9 settembre 2026
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Biografia di Gabriele Romagnoli
Gabriele Romagnoli, nato a Bologna il 10 settembre 1960 (66 anni). Giornalista. Scrittore. Sceneggiatore. «Uno scrittore sapiente, che gioca continuamente a camuffare l’arte antica e complessa del romanzo dietro la semplicità rarefatta del reportage» (Stefano Massini) • «Io lo coltivo, il senso di estraneità, perché non mi sono mai sentito a casa nemmeno a casa mia, a cominciare dalla famiglia, estremamente bolognese. Ho esordito non volendo mangiare i tortellini, poi ho cominciato a 40 anni. Ero anche un po’ estraneo perché mi hanno messo gli occhiali da bambino, a quattro anni e mezzo, e ho cominciato a leggere di cose che accadevano dall’altra parte del mondo. Tra le mie prime letture ricordo di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Ho iniziato a frequentare l’America presto, da bambino mi sono appassionato all’omicidio di John Kennedy, feci un tema e la maestra chiamò mia mamma per dirle “Ma mi prende in giro?”. Nella mia testa vivevo più in America che in Italia, e venivo guardato un po’ con sospetto: mia madre mi portava dallo psicologo perché diceva che avevo troppa fantasia». «Ho sempre avuto problemi con il potere, sin da piccolo, per un senso di indipendenza e di autonomia che ha iniziato a manifestarsi già nei rapporti con la prima forma di potere, quello dei genitori. Già da allora avevo la tendenza a fare quello che mi diceva la mia testa. Il primo episodio di ribellione fu giornalistico, nel senso che io scrivevo il giornalino di classe – me lo facevo da solo, ero anche l’editore di me stesso –, e un giorno mia madre mi vide scrivere un editoriale contro la maestra perché eleggeva sempre la stessa capoclasse, insomma la favoriva, e mia madre mi disse “Ma non farlo, non si può, scrivi un’altra cosa”, perché poi lo dovevo leggere in classe questo giornalino, e io non accettai l’idea: feci finta di scrivere qualcos’altro, e il giorno dopo in classe lessi l’editoriale contro la maestra, che invece capì, e disse “Se questa è la tua opinione, è giusto che tu la esprima: le critiche devono avere spazio”» (a Monica Mondo). «Io sono nato alla periferia di Bologna, ho compagni di classe che sono finiti in galera, altri che sono liberi ma si sono persi. Se a me è andata bene è grazie a mia madre, che mi ripeteva sempre una frase tormentone: “Se tu vuoi farcela devi faticare il doppio degli altri”» (a Rita Balestriero). «Avevo quattordici anni, da grande volevo fare lo scrittore e scongiurai i miei genitori di iscrivermi al liceo classico, anziché all’istituto tecnico, che sembrava loro più adatto per rimediare in tempi ragionevoli un lavoro e uno stipendio. Quale lavoro? Non sono tecnico di nulla, so soltanto spacciare parole. Mia madre mi ha allevato incitandomi a superare ostacoli. Convinceva il dentista (un professionista serio che non rilasciava fattura e per anni mi ha chiamato Raffaele) a estrarmi denti senza anestesia. L’ultima volta che mi accompagnò in ospedale fu per farmi strappare un’unghia incarnita da un infermiere durante la sua pausa cena. Anche lì, senza anestesia. Avevo quindici anni e da allora sogno di finire come Robert De Niro in C’era una volta in America: fumando oppio. Questo per dire che se volevo fare il liceo classico dovevo farlo nell’istituto più rigoroso (il Galvani) e nella sezione più dura (la D). Si informò e mi ci iscrisse dopo aver saputo che i professori esigevano il dimezzamento degli alunni al terzo anno e lo ottenevano sempre. Nella D si partiva in trenta, si arrivava in quindici, bene che andasse». «In fondo ho sempre lavorato nella comunicazione: oggi nell’editoria, ieri alle poste. A vent’anni ho fatto il portalettere. Turni trimestrali, durante gli studi all’università. Si veniva chiamati e poi lasciati a riposo per qualche mese, impedendo la continuità che avrebbe prodotto l’assunzione. Studiavo Giurisprudenza, ma sognavo di scrivere e mi chiedevo se, per farlo, avesse più tempo libero un avvocato o un postino. Nell’attesa, tenevo il piede in due scarpe. Quella lontana esperienza è stata indimenticabile, per molti motivi. Il primo giorno di lavoro fu un 3 novembre. E Bologna venne sommersa da una nevicata. […] In autobus con il maltempo o in motorino (un Ciao con il variatore che mi consentiva le salite) mi avviavo all’inizio della mia rotta. […] Quando suonavo per farmi aprire, la voce giovanile destava stupore e iniziale diffidenza; in seguito la novità del postino-studente faceva simpatia. Il momento più entusiasmante era la consegna della pensione. Seguivano ringraziamenti, mance, inviti a prendere il caffè, tutti accettati, per essere sveglio durante lo studio pomeridiano. Tempo dopo mi sarei ritrovato a pensare che il giornalista sia un po’ come il postino: porta informazioni, notizie, talvolta buone e accolte con il sorriso, talaltra cattive, che ingenerano tristezza». «La strada era lunga, ma piacevole, la borsa si alleggeriva procedendo. […] Era un piacere infilare nelle cassette lettere rosa con calligrafie femminili e destinatari maschili, timbri lontani, amori estivi che si sforzavano di durare ancora un po’. Attenti ai cani, non era una leggenda: ma io non avevo la divisa blu, non mi riconoscevano, facevano festa. Con la borsa finalmente vuota, rientravo alla sede in autobus. I postini professionisti mi guardavano con sospetto all’inizio, poi fu curiosità, alla fine ero parte della vita. Non sai mai quale parte della vita ricorderai con affetto, finché non sarai lontano. Dopo una serie di turni trimestrali dovetti smettere: c’era l’esame di procedura civile, ma soprattutto un coniglio mi mangiò una raccomandata». «Andò così. Mi era capitata una zona ampia, di case sparse, alla periferia estrema della città, una quasi campagna che cominciava oltre un passaggio a livello, alle spalle di un indirizzo reso famoso da Francesco Guccini: via Paolo Fabbri 43. In una mattina di primavera fui sorpreso da un temporale, non una semplice pioggia, un acquazzone. Parcheggiai il motorino e cercai riparo per evitare che le lettere si infradiciassero. Trovai un casolare con un annesso, una sorta di fienile ai margini della città. Entrai, radunai un po’ di paglia, mi sedetti e, appoggiando la borsa al mio fianco, aspettai che spiovesse. Passarono i minuti. Sentii un suono strano, ma non ci feci caso. Poiché proseguiva, mi voltai per trovarne l’origine: un coniglio. Un coniglio stava rosicchiando una busta che sbucava dalla mia borsa: una raccomandata. Ne aveva già sbriciolato un terzo, rendendola impresentabile, ovvero non consegnabile. Lo fissai incredulo, tardando ad allontanarlo mentre, impassibile, continuava la sua opera di distruzione. Quando il cielo tornò sereno, io non lo ero più. Dovevo, a fine giro, tornare in sede e ammettere quella imperdonabile mancanza. Che cosa potevo dire? Dissi: “L’ho persa, ho smarrito una raccomandata”. L’alternativa, la verità, come spesso accade, era implausibile. Meglio la reputazione da distratto che quella di uno che si era fatto fregare da un coniglio. Rassegnai le dimissioni e iniziai a collaborare con un quotidiano locale. Da un mestiere in via di estinzione all’altro». «Il suo esordio narrativo è stato grazie a Pier Vittorio Tondelli con l’antologia Giovani blues. Come andò? “Era il 1986, viveva ancora a Bologna, Tondelli fece questo appello agli scrittori della provincia italiana under-25. Il che è già stupefacente. Aveva 31 anni: lei se lo vede, un autore di quell’età che fa oggi un appello ai giovani per aiutarli a pubblicare? Quella generosità mi rimase impressa. Inviai due racconti: ne scelse uno, si intitolava Undici calciatori. Non parlava di pallone, bensì degli undici figli di Kafka. Fu recensito da Geno Pampaloni”» (Emanuela Giampaoli). Alla fortunata attività di scrittore (Navi in bottiglia. 101 microracconti, Mondadori, 1993, finalista al premio Campiello; Passeggeri. Catalogo di ragioni per vivere e volare, Garzanti, 1998; L’artista, Feltrinelli, 2004; Solo i treni hanno la strada segnata, Mondadori, 2008; Domanda di grazia, Mondadori, 2013; Senza fine. La meraviglia dell’ultimo amore, Feltrinelli, 2018; Cosa faresti se, Feltrinelli, 2021; di prossima pubblicazione Tenerci al mondo. Lezioni di vita da 52 città, Touring Club Italiano, 2026), nonché di sceneggiatore televisivo (Distretto di polizia, Canale 5, 2000-2001; Uno bianca, Canale 5, 2001; Il vizio dell’amore, Fox Life, 2006) e cinematografico (Il gioiellino di Andrea Molaioli, 2011) affianca da sempre quella di giornalista, ora nelle vesti di inviato (negli Stati Uniti per La Stampa, in Egitto e in Libano per la Repubblica, in giro per il mondo per Pinocchio di Gad Lerner), ora in quelle di direttore (di Gq dal 2011 al 2013, di Rai Sport dal 2016 al 2018), ora quale editorialista o rubrichista (tra l’altro, per Vanity Fair, Diario, Avvenire e, tuttora, la Repubblica) • Molto riservato riguardo alla sua vita privata. Il 25 agosto 2014 ha sposato a New York la giornalista e conduttrice televisiva Paola Saluzzi (n. 1964) • Nel giugno 2022 ha confessato su La Stampa il suo dispiacere per la mancata paternità. «Né padre, né vitellone, è andata così. Mi sono perso qualcosa. Quando mi scorrerà la vita davanti in un minuto e ne vedrò gli “highlight”, francamente, sarà l’unica assenza. Nella visione personale del destino sono anche convinto che dovesse andare così, che fosse scritto nel Dna, che una linea maschile conflittuale dovesse concludersi nella pace suprema, quella siglata tra mio padre e me e oltre non arrischiare. […] Dicono: ma sei un uomo, voi fate sempre in tempo a riprodurvi. Me l’hanno detto a quarant’anni, a cinquanta, l’ultima volta un anno fa. […] La stagione era un’altra, ma eravamo giovani e non lo sapevamo. A vent’anni, quando lei ebbe un ritardo, per scongiurare l’evenienza andammo a piedi al santuario di San Luca, gradino dopo gradino, come fanno i bolognesi quando vogliono chiedere qualcosa al destino. Funzionò, se mai esisteva un nesso. Anni dopo avremmo fatto la stessa strada per opposti motivi, ma troppo tardi. Qualche volta sento dentro di me l’eco dei nomi scelti e mai pronunciati (Ludovico, Giulietta). Tutti viaggiamo insieme al fantasma delle vite non vissute, ma dobbiamo farcelo amico o ci devasterà privandoci della gioia dell’unica esistenza disponibile. Ho pensato spesso che il modo di riuscirci sarebbe per me scrivere la storia di “mio figlio” in un libro, aprire la “sliding door” e immaginare che cosa sarebbe successo se quel pellegrinaggio giovanile non avesse dato l’esito voluto. C’è chi sostiene che la scrittura sia catartica e abbia la forza di curare un trauma, ma può anche riempire un vuoto? Potrei far crescere Ludovico a Bologna, portarlo con me, io e lui soli, a Torino, rinunciare per lui a New York, Beirut, a viaggiare per 85 Paesi? Che cosa farebbe da grande? Ci arruoleremmo insieme nell’esercito del Costa Rica, che soldati non ha? […] Ci sono i succedanei, certo. C’è il bambino a cui fai da padrino. C’è la volta in cui ti mettono in braccio il tuo cucciolo, di cane o di gatto, che amerai senza riserve. […] C’è quella maledetta frase detta da Spencer Tracy, a cui facevano sempre fare la parte del bravo padre: “Tu non mi devi niente, quel che ho fatto per te lo farai per tuo figlio”. E se non ne hai a chi restituisci i doni ricevuti, come ricambi la cortesia dell’universo? Molti anni fa, in Corea del Sud, mentre raccontavo una curiosa pratica per scongiurare il suicidio, venni indotto a fare testamento. In una stanza illuminata da una candela scrissi su un foglio a chi lasciavo cosa. I beni erano pochi, le persone molte. Tutte al di fuori della linea del sangue. Va bene (anche) così. Ludovico è una storia, che forse un giorno scriverò» • «Legatissimo alla sua Bologna, in realtà ha zingarato in giro per il mondo tra Torino, il Cairo, Beirut, New York, Roma e molti altri posti di cui ha raccontato in libri e articoli» (Alberto Infelise). «Quello difficile è il primo trasloco, il secondo è già più facile e io ne ho fatti 29 [almeno fino al 2021 – ndr]. Se fai il primo salto e ti accorgi che è possibile, dopo è tutto a scendere». «Tutto è relativo e ciò di cui si ha realmente bisogno può stare dentro una piccola valigia» • Da piccolo era un appassionato tifoso del Bologna, e ancora ricorda il dolore provato quando, nell’estate 1975, scoprì che il suo idolo era stato ceduto. «Una mattina d’estate, mentre ero al mare, a Rimini, l’omino che vendeva Stadio mi uccise per 200 lire, dandomi in cambio la copia col titolo “Savoldi al Napoli”. Rimasi pietrificato sulla brandina gialloblù del bagno Nello numero 35». «Ho smesso di tifare per una squadra di calcio da giovane, quando ho fatto un calcolo matematico, cioè: tifare significa, nella vita, avere la certezza che i dolori che la cosa ti provocherà sono sicuramente superiori alle gioie. È la ragione per cui ho smesso di giocare al casinò e di tifare per una squadra di calcio» • Si è detto convinto che il calcio sia diventato «un programma televisivo come tanti quando ha smesso di giocare lo zoppo all’ala. […] Ma sì, lo zoppo all’ala. Quand’ero bambino io non si facevano sostituzioni durante la partita. Se un calciatore si infortunava, l’allenatore lo metteva a giocare sulle ali: che facesse quello che riusciva. Però c’era sempre la speranza che accadesse l’impossibile, che lo zoppo intercettasse il pallone buono e lo mettesse in rete. Era soltanto una possibilità, d’accordo. Ma per coglierla bisognava essere responsabili, molto responsabili» (ad Alessandro Zaccuri) • «Gabriele Romagnoli è il narratore dei destini che si incrociano, dei fili della vita che scorrono apparentemente paralleli e distanti, e che invece all’improvviso si scoprono intrecciati, spesso proprio a “un bivio di scelte” fondamentali che cambiano il corso delle storie. Ama mettere in scena personaggi che, senza saperlo, sono tutti sottilmente connessi tra loro. E i legami si scoprono alla fine. La libertà è sempre salva, anche all’ombra dell’ironia del destino. Classe 1960, ha piantato il chiodo del significato profondo della sua scrittura in un libro del 1998, Passeggeri. Catalogo di ragioni per vivere e volare. Lì scriveva: “Quand’è che una persona sa chi è e quale è la sua ragione per vivere? Quando sta in trincea, quando ama, quando fa quello che ama, quando sta per morire, quando ha un istante per scegliere se salvare una vita o, soltanto, salvarsi la vita?”» (Antonio Spadaro). «Romagnoli sa di essere un narratore nato, e tuttavia imbriglia il suo istinto, contiene il numero delle parole: poche parole e tanta narrazione» (Giampaolo Rugarli) • «“Da Tondelli ho imparato soprattutto una cosa”. Dica. “A leggere solo le prime dieci righe di una recensione. Una volta lo vidi talmente triste per una critica negativa al suo Camere separate che ancora oggi leggo solo l’incipit. Poi non recensisco i libri degli autori italiani né quelli del mio editore, non stronco mai i giovani o i piccoli”» (Giampaoli) • Viaggiare «è la cosa da cui ho imparato di più nella vita. Vanno benissimo i libri, però vedo la differenza tra chi parla di Medioriente avendone letto, anche tanto, e chi come me lo fa avendoci vissuto tre anni. È fondamentale vivere nei luoghi, frequentare le persone che non entrano nei libri e nella storia, perché tu puoi sapere tutto di Mubarak e Nasser, ma non avrai capito l’Egitto se non stai con la gente. […] Le persone sono il viaggio più grande che si possa fare, soprattutto quando diventano imprevedibili. […] E poi ti toglie tanti pregiudizi. Una volta mi sono trovato a essere molto contento nella metropolitana di Seul, perché ero l’unico senza gli occhi a mandorla. Perché ero io lo straniero».