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 2026  settembre 12 Sabato calendario

Biografia di Fabio Cannavaro

Fabio Cannavaro, nato a Napoli il 13 settembre 1973 (53 anni). Ex calciatore. Ora allenatore. Dal 2025 commissario tecnico dell’Uzbekistan • Da giocatore è stato capitano della nazionale italiana campione del mondo 2006, già finalista agli europei del 2000, ha saltato quelli del 2008 causa uno scontro con Giorgio Chiellini durante il ritiro (è comunque rimasto con gli azzurri per tutto il torneo). Pallone d’Oro 2006 (aveva già ottenuto una nomination senza voti nel 1998 e nel 2005, 24° nel 2007) • Lanciato dal Napoli arrivò alla Juventus, passando dal Parma e dopo un’infelice parentesi all’Inter: 421 presenze in Serie A segnando 14 gol e vincendo col Parma la Coppa Uefa 1998/1999, le coppe Italia 1998/1999 e 2001/2002 e la Supercoppa 1999 (con i bianconeri vinse gli scudetti del 2004/2005 e 2005/2006, poi revocati causa lo scandalo Calciopoli). Quando la Juventus fu retrocessa in Serie B, andò al Real Madrid, con cui ha vinto per due volte la Liga spagnola (2007, 2008), per poi ritornare un ultimo anno a Torino e chiudere la carriera nel 2011 a Dubai, nell’Al-Ahli • Da allenatore ha guidato i club cinesi Guangzhou Evergrande e Tianjin Quanjian, la squadra saudita Al-Nassr, il Benevento e l’Udinese.
Titoli di testa «Conta essere all’altezza, non l’altezza».
Vita Pimogenito di mamma Gegè e di papà Pasquale. «Quando sono nato, mio padre giocava con il Banco di Roma (club scomparso nel 1983, ndr). Lo chiamavano “La giraffa” perché di testa le prendeva tutte. Ma smise di giocare presto per crescere me e mio fratello Paolo e temeva che il calcio potesse essere una distrazione sugli studi» [Salvatore Riggio, Cds] • «Esordisce sui campi in terra battuta del rione della Loggetta, a Piedigrotta, all’ombra del San Paolo. A 8 anni è nella squadra dell’Italsider di Bagnoli. A 14, stopper della primavera del Napoli, gioca in amichevole contro la prima squadra ed entra in scivolata su Maradona. “Tu si’ pazze!” lo rimprovera un dirigente. Ma El Diego lo difende: “No, bravo, così si fa”. Aggiunge il magazziniere Tonino Albano, suo padre putativo: “Ricordati Fabio che tu sei un difensore, e quindi devi picchiare, non farti picchiare”. Lui però ha sempre giocato sull’anticipo. Come il suo maestro, Ciro Ferrara. Molto amici, i due danno vita a una scena memorabile a Wembley, qualificazioni per Francia ’98, Inghilterra-Italia 0 a 1, quando disorientano Shearer e McManaman scambiandosi indicazioni in napoletano stretto: “Chiappa ’a chillo! Piglia ’a chill’ate!”» [Sta] • «Mio papà giocava a calcio, poi a un certo punto iniziò a lavorare in banca ma mi trasmise la passione io vivevo a 300 metri dal San Paolo, giocavamo fuori, a volte anche con i bidoni della spazzatura come pali. Giocai per la squadra che io tifavo dalla curva, il centro Paradiso fu inserito nel fallimento del primo Napoli e io l’ho acquistato pochi anni fa cercando di farlo rivivere per i giovani talenti del luogo» [a Prime Video] • «A 20 anni, per evitare il crac del Napoli presieduto da Ferlaino, fece la valigie e andò a Parma: “Avevamo una qualità assurda, stavamo molto assieme, la città ci permetteva di farlo: l’unico rammarico è di non aver vinto uno scudetto. Oltre a giocar bene devi portare a casa il risultato, l’ho capito poi in altre piazze. Noi giocavamo troppo bene. Malesani diceva già le cose che Guardiola poi portò avanti: nei primi mesi dovevamo capire la sua filosofia, faceva giocare i difensori dentro al campo e non eravamo abituati. Non era il top nella gestione, ma come idee è stato tra i migliori. Arrivò dopo Ancelotti, che inizialmente mi fece giocare terzino: poi spostò me e Thuram come centrali a San Siro, stava per essere esonerato e invece finimmo secondi nel 1997”. Qui conobbe Buffon, che lo avrebbe accompagnato a lungo in carriera: “Gigi era istintivo, già devastante nella Primavera, il Maradona dei portieri. Con lui lì ho conosciuto Thuram: la sera Lilian faticava a vedere, a Dortmund una volta perse una lente a contatto...”. Poi l’Inter, un periodo non felice: “Andai lì con grande attesa, San Siro mi aspettava, una presentazione come me la ebbe solo Ronaldo. Mi infortunai a Como, ci volle un mese solo per capire che avessi 9 fratture da stress: dovevo fermarmi, invece presi antinfiammatori per giocare e fu un errore, persi il 40% della forza alla gamba sinistra. Volevo smettere, non passava più, dopo l’Europeo del 2004 per tre mesi non appoggiai il piede a terra: nel frattempo l’Inter mi vendette alla Juve e guadagnai persino meno. Ma avevo perso fiducia e Capello me la diede subito: saltai solo una partita per squalifica. Sono rinato. Alla Juve c’era disciplina, l’Inter era più un porto di mare ma alla Pinetina si stava bene con persone eccezionali. Buffon però non aveva un buon rapporto con Capello. Il mister voleva dare competizione a Gigi, che si era infortunato, e prese Abbiati: Capello aveva i suoi uomini e faceva giocare sempre quelli, anche per questo in Champions non arrivammo fino in fondo, eravamo scarichi nei momenti importanti. Senza Calciopoli per me l’anno dopo l’avremmo vinta”» [Luca Bertelli, Cds] • Sulla vittoria ai Mondiali del 2006: «Andammo in Germania con convinzione dopo grandi amichevoli, avevamo la squadra più forte mentre nei Mondiali precedenti c’erano maggiori individualità. L’obiettivo era la finale. Anche Pippo Inzaghi capì con intelligenza, a un certo punto, che l’egoismo andasse messo da parte: in quel contesto l’ho apprezzato perché si è sentito parte del progetto pur giocando poco. Il mister si arrabbiò per una situazione e voleva mandarlo via, voleva litigarci e Pippo altrettanto, intervenimmo io e Peruzzi a ricomporre tutto. La squadra per me si vede a tavola: io stavo sempre vicino a Inzaghi, era al Mondiale perché Vieri si era infortunato, andavano gestiti e capiti i momenti. Avevo 33 anni e un’esperienza pazzesca, io potevo farlo. I tedeschi non ci guardarono negli occhi, avevano più tensione di noi. Fu la mia migliore prestazione con la nazionale. In finale non volli vedere la coppa all’ingresso, diedi subito una ginocchiata a Henry, volevo fargli capire subito che sarebbe stata una serata difficile per lui: sono cose che a noi insegnavano nelle scuole calcio...» [a Prima Video] • «Il Pallone d’Oro per definizione non poteva andare a un difensore, perché il ruolo è pragmatico mentre il calcio si arrampica sui costruttori di sogni. Tutti i premiati dal ’56 sono stati grandi attaccanti, fantasisti che ingannavano il tempo e lo spazio con il loro equilibrio fra il corpo e il pallone. Non sono riusciti a vincere nemmeno i difensori più grandi. Penso a Franco Baresi, a Paolo Maldini, a Gaetano Scirea, semplici fuoriclasse lontani dalla magia dei numeri dieci, i veri depositari nel calcio di un grande destino. Poi, improvvisamente, concordemente, arriva Cannavaro. Perché? Cannavaro non è migliore di Maldini e gli altri. Forse nemmeno di Alessandro Nesta o Marco Materazzi. Ma è Cannavaro. E in Germania non è più stato solo un giocatore, un difensore centrale, il capitano dell’Italia. È diventato l’uomo da aspettare, un architetto di interventi plastici. Con la sua complessità dinamica, con la sua armonia fisica, Cannavaro ha finito per essere un improvviso, straordinario divulgatore del calcio. E una volta entrato nella regola televisiva, si è trasformato nel primo giocatore trasversale. Cannavaro è diverso non tanto perché è difensore, ma perché il nuovo calcio, quello da tre miliardi di spettatori a partita, non deve essere diverso, deve essere ovvio. Deve consolare gli stereotipi, dar loro il valore rassicurante e universale che hanno. Cannavaro non è un grande atleta. È di altezza normale, è nero di capelli, ha gli occhi rapidi del napoletano vero. Cannavaro reclamizza intimo maschile, è come vorrebbero essere gli uomini e come le donne ci vorrebbero, eppure è fondamentalmente normale. Ha già molti figli, una moglie bella e rotonda, una vera madre classica. Cannavaro è al tempo stesso giocatore e immagine, tecnica ed esistenza. È il racconto della ricchezza e della salute, del successo e del limite» [Mario Sconcerti, Cds] • Fino ad ottobre 2013, ha detenuto il record di presenze nella Nazionale italiana (136). L’ha superato il portiere Gianluigi Buffon, arrivando a quota 137 presenze in occasione della gara contro la Danimarca, valevole per le qualificazioni ai Mondiali del 2014 • «Vinto il campionato cinese nel 2019 con il Guangzhou Evergrande, nel dicembre 2020 emerse che Cannavaro e il suo staff italiano furono bloccati in Qatar per 12 giorni, assieme a tutto l’organico della squadra. La vicenda accadde nel novembre di quell’anno, dopo l’eliminazione della squadra dalla Champions asiatica. All’allenatore e al suo staff fu ordinato di restare in albergo. Inizialmente si pensava che si trattasse di un protocollo di sicurezza legato al Covid. Si trattò, invece, di un trattamento punitivo deciso dalla dirigenza nei confronti dei tecnici italiani, per l’eliminazione e forse anche di più per la sconfitta in finale di Super League con gli arcirivali del Jiangsu Suning. La decisione sembrò potesse essere legata anche al nodo contrattuale non ancora sciolto. Il soggiorno «obbligato» durò 12 giorni e si concluse solo grazie all’intervento dell’ambasciata italiana in Qatar» [Riggio, cit.].
Polemiche Alla vigilia della finale di coppa Uefa 1999, vinta dal Parma 3-0 contro il Marsiglia, girò un video che lo immortalava mentre si faceva una flebo («Era Neoton, ricostituente lecito proprio come le flebo») • Difese di Luciano Moggi in piena calciopoli, una scelta che gli costò quasi la convocazione ai Mondiali poi vinti («a una domanda su di lui ho semplicemente risposto che faceva bene il suo lavoro di dirigente: con la squadra si è sempre comportato bene. Se avessi detto il contrario, sarei stato ipocrita») • Sventolò una bandiera col fascio littorio per festeggiare il titolo spagnolo vinto nel 2007 col Real Madrid («non lo sapevo, volevo soltanto il tricolore: quando me ne sono accorto l’ho nascosto») • «Un calciatore gay potrebbe creare degli imbarazzi visto che siamo sempre mezzi nudi. Non ne ho mai visto uno. È vero però che gli spogliatoi sono pieni di prodotti di bellezza: soprattutto per ragazzi di colore» (a Vanity Fair nel 2012).
Famiglia Sposato dal 17 giugno 1996 con Daniela. Hanno tre figli: Christian (1999), Martina (2001) e Andrea (2004, anche lui calciatore) • «Nel giugno ’90 Daniela conobbe Fabio a una festa dell’amica Renata e gli chiese: “Mi accompagni a casa?”. Erano notti magiche e si poteva osare. Daniela sapeva che Renata aveva fatto più di un pensierino su quel ragazzo dagli occhi chiari, perciò giocò d’anticipo, alla Cannavaro. Poco dopo, Fabio Cannavaro prese a vagare per la salitella di via Scognamiglio, la Panoramica, con una bomboletta spray e le farfalle nel cuore. Scriveva “Fabio e Dany per sempre”, “Fabio + Dany = Amore”, o semplicemente “F e D”. Dalla Panoramica si vede bene il San Paolo, quartiere Fuorigrotta, dov’è cresciuto Fabio, in via Gigante, località Loggetta. Daniela stava in via Marino, davanti al parco Atan, ma suo padre aveva un bar sotto la curva B del San Paolo» [Luigi Garlando, Gazzetta] • È stato calciatore professionista anche il fratello Paolo (Napoli 26 giugno 1981), in A con Parma, Verona, Napoli e Sassuolo: «Tutt’e due cresciuti nelle giovanili del Napoli, tutt’e due finiti al Parma quando la gestione di Corrado Ferlaino entrò in crisi e c’era bisogno di recuperare denaro: proprio con i soldi della cessione di Paolo, valutato molto generosamente da Calisto Tanzi, il Napoli salvò il proprio bilancio nel 98. A Parma i due dividevano lo stesso appartamento poi le strade si separarono» [Marco Ansaldo].
Curiosità Insieme agli amici e colleghi Vincenzo Montella e Ciro Ferrara compare nel film di Vincenzo Salemme Volesse il cielo del 2022 • Appassionato di ciclismo: «Ho iniziato quando ero in Cina. L’idea me l’ha data Ivan Basso. Allora andavo in mountan bike, lui ha visto i miei dati, mi ha consigliato di scegliere la strada e mi ha spedito una bici Trek. Ho cominciato a Guanghzou, andavamo a pedalare 10 chilometri fuori dalla città. Là usano la bici per spostarsi ma non c’è ancora un movimento sportivo così sviluppato. Non posso fare jogging, ho un problema alle ginocchia, invece la bici non mi procura dolore. Così pedalo anche 3-4 ore per potermi poi concedere il lusso della tavola» [Davide Cotto, Sta].