1 settembre 2026
Tags : Pietrangelo Buttafuoco
Biografia di Pietrangelo Buttafuoco
Pietrangelo Buttafuoco, nato a Catania il 2 settembre 1963 (63 anni). Giornalista. Scrittore • «È bravissimo, intelligente e colto» (Giordano Bruno Guerri) • «Sono stato tra i primi a farlo scrivere, è un po’ matto, ma le qualità non gli mancano» (Vittorio Feltri) • Già militante del Fronte della gioventù, organizzazione giovanile del Movimento sociale italiano, debuttò sulle colonne del Secolo d’Italia. Ha scritto per il Giornale, Il Foglio, Panorama, Repubblica e Il Fatto quotidiano. Finalista al Premio Campiello con il romanzo Le uova del drago (Mondadori, 2005), dedicato allo sbarco americano in Sicilia, ha poi dato alle stampe una mezza dozzina di opere di narrativa e una dozzina di saggi, tra cui Cabaret Voltaire (Bompiani, 2008), in cui criticava l’Illuminismo, Buttanissima Sicilia (Bompiani, 2014), in cui criticava la gestione politica della sua isola, e Il feroce Saladino. Il califfo alle porte di Roma (Bompiani, 2015), sul suo rapporto con la fede in Maometto. Da ultimo: Beato lui (Longanesi, 2023), un elogio della figura di Silvio Berlusconi. In televisione, ha condotto i programmi Giarabub (La7, 2006), Otto e mezzo (La7, durante l’estate del 2007, assieme ad Alessandra Sardoni) e Questa non è una pipa (Rai5, 2011). Già presidente del Teatro Stabile di Catania (2007-12, succedendo al dimissionario Pippo Baudo) e del Teatro Stabile d’Abruzzo (2019-2024). Dal 2024, per nomina dell’allora ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, anche lui giornalista, anche lui vecchio militante del Msi, è presidente della Fondazione La Biennale di Venezia. «È lo spoils system, bellezza…» (Luciano Canfora) • Travolto dalle polemiche per aver invitato alla Biennale anche la Russia, che era stata esclusa dalla mostra dall’invasione dell’Ucraina nel 2022, incurante delle pressioni del governo e delle sanzioni della Commissione europea Non gli piace essere definito «intellettuale»: preferisce la dizione «artista», laddove «arte» è intesa come «la capacità artigianale tale consentire l’elaborazione di un progetto e la sua realizzazione» • Gli rinfacciano «una certa attenzione lookologica, tipica di questi ragazzotti provenienti dal profondo Sud alla conquista di un posto al sole nella Capitale» [Pierfranco Pellizzetti, Fatto 4/12/2023] • Convertitosi all’Islam, ha assunto il nome arabo di Giafar al-Siqilli, in onore dell’emiro Ja’fur al-Kalbi, che governò la Sicilia tra il 983 e il 985. Agli amici perplessi spiegò la sua scelta così: «I musulmani portano quei valori che saldano l’uomo alla vita, alla famiglia, all’onore» • «Buttafuoco non è un liberal-conservatore: è di una destra nostalgica, antimoderna, dannunziana, orientaleggiante. Ma soprattutto un uomo colto e un cane sciolto» [Marco Travaglio, Fatto 17/7/2026] • «I siciliani si distinguono in uomini che parlano con i loro silenzi, e i facondi. Teatrale, iperbolico, lavico, Buttafuoco, appartiene alla seconda scuola. Il suo modello culturale è sempre stato Carmelo Bene, quello umano lo zio Nino Buttafuoco, che fu il primo europarlamentare del Msi e deliziava gli elettori con comizi omerici. Soprattutto sognava per quel nipote ricco di talento la carriera politica» [Concetto Vecchio, Rep 27/10/2023] • «Giusto qualche giorno fa ho percorso la strada che da Gela porta a Piazza Armerina, dove c’è il cippo che riporta ai giorni della grande battaglia. Fa impressione vedere sventolare insieme la bandiera italiana, quella tedesca e quella americana. Che i caduti tra loro nemici siano raccontati da una stessa lapide è tema del greco Euripide commosso dalla sorte dei nemici troiani; niente a che vedere con l’isteria manichea di questo nostro tempo».
Titoli di testa «“Mi hanno detto che lei è fascista”, lo accolse gelido Norberto Bobbio nel novembre del 1999. “Professore, confusione per confusione, io non sono fascista. Sono altro”, gli rispose Buttafuoco. E anche questo è vero» [Vecchio, cit.].
Vita Pietrangelo Buttafuoco, qual è il suo primo ricordo? «L’asino che gira su sé stesso, legato a un palo, per calpestare le spighe sparse sui grandi teli di iuta. Il vento solleva i frammenti di paglia lasciando al suolo i grani di frumento. Tutto intorno la festa della campagna: annata ricca, massaro contento. E io felice».Com’era la Sicilia della sua infanzia, quella degli anni ’60? «Come negli anni ’40, come negli anni ’30, e dunque come al tempo di Demetra. Quella scena che ho ancora negli occhi si svolge nella vallata di Proserpina e ogni primavera, lungo l’autostrada Palermo-Catania, la ragazza corre dalla sua Rocca verso Etna lasciando dietro di sé un fiume di fiori. Il mio amico Basilio Varveri, docente di filosofia, la scorsa primavera ha eretto a Leonforte un altare alla Dea. E non è certo folklore» [Aldo Cazzullo, Cds 15/8/2025] • «Da bambino passavo le giornate ad ascoltare i racconti nel salone del barbiere, o nell’officina del meccanico, o dal sarto, sempre per quella pratica tutta nostra, tutta siciliana, di stare insieme ai vecchi e starli ad ascoltare […] Barbieri, officine, piazze e poi la famiglia, gli zii […] Il racconto orale, “lu cuntu”, per me è stato il battesimo del fuoco». Lo erano anche le prime cose che hai scritto? «Erano messe in scena, appunto. Nascevano dalla necessità di rivivere le cose». Eri contento di scrivere? Che giudizio davi di quelle prime cose? «Mi arricriavo. C’era proprio d’arricriarsi. Un termine che dovremmo tradurre, e che potremmo tradurre con una sensazione tra il desiderio appagato e la gioia. Poi naturalmente venne il giornalismo». Dove hai iniziato? «In una rivista che si chiamava Tabula rasa, che era la rivista di Beppe Niccolai. Una filiazione dell’Eco della Versilia. Lì cominciai a scrivere». E da dove scrivevi? «Da Leonforte, stavo ancora in Sicilia. Potevo avere 21-22 anni» […] Che cosa hai studiato? «Ho fatto filosofia teoretica. Le mie passioni di studio sono state: la filosofia greca, Nietzsche e Heidegger, e poi l’Islam. Questi sono i tre capitoli a cui sono più legato […] Quand’ero ragazzino ero ubriaco di Nietzsche. Poi ho cominciato a lavorare, studiando con lentezza e fatica, il linguaggio di Heidegger, e da lui sono ritornato alla Grecia. E quindi il pensiero tragico dei greci. E andando avanti ho incrociato l’Islam» [Giuseppe Rizzo, Linkiesta 10/2/2014] • «Da studente di filosofia andò in Germania, a Friburgo, sulle orme di Jünger, in un viaggio autogestito dalle studentesse della facoltà di lingue (non c’era ancora l’Erasmus), recitò Carmelo Bene e cantò Dove sta Zazà, alle ragazze apparve “galante, istrionico, coltissimo”» [Vecchio, cit.] • Per lui i cinque libri da leggere assolutamente sono: Il santo Corano, i Veda, l’Iliade, le Storie di Tito Livio e Pinocchio di Collodi. «Tutte le cose disdicevoli — secondo il giudizio comune — che mi hanno accompagnato nella vita mi hanno aiutato a sconfinare nelle praterie culturali con grande libertà». E questa libertà qualcuno gliel’ha invidiata? «In modo affettuoso, sì. Uno dei miei più cari amici è stato Eugenio Scalfari: ci scambiavamo le presenze in tv, quando lui non poteva andavo io e viceversa. Un giorno Eugenio mi disse: “Tu hai il vantaggio di aver letto libri che noi non conosciamo e che non conosceremo”» [Roberta Scorranese, Cds 11/8/2024]. «C’è un libro che mi causò qualcosa proprio di fisico, e quel libro fu Il maestro e Margherita di Michail Bulgakov, tanto è vero che poi partii per la Russia». Cioè, stiamo parlando di un ragazzo di destra che piglia e parte per l’Urss? «Io sono nato nel Movimento sociale italiano, ma in Russia ci sono andato con la federazione del Partito comunista di Catania assieme a Fabio Fatuzzo, che era consigliere comunale in città. E devo dire che i compagni della federazione si portarono ben volentieri noi due». Un po’ come i viaggi di Don Camillo e Peppone. «Ma però quelli lo sapevano che noi eravamo di destra». Che anni erano? «Mi ricordo che era il periodo di Andropov, fine Settanta inizio Ottanta. E fu un viaggio bellissimo. Poi un secondo lo abbiamo fatto con una comitiva di militanti del Movimento Sociale, poi diventati famosi tipo Fabio Granata, e molti altri tipo Santo Castiglione, Angelo Sicali». Cosa ti portava lì? «Io ho sempre fatto viaggi verso l’Oriente. E la mia formazione di ragazzo è orientata a quell’orizzonte. Ti confesso una cosa: sono sempre stato ipnotizzato dalla Russia. Quando c’è una cosa che viene dalla Russia resto lì a studiarmela e ad assaporarmela. Qualche mese fa sono stato invitato alla residenza russa e mi sentivo come se fossi tornato a casa. Conosco la loro letteratura, la loro musica, i loro film. E poi mi affascina moltissimo la questa loro compostezza tragica. Tengono dentro la loro memoria tutto, senza mai fare i buoni e i cattivi» [Rizzo, cit.] • Pietrangelo segue i desideri dello zio Nino, e tenta la carriera politica. «“Si candidò con me alle regionali del 1991”, ricorda Rino Ardica, ex deputato missino, al telefono da Enna. Cominciò come militante del Fronte della Gioventù. La sezione del Msi era frequentata da un camerata, un certo Giannazzo, che pretendeva di parlare in piazza, ma non era cosa sua, gli dicevano, lui però insisteva, e allora Buttafuoco e i suoi amici un giorno lo caricarono sulla 500 con l’altoparlante sul tetto e lo portarono in campagna dove Giannazzo poté finalmente dare libero sfogo al suo impulso oratorio. “La politica non faceva per lui”, dice ora Ardica di Buttafuoco. E così Pietrangelo preferì aprire una libreria a Leonforte, piena di libri bellissimi che nessuno comprava» [Vecchio, cit.]. «[…] avevo l’unica libreria della provincia di Enna... si chiamava “Libreria del mastro”. Già era difficile, poi per le mie posizioni politiche mi avevano costruito un muro attorno, una cortina, nessuno nel mondo dei libri voleva avere a che fare con me. Elvira Sellerio mi riempiva di libri in conto vendita, senza che dovessi anticiparle nulla. Me la sono cavata grazie a lei e a Sandro Attanasio di Einaudi» [Matteo Sacchi, Giornale 27/10/2023]. «[…] rimasi senza parole quando vennero a trovarmi Sciascia e Bufalino. Oggi aprire una libreria è un atto di coraggio. Anche perché tanta gente è convinta che il consumo culturale sia gratis. E non immagina quanta gente lavori dietro a uno spettacolo, a un film o a un libro. Lancio un appello: pagate per la cultura, pagate» [Scorranese, cit.] • Ai giornali nazionali come ci sei arrivato? «Prima di tutto vado a fare “l’abusivo” al Roma di Napoli. Mi divertii un sacco, è stata una bellissima esperienza. Dopo vengo su a Roma, a fare un’esperienza futurista. Vengo a dirigere una rivista che aveva pochissimi soldi. Italia, si chiamava. Faccio dodici numeri, poi chiudiamo. Poi Belpietro mi chiama per collaborare all’Indipendente. Quando Belpietro passa al Giornale mi fanno scrivere lì. Il praticantato giornalistico lo faccio al Secolo d’Italia, ci sto più o meno un anno e mezzo». Ho letto che al Secolo hai fatto litigare tutti… «Sì, sì, certo». Come, certo? «Ma in realtà le mie, come dire, sono sempre state “allegrie”. Quello era un mondo, a dispetto di quello che se ne pensa, un mondo di assoluta libertà e allegria. Il Movimento Sociale era un partito dove ogni testa era regno. Per cui i congressi si svolgevano sempre con delle animate discussioni, che poi culminavano in risse meravigliose, un po’ alla Asterix e Obelix. C’è una scena meravigliosa che aiuta a capire dove mi inserivo io con le mie “allegrie”. Filippo Anfuso, uomo di eleganza superba, catanese, ambasciatore a Berlino, spirito serafico, vede una rissa in platea durante uno di questi congressi. Chiama mio zio e gli fa: “Ninù, guarda che bellezza, non hanno niente da spartirsi e si spartiscono legnate”. Di questo mondo scrivevo al Secolo d’Italia». Poi sono arrivati Panorama e Il Foglio, no? «Pietro Calabresi, direttore di Panorama, è stato il primo a farmi un contratto vero. E lo ebbi alla veneranda età di quarantadue anni. Poi arriva Belpietro, che mi lascia assoluta libertà. Però è in quel momento che comincia il berlusconismo hard. Belpietro non mi costringe a esibizioni di berlusconismo. È con la nuova direzione, quella successiva a lui, che me ne sono dovuto andare. E per fortuna c’è Il Foglio, che è la mia casa» [Rizzo, cit.].
Amori Sposato con Maria Grazia, due figli.
Politica «Si può essere di sinistra solo quando si ha il portafogli gonfio, non si deve votare a breve, quando non si prendono i mezzi pubblici, non si hanno vicini di casa rumorosi e si va a fare la spesa in un supermercato bio con il motorino col cestino di vimini» [Giuseppe Marino, il Giornale, 31/8/2017].
Religione Crede in Dio? «Attesto che non c’è altra divinità che Dio…». Questa è la professione di fede islamica. «…E Muhammad è il sigillo della Rivelazione». Allora è vero che lei è musulmano? «Saraceno» [Cazzullo, cit.].
Curiosità Il suo sport è camminare • Gli piacciono le lenticchie • Non gli piace internet («Come dice il grande Roger Scruton: può essere considerato una fortuna perché stai sicuro che tutti i depravati sono seduti al computer e non per strada») • Non gli piace Wikipedia e su Facebook ci sono dei Pietrangelo Buttafuoco che non sono lui • I suoi articoli e i suoi romanzi li scrive a penna, «non potrei altrimenti» • Hai orari? «No, no, io scrivo sempre. Non ho orari né rituali particolari». Dopo la trascrizione ti rileggi? «No, e infatti vengo sempre rimproverato dal mio amico Sergio Perrone. Mi fa sempre questo esempio: è come quando tu esci la mattina, che fai?, non ti guardi allo specchio? Io sinceramente manco allo specchio mi guardo, la mattina, perciò...» [Rizzo, cit.] • Non rilegge i suoi vecchi articoli e non riguarda i suoi programmi in tivù («È come se parlassi e mi riascoltassi. Da stupidi») • Per lui il luogo più bello del mondo è «il punto esatto da dove, girando su me stesso, vedo le Madonie, i Nebrodi, i Peloritani, gli Iblei in lontananza, quindi i Sicani e poi ancora i bagliori di Motia. Sto parlando di Altesina, la montagna degli Erei da dove Muhammad al-Idrisi poté tripartire Siqillya: il Val Demone, il Val di Mazzara e il Val di Noto» [Cazzullo, cit.] • Le persone più intelligenti che abbia mai conosciuto sono Giuliano Ferrara, Luciano Violante, Gianni De Gennaro e Andrea Del Mercato, il direttore generale della Biennale di Venezia. «Quando parlo con loro prendo appunti» • Il suo eroe è Cyrano de Bergerac • Gli piacciono I Predatori di Pietro Castellitto e le canzoni di Giovanni Lindo Ferretti • Non sopporta i premi letterari • Detestava Oriana Fallaci, la considerava simbolo di una destra «che altro non è che una malattia senile della sinistra» • Oriana Fallaci lo detestava. Le capitava di telefonare a Giuliano Ferrara per chiedere conto di alcuni pezzi senza firma sul Foglio che le piacevano. E quando scopriva che erano di Buttafuoco gli dava dello «stronzo maiale» • Tra Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e I Viceré di De Roberto, preferisce I Viceré di De Roberto • Pensa che il ministro Salvini dovrebbe intitolare il ponte sullo Stretto di Messina allo scrittore Stefano D’Arrigo («Finirà come con il Mose. Prima una guerra santa di tutti contro la paratia nascosta nella Laguna; adesso non ne trovi uno di veneziano che sia contro, visto che protegge dall’acqua alta») • Della Sicilia porterebbe nel mondo «le zagare, le mandorle verdi, la granita di gelsi neri, le giacche di fustagno, i casini di Catania» • «Di una cosa sono convinto. Tra tablet, telefonini, computer: c’è più tempo per leggere, ma non c’è più la capacità di leggere. Siamo in un’epoca in cui la riflessione, l’analisi e lo spirito critico stanno per essere cancellati. Ovviamente è una condizione tutta occidentale, perché altrove ancora lo fanno. Se ti metti a parlare con un cinese ti rendi immediatamente conto che quello è capace di ingurgitare non uno ma cinque Il mondo come volontà e rappresentazione […] La conseguenza è che noi saremo (e già siamo) degli sconfitti della Storia. Destinati a essere gli ultimi. Non avremo neanche più bisogno di affinare lo spirito critico, a un certo punto. Senza questo spirito non avremo visioni, né prospettive. La futura classe dirigente sarà la prima a non aver mai letto Dostoevskij. Mentre invece, chi si prenderà il mondo se lo prenderà in virtù di una sapienza antica e di occhi critici sempre più affinati. In Oriente vanno avanti a colpi di Confucio e Kant. I nostri nipoti citeranno Fabio Volo, come ho letto su Twitter» [Rizzo, cit.] • La morte le fa paura? «Da Lui veniamo, a Lui torniamo». Come immagina l’Aldilà? «Faccio mia la spiegazione del Paradiso che il cardinal Biffi fece a un bambino: “I tortellini che ti prepara mamma”. Dunque i fichi d’India sbucciati da mio padre, il biancomangiare preparato da mia madre e la tana delle volpi, in campagna, dove corro ogni mattina prima di entrare nel nuovo giorno» [Cazzullo, cit.].
Titoli di coda «Io non mi sento intellettuale, io mi sento artista, perché traffico con il sangue e con le emozioni. A me non importano i proponimenti, io aspiro a un linguaggio che sia universale, religioso. Sono un artista e dunque antidemocratico, la democrazia è una prigione dell’individuo, anche se travestita bene, io sono per la massima libertà dell’individuo, degli intellettuali non so che farmene» [Rizzo, cit.].