana, perché questo interesse per la storia e le storie vere nel suo cinema? «Sono figlio della generazione che ha fatto la Seconda guerra mondiale. E la guerra era sempre così presente nei discorsi che sentivo fare agli adulti, che ho sempre pensato che i grandi eventi che coinvolgono la vita di tutti, debbano essere centrali nel racconto cinematografico» [Sara D’Ascenzo, Cds 2/3/2024].
Vita Famiglia colta e agiata, abituati alla vita pubblica e all’impegno civico • Il nonno, Carlo Tullio Giordana, giornalista e antifascista. Racconta Marco: «Il mio bisnonno era nato a Cuneo, era un ufficiale dei carabinieri che fu inviato a Crema dove si stabilì. Suo figlio, mio nonno paterno, percorse la carriera militare affiancandola a quella di giornalista e dopo il 25 luglio 1943 fu chiamato a dirigere La Gazzetta del Popolo. Ma durò poco. L’8 settembre fu costretto a riparare in Val Chisone dove si aggiunse a una formazione partigiana composta in gran parte dai suoi ex soldati» [Fabio Ferzetti, L’Espresso 22/7/2021]. Racconta Emanuele, uno dei fratelli di Marco: «Alcuni anni fa diventammo proprietari delle terre che circondano la Ca’ della Mosche, un casale del cremasco appartenuto ai veneziani signori Mosca e poi alla famiglia dei Rossi Martini che la vendettero a mia nonna, Clelia Bertollo, che aveva sposato mio nonno Tullio, giornalista coraggioso che aveva sfidato Mussolini e che per questo motivo aveva perso il lavoro e il suo giornale, La Tribuna, nei primi anni del Ventennio. Il nonno era di Crema (storiche le sue battaglie col rais Farinacci di Cremona) e la nonna, che aveva portato in dote capitali importanti, gli aveva comprato le Mosche con 44 ettari di terreno» [emgiordana.blogspot.it] • Il padre, Gian Pietro Giordana (1912-1959), laureato in giurisprudenza, fu direttore del settimanale umoristico Settebello e, dal 1948, amministratore di Selezione, l’edizione italiana del Reader’s Digest. «Anche mio padre, durante la guerra, entrò nella Resistenza. Paracadutato dagli inglesi in Piemonte, dove avrebbe svolto attività di collegamento fra gli alleati e il Comitato di liberazione Alta Italia, entrò nella prefettura di Milano a poche ore dalla fuga di Mussolini verso Dongo. Come prima cosa sequestrò tutto ciò che vi si trovava trasferendo casse piene di carte nella nostra casa di Crema. Bisognava evitare che i rapporti e le denunce anonime a danno di antifascisti alimentassero la spirale di rappresaglie e vendette che avrebbe insanguinato il dopoguerra» [Ferzetti, cit.] • Gian Pietro e la moglie, Bianca Maria, hanno cinque figli: Franco, Barbara, Claudia, Marco Tullio ed Emanuele • La famiglia Giordana è benestante, ma segnata dal dolore. Claudia muore giovane, a soli 22 anni. «Aveva dei problemi. Io so, in famiglia, che cosa vuol dire il silenzio, la deformità, la vergogna di essere tenuti a parte. Io ho visto cos’è, come faceva soffrire, oltre che lei, anche noi altri fratelli […] Sa, io ho pure perso mio padre quando avevo otto anni. Un incidente aereo […] Un fulmine colpì l’aereo appena decollato da Malpensa. All’epoca, nel ’59, fu il più grande disastro aereo italiano […]» [Paola Zanuttini, Rep 31/7/2024]. Racconta il fratello Emanuele: «Avevo sei anni all’epoca e sentii la notizia al telegiornale della sera […] senza ben capire cosa fosse successo. Ero con mio fratello Marco […]. Mia nonna materna ci cacciò subito a letto e vissi poi il dolore di mia madre, il lungo funerale, la scomparsa del babbo come una sorta di incubo lucido da cui cercavo forse di mantenere le distanze» [dal sito olgiateolona26giugno1959.org]. Marco Tullio: «Ancora adesso sogno a volte di incontrare mio padre: è come allora, si è rifatto una famiglia e non ci ha detto niente. Lo insulto. Questo per dire che i sogni rendono concreta una paura, una frattura, un dolore. Poi, da lì a immaginarseli come reali non ci vuole niente» [Zanuttini, cit.] • «“Era l’inizio del 1959, l’estate prima era morto mio padre e io mi ero preso la Tbc, così passai l’inverno a Crans-sur-Sierre con tutta la mia famiglia […] Non potevo fare niente. Dovevo star seduto tutto il giorno con una coperta sulle gambe, senza muovermi, prendere il sole e tantomeno sudare”. In Svizzera però c’era qualcosa che quel milanese di buona famiglia non aveva mai visto così da vicino: “Le auto più belle del mondo. Un giorno mi sfrecciò accanto una Cadillac. Una Fleetwood, come avrei scoperto più tardi, quel pipistrellone dalle grandi pinne che appare ne La rabbia giovane di Terrence Malick e nel Cacciatore di Michael Cimino”, dice con la sicurezza del cultore di due mondi non così lontani. “Lì nacque il bisogno quasi terapeutico di sapere tutto su quelle macchine favolose…”. Un po’ come Moravia in sanatorio: solo che lo scrittore ne uscì scrivendo Gli indifferenti […], lui maturò una passione che anni dopo lo avrebbe spinto addirittura, tra i primi in Italia, a rivendere quelle auto d’epoca comprate per passione […] “Avevo 14 o 15 anni e convinsi mia nonna, non so con quali parole, a lasciarmi di nascosto una parte d’eredità in anticipo, aggirando la tutela di mia madre. Con quei soldi avrei acquistato vecchie Maserati o Ferrari, che allora costavano pochissimo anche perché non c’era un mercato. L’idea le piacque. Così, con l’aiuto di un amico più grande che faceva il meccanico a Crema, “prima che i sacri furori del ’68 cancellassero tutto”, il giovanissimo Giordana scoprì che quelle vecchie fuoriserie nascoste nella stalla iniziavano a crescere di valore. E spuntavano i primi compratori “Negli anni Ottanta fu anche un modo onorevole di sopravvivere tra un film e l’altro”» [Ferzetti, cit.] • Studi al liceo Berchet, dove farà la maturità due volte. «Gli insegnanti dicevano: ah, con quel nome tu sarai bravo in latino, vieni fuori che ti interrogo» [Antonio Di Lorenzo, La Basilica 3/9/2024] • Sono gli anni della contestazione e dell’impegno. «Nel ’66, a sedici anni, andai a Firenze con alcuni compagni di scuola, un po’ disorganizzati, per unirci ai cosiddetti “angeli del fango”. È un’esperienza talmente viva nella mia memoria che mi sembra impossibile sia trascorso tanto tempo» [Silvia Pezzopane, Framed Magazine 13/8/2026] • Per lei quanto è stato importante Pasolini? «Durante la mia formazione, tra i 15 e i 16 anni, è stato importantissimo. Perché è stato l’esempio di quello che dovrebbe essere un intellettuale. E cioè una persona che cerca di capire e di interpretare la realtà, prendendo una posizione e rimanendo estranea all’establishment e alle idee consolidate» [Gianmaria Tammaro, Esquire 16/08/2024]. «All’indomani di piazza Fontana, scrisse una bellissima poesia dedicata alle vittime delle stragi descrivendole uno per uno, dando un corpo, una voce, una storia, è un po’ questo che mi ha guidato. In generale io ho avuto la fortuna di essere un ragazzo quando Pasolini scriveva e di non essere allo sbaraglio di fronte agli avvenimenti. Oggi i ragazzi non hanno questa fortuna quindi diventa anche un dovere per chi fa cinema, per chi crede nel cinema, vale la pena di crederci… Ho potuto fare questi film in assoluta libertà, senza avere paura di sfidare i santuari o rischiare la causa. Quindi Pasolini come esempio dell’applicare l’intelligenza, che deve essere poetica prima di politica, perché la politica è molto restrittiva nel suo sguardo mentre le arti hanno uno sguardo più lontano e capace di toccare il cuore delle persone, perché un’informazione che non è agganciata ad un’emozione non si attacca e quindi si disperde». «Ero alla manifestazione in cui è morto Annarumma, anni dopo […] ho cercato nella questura di Milano, grazie anche alla disponibilità del questore che mi ha fatto andare dove volevo, dicevo: “vorrei vedere l’incartamento di Annarumma” “prego”, “quello Feltrinelli” “porti”, “Calabresi” tute le foto, “Pinelli” “non c’è”, ah vabbè sarà per un’altra volta, “Annarumma” “non c’è”. Siccome scrissero tutti i giornali che fu ucciso con un tubo innocente scagliato da un manifestante, il tubo innocente anche nella misura minima di 90 cm non è che si può portare a casa quindi sarà rimasto lì, perché non è mai stato repertato? Perché non è mai stato aperto un fascicolo contro ignoti? È molto strana anche la sua morte. Io non sono un dietrologo, detesto le dietrologie, però viene da pensare che non ci sia questo incartamento. C’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui si facevano le indagini allora». «Sono stato interrogato dal commissario Calabresi, perché avevo occupato il mio liceo e ci venne a pizzicare tutti quanti per farci una ramanzina. A me colpì molto questo commissario che aveva l’età di mio fratello maggiore, con quest’impermeabile bianco, dei modi molto cortesi, era laureato, sapeva tutto di tutti i movimenti, della letteratura di Bakunin, Marx ecc. Dopo ne avrei visti tanti di poliziotti così, ma allora era veramente una mosca bianca […]» • Si iscrive alla Statale, facoltà di Lettere, senza mai arrivare alla laurea. «Da ragazzo volevo dipingere, il mio primo amore è stata la pittura». «Volevo fare il pittore, ero andato a Parigi per una mostra di Francis Bacon, il mio idolo, di cui avevo visto per lo più stampe. Dal vivo, l’effetto fu drammatico: capii che non sarei mai diventato un pittore e, cercando un ponte da cui buttarmi giù comodamente, arrivai su quello di Passy dove c’era una troupe italiana e due ragazzi bellissimi, Bernardo Bertolucci e Vittorio Storaro, che giravano la prima scena di Ultimo tango». «Passai il resto della giornata a spiare quello facevano». Non provò ad avvicinarsi? «Non osai. Avevo paura di essere allontanato. Però davanti a questo apparato incredibile messo in piedi per aiutare il regista, ebbi la sensazione che non fosse mai veramente solo. E provai un’invidia fortissima per quella professione, che non era solitaria come quella del pittore o del poeta: era collettiva. Quella stessa sera, andai al Saint André des Arts, nel quartiere latino, per vedere La strategia del ragno di Bertolucci. E mi sembrò un film fatto per me» [Gianmaria Tammaro, Esquire 16/08/2024] • «Sono stato fortunato perché ho imparato dai migliori. Quando arrivai a Roma, senza conoscere nessuno, sgobbavo come assistente di Rodolfo Sonego, l’autore preferito da Alberto Sordi. La terminologia cruda di allora era “negro”. Anzi, per la precisione, io lo ero di Leone Colonna, a sua volta “negro” di Sonego. Facevo ricerche, prendevo appunti, osservavo. Lui, come Tonino Guerra, apparteneva a una generazione di sceneggiatori che raccontavano i film passeggiando per la stanza. Tu dovevi ascoltare e trascrivere. Si trattava di un procedimento antico, orale, che ricordava i poemi prima che venissero scritti. Guardando quei maestri s’imparava davvero il mestiere» [Gian Paolo Polesini, Piccolo 19/7/2026] • «Quello con Faenza è stato un incontro casuale. Visto che non riusciva a trovare un produttore, stava cercando di creare una cooperativa per finanziare un film di puro montaggio che si chiamava Forza Italia! Sarebbe stato bene se l’avessimo depositato, il marchio: oggi saremmo decisamente più ricchi (ride, ndr) Io mi feci avanti e mi offrii. Andai con lui negli archivi della Rai, che quell’anno erano stati riaperti, e potei accedere a tantissimi materiali dell’Istituto Luce. Forza Italia! era un film che raccontava la prima crisi della Democrazia Cristiana. Ho fatto molta esperienza nel cercare materiale d’archivio e nel seguire il lavoro di un montatore straordinario come Silvano Agosti: sono stato tutto il tempo al suo fianco a rubare e a capire come si faceva. È stata una lezione importantissima per imparare a girare quello che serve» [Tammaro, cit.] • «Faenza è un regista di grande eclettismo per cui proverò una riconoscenza eterna; accettandomi come assistente in Forza Italia!, film satirico di puro montaggio, mi fece entrare nel mondo del cinema. Girai un’unica scena “rubata” dal vivo con un malinconico Aldo Moro nella sede della Dc. Pochi mesi dopo fu rapito e ucciso, momento tragico che mi rese adulto facendomi abbandonare per sempre alcune sacche di ambiguità ideologica» [Ferzetti, cit.] • Debutta come autore nel 1980, con Maledetti vi amerò. «Protagonista del film è un Riccardo Svitai che, dopo aver partecipalo da marxista-leninista (lo stesso movimento di cui fece parte Giordana) alle lotte studentesche ed essere rimasto cinque anni in America Latina, torna in Italia senz’arte né parte. Ci si avvilisce trovando tanto mutati i vecchi compagni milanesi. Rivoluzionari falliti, i vivi si sono rifugiati nella parodia della protesta o nel benessere borghese, taluni fuggono nella droga. La rimpatriata è dunque disastrosa, e dominata dai fantasmi di Pasolini e Aldo Moro» [Giovanni Grazzini, Cds 23/8/1980]. «Giordana è, tra gli sconosciuti, il più conosciuto: bella presenza, ottimi studi, buona famiglia della borghesia milanese alle spalle, […] ed è molto contento dell’accoglienza che la critica francese ha fatto al suo film qualche giorno fa a Cannes. “Solo riconoscendo i limiti della propria storia, l’insufficienza delle proprie utopie e la nebbia che la retorica delle ideologie semina nella realtà, è possibile scongiurare la catastrofe. Il mio giovane protagonista si pone delle domande precise: a che gruppo appartengo? A chi assomiglio? Chi sono io e chi sono gli altri? E si accorge che le risposte di ieri sono insufficienti: la politica, le ideologie, lo schieramento sono simulacri vuoti, facciate e architetture disabitate”» [Maurizio Porro, Cds 31/5/1980].
Amori Una figlia, Alice Crepax Giordana (n. 1974), artista e disegnatrice, avuta dalla giornalista milanese Valentina Crepax (1952-2020), figlia del discografico Franco Crepax (1928-2020), e nipote del fumettista Guido Crepax (1933-2003).
Amori/2 Cos’è la famiglia per lei? «È il senso di sentire che scorre lo stesso sangue, cosa che però non protegge dai conflitti, dalle incomprensioni, dalle insofferenze. Che – devo dire – sono più forti quando si è figlio. Diventando padre cessano le insofferenze, è più importante la comprensione» [Di Lorenzo, cit.].
Politica «Aborro qualsiasi tipo di impegno politico, non voglio neanche conoscerli i politici. C’è però una persona che ammiro e seguo e se mi chiede di fare qualcosa la faccio: don Ciotti. Lui lo ammiro veramente e non mi ha mai deluso» [Di Lorenzo, cit.].
Religione Si è detto «felicemente ateo». «Lo sono dall’età di cinque anni. Scoprii che i miei genitori mi avevano ingannato perché non esisteva Gesù Bambino ed erano loro che mettevano i regali sotto l’albero. Da quella volta mi sono sentito truffato e ho chiesto anche l’esenzione dalla messa» [Di Lorenzo, cit.].
Religione/2 Con don Luigi Ciotti, si sono conosciuti al funerale di Lea Garofalo. «Ogni volta che interviene su qualcosa sono d’accordo con lui. Purtroppo non sono credente, ma, conoscendo persone come lui, verrebbe voglia di esserlo». Nonostante il suo ateismo, ammette una certa sete di spiritualità che pervade i nostri tempi: «Tutto quello che ci circonda è talmente deludente e deprimente da indurre alla ricerca di qualcos’altro, in altre terre, in altre situazioni. Il cristianesimo contiene aspetti rivoluzionari e io, da laico, vedo la religione come un grande romanzo che racconta il mondo» [Fulvia Caprara, Sta 26/6/2022].
Curiosità Ancora oggi, continua a disegnare • La sua passione per le auto d’epoca non è mai tramontata. «Ti obbligano a rallentare, a scegliere le vecchie strade invece dell’autostrada. È un altro modo di viaggiare e forse anche di guardare il mondo» • Non possiede la tivù • Anche lui, come Pupi Avati, pensa che bisognerebbe istituire un ministero per il Cinema • Ha letto il De amicitia e il De senectute di Cicerone e gli sono piaciuti moltissimo • Rileva con amarezza che oggi tutte le profezie di Pier Paolo Pasolini (il consumismo, l’omologazione, la corruzione della classe dirigente, l’evaporazione della cultura e lo smarrimento della sua funzione formativa) si sono avverate • «Siamo stati ragazzi quando è arrivato il ’68 a liberare i costumi, a farci pensare che tutto poteva migliorare, abbiamo avuto un grande privilegio, ma l’abbiamo usato molto male. Non stimo la mia generazione, per l’ignoranza che ha dimostrato, per aver pensato di cavarsela a buon mercato e, quindi, per non essere stata in grado di produrre bravi uomini politici. Era una generazione promettente e invece i padri sono stati migliori, loro la voglia di ricostruire l’hanno avuta davvero, noi, invece, l’abbiamo sperperata» • «Il Covid ci ha lasciato grande diffidenza, la paura di trovarci in occasioni pubbliche e, negli irresponsabili, una rimonta del chissenefrega. Non so se è cambiato qualcosa, in estate si leggono sui giornali le cose più tremende, i delitti, la follia che imperversa, ti viene da pensare che forse siamo tutti impazziti, forse si è affermato un atteggiamento del tipo “muoia Sansone e tutti i filistei”, una specie di pazzia che ha preso il mondo intero, una sorta di fatalismo edonista» • Gli hanno chiesto, dato il modo in cui morì il padre, se abbia paura di volare. «No, perché uno in famiglia basta. Due è statisticamente impossibile» [Zanuttini, cit.].
Titoli di coda Quando Ca’ delle Mosche, la tenuta di famiglia in provincia di Crema, passò a Franco, Barbara, Marco Tullio e Emanuele, i tre fratelli più piccoli vendettero la loro quota di terra e comprarono altrove. Solo Franco volle restare lì. Iniziò a piantare un bosco di 7-8 ettari proprio a ridosso del casale. Avrebbe voluto un bosco curato, con specie autoctone, un laghetto, e stradine per le scolaresche. Ma la natura prese il sopravvento, a lui mancarono le forze. Morì di cancro nel dicembre 2020.