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 2026  settembre 15 Martedì calendario

Biografia di Antonio Angelucci

Antonio Angelucci, nato a Sante Marie (L’Aquila) il 16 settembre 1944 (82 anni). Imprenditore. Politico (Pdl, Forza Italia, Lega). Editore (Il Tempo, Libero, il Giornale) • «Don Antonio» [Concetto Vecchio, Rep 10/3/2023] • «Il Quarto potere della destra italiana» [Ilario Lombardo, Sta 27/6/2023] • «Un personaggione assoluto, cervello finissimo, rapace voglia di potere e di denaro» [Fabrizio Roncone, 7 19/4/2024] • «Il solito occhiale scuro a goccia e il golf sotto la giacca» [Giacomo Salvini, Fatto 26/4/2026] • Ex portantino dell’ospedale San Camillo di Roma, ex sindacalista della Uil, è padrone del Gruppo San Raffaele (da non confondere con il San Raffaele di Milano, che è invece del Gruppo San Donato), che conta 21 fra cliniche private, centri di riabilitazione, hospice e residenze per anziani, con oltre 4.000 posti letto e 3.000 dipendenti. Ha fondato la finanziaria Tosinvest S.p.A. (acronimo in cui le prime due sillabe stanno per Tonino, il suo soprannome, e Silvana, il nome della moglie), con interessi nell’immobiliare, nella gestione di impianti tecnologici, nei servizi di pulizie, disinfestazione, derattizzazione, etc. • Tutte società controllate dalla Three, finanziaria con sede in Lussemburgo • Amicizie trasversali, da Gianfranco Fini a Massimo D’Alema, da Alfio Marchini a Cesare Geronzi, passando per Denis Verdini e Marcello Dell’Utri. Alla fine 2003 ha rilevato tutti i debiti dei Democratici di sinistra, fra cui il palazzo delle Botteghe Oscure, già sede del Pci, salvando il partito dal crac. Eletto alla Camera con il centrodestra nel 2008, nel 2013, nel 2018 e nel 2022, è sempre ai primi posti nelle classifiche dei parlamentari più ricchi e più assenteisti • Già editore del Riformista (chiuso nel 2012) e del Corriere dell’Umbria (fino al 2022) e proprietario di un 24 per cento dell’Unità (tra il 1998 e il 2000), oggi controlla il 100 per cento del Tempo e di Libero e il 70 per cento del Giornale (il restante 30 per cento è di Leonardo Maria Del Vecchio), a un certo punto era sul punto di prendersi pure l’Agi, seconda agenzia di stampa del Paese • Famoso per le sue feste e le sue fuoriserie. «Un imprenditore concreto, affidabile, di grande franchezza. La sua storia di self-made man mi ha sempre ispirato ammirazione. Siamo quasi coetanei, il che nei rapporti interpersonali agevola molto. Mi faceva usare il suo aereo privato come se fosse mio. Allora non esistevano i treni Frecciarossa. Credo di essergli costato cifre mostruose sulla tratta Milano-Roma e ritorno» [Vittorio Feltri, con Stefano Lorenzetto, Buoni e cattivi Marsilio 2014] • «Angelucci è il contrario di ogni cosa. È il parlamentare più ricco ed è quello più assente: più del 99 per cento in questa legislatura, 96 nella scorsa, 99,59 di assenze in quella precedente, più del 70 alla prima. È un imprenditore che dà le carte alla politica, controllandola. Ma lo Stato è anche il suo primo cliente: se un giorno i soldi pubblici dovessero venire meno, il suo impero crollerebbe. È l’uomo più esposto (editore di giornali, padrone entusiasta di media: non c’è trattativa nel mondo dell’editoria, per l’acquisto di agenzie di stampa, radio, televisioni, in cui non spunti il suo nome) e insieme l’uomo più nascosto: non solo in Parlamento, ma anche fuori, non si ricorda una sua parola, una presa di posizione pubblica» [Carlo Bonini, Rep 29/4/2024] • Non rilascia mai interviste. Una volta Manolo Lanaro, del Fatto quotidiano, lo intercettò a margine della manifestazione di Fratelli d’Italia. Provò a fargli qualche domanda. Alla prima, rispose: «Ma non rompere i coglioni!». Alla seconda «Fatti i cazzi tuoi!». Alla terza: «Ma vai a lavorare!»
Titoli di testa «Antonio Angelucci sorride dietro gli occhiali da sole. È in prima fila all’evento con Matteo Salvini e Roberto Vannacci, capitano e generale della Lega alle elezioni europee. Recordman di assenze in Parlamento, raramente il deputato leghista Angelucci si fa vedere in pubblico e ancora più raramente parla dei suoi affari da editore. Questa volta fa eccezione a metà: si vede, cioè, ma non parla. Però sorride» [Tommaso Rodano, Fatto 1/5/2024].
Vita «La sua leggenda nera, scura come gli occhiali che porta sempre, ha un incipit intriso nell’umiltà e nel sacrificio: portantino d’ospedale» [Francesco Cafiero, Fatto 3/6/2011] • Tonino viene da «un paesino di case e di rocce attaccate al cielo d’Abruzzo, siamo in provincia dell’Aquila» [Roncone, cit.]. «È la fine degli anni ’50 quando l’allora adolescente Antonio Angelucci, con in tasca la sola licenza media e un’infanzia di fatiche nel paesino abruzzese di Sante Marie, arriva a Roma. “Sono 70 anni che lavoro” ha raccontato di sé a Report anni fa, in una delle sue pochissime interviste. Angelucci sbarca dunque nella capitale nel momento migliore per uno che voleva, come lui, “mangiare il futuro”: il boom economico era vicino» [Bonini, cit.]. • «Iniziò la sua carriera nella lavanderia dell’ospedale Spallanzani di Roma. Arrotondava vendendo pupazzi nei bar. Era soprannominato “il professore” per gli occhiali da vista e la parlantina. Lo chiamavano anche il mago perché in un attimo faceva sparire accendino e sigarette e dalle tasche poi faceva uscire qualsiasi cosa» [Giacomo Amadori, Panorama, 19/11/2009] «“Lavorai come portantino per nove mesi, forse un anno” ha ricostruito sempre Angelucci con Report. “E non è vero, come qualcuno ha messo in giro, che la mia fortuna fu incontrare Cesare Geronzi, che era il capo di Banca di Roma, che finanziò le mie attività. E il presidente socialista dell’epoca, Santarelli, che convenzionò le mie strutture. Sono favole. Geronzi lo conosco in quanto correntista della banca. E Santarelli ha fatto il suo, non mi ha dato una mano, perché l’accreditamento che ha dato a me l’ha dato anche agli altri. Niente di eccezionale”. […] Nelle corsie ospedaliere si fa largo abbracciando le battaglie sindacali. Non aveva risorse, ma la capacità di capire che la sanità privata, grazie agli accreditamenti, è una gallina dalle uova d’oro. Riuscito a far partire una clinica a Velletri, il centro più a sud dei Castelli Romani, ha così costruito un impero. Mattone dopo mattone. Oggi nel Lazio il gruppo gestisce 17 delle 24 strutture italiane: l’Irccs in via della Pisana, il centro di riabilitazione, la Medica Group, il San Raffaele Portuense, Monte Mario, Termini, Flaminia e la casa di cura Villa Grazia. E ancora: Nepi, il San Raffaele a Viterbo, Cassino, Monte Compatri, Rocca di Papa, Trevignano, Sabaudia, Borbona e Velletri. Insomma: chi nel Lazio ha bisogno di cure prima o poi è destinato a varcare la soglia di un ospedale dell’onorevole» [Bonino, cit.] • Diventa ricchissimo. «Cento miliardi di lire tondi da spendere in tre anni per farsi largo nel mondo dell’editoria, comprando giornali e tv. Il compito che Antonio Angelucci ha affidato al più giovane dei suoi tre figli, Giampaolo. Il giovanotto non s’è fatto pregare. Un po’ d’esperienza nel settore, del resto, l’aveva già fatta quando, su invito di Alfio Marchini, la Tosinvest si era prestata al disperato tentativo di rianimare l’Unità, costato una decina di miliardi alle casse aziendali (eredità della vicenda è la partecipazione in una società che produce videocassette). Così, Giampaolo s’è rimboccato le maniche. Prima ha comprato un piccolo quotidiano che vende 5 mila copie a Frosinone e dintorni. Poi la fortuna gli ha dato una mano, consentendogli di mettere a segno un colpo ben più efficace. Vittorio Feltri, direttore di Libero, era in difficoltà. L’improvvisa scomparsa del suo socio di maggioranza nel piccolo ma combattivo quotidiano […] lo aveva costretto a ridurre tiratura e foliazione e a interrompere il pagamento di alcune collaborazioni. Il giovane Angelucci s’è fatto sotto e, dopo una breve trattativa, ha comprato tutto in blocco attraverso una società controllata, garantendo al direttore un contratto quinquennale. Quanto abbia sborsato non si sa» [Stefano Livadiotti, L’Espresso 6/12/2001]. «Angelucci mi fu presentato da Paolo Torresani, giornalista romano che aveva seguito come un’ombra Biagio Agnes alla Rai e Pierre Carniti alla Cisl. Io ero inguaiato, perché l’imprenditore Stefano Patacconi, che aveva salvato Libero sganciando un miliardo di lire, s’era da poco suicidato lanciandosi con la sua Mercedes nel porto-canale di Rimini. Torresani mi disse che agli angelici interessava entrare nel capitale della casa editrice. E così fu. Portarono in dote un bel po’ di palanche e mi lasciarono carta bianca nella gestione della testata. Uno stato di grazia assoluto, per un direttore» [Feltri, cit.] • «La “nomina” a deputato del patriarca è avvenuta alle [...] politiche del 2008: Gianfranco Fini lo paracadutò, in quota personale, nella lista del Pdl nella circoscrizione Lombardia 2. Passato dai socialisti alla destra, fino ad allora Tonino Angelucci aveva una consuetudine bipartisan con la politica. Da un lato l’amicizia con l’attuale presidente della Camera, il cui fratello Massimo lavora nelle cliniche della Tosinvest. Dall’altro Massimo D’Alema e l’ex tesoriere ds Ugo Sposetti: gli Angelucci salvarono dai debiti il Pci-Pds con l’operazione Beta Immobiliare e il controllo di 261 palazzi di proprietà “comunista”, tra cui la storica sede di Botteghe Oscure (che, tra l’altro, quest’estate dovrebbe essere messa in vendita, una volta liberata l’ex libreria Rinascita ancora occupata dalla redazione del Riformista, passato nel frattempo a Emanuele Macaluso). La svolta politica degli Angelucci risale a un anno fa, quando Fini rompe con Berlusconi. Dapprima, il patriarca Tonino, con una gamba ingessata, va nello studio a Montecitorio dell’amico Gianfranco e davanti a testimoni lo rassicura: “Se fondi un partito vengo con te”. Poi lo tradisce e non si presenta alla prima riunione dei deputati finiani. Gli Angelucci passano con B. La loro lussuosa e antica dimora di via d’Ara Coeli è a due passi da Palazzo Grazioli. Da quelle parti abita anche un triumviro del Pdl, il banchiere toscano Denis Verdini, amico della cricca del G8 e presunto cospiratore della P3. Per gli Angelucci e i falchi anti-finiani del Pdl comincia un’estate memorabile. Quello della casa di Montecarlo ereditata da An e poi affittata da Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Fini, Elisabetta. L’andirivieni nella magione degli Angelucci è incessante. Libero è diretto da Maurizio Belpietro e va a ruota del Giornale della triade giornalistico-pubblicitaria composta da Feltri, Sallusti e Santanchè. Quest’ultimi tre sono andati via da Libero un anno prima ma gradualmente si riavvicinano ai loro ex editori. Non a caso, poi, lo stesso Feltri riapproda a Libero. Alla Camera, Angelucci si vede poco. Ma quando c’è confabula con Verdini e la stessa Santanchè. E fa lo struscio in Transatlantico con Amedeo Laboccetta, altro ingranaggio della “macchina” contro Fini, e soprattutto Melania Rizzoli, moglie di Angelo e grande amica della governatrice del Lazio Renata Polverini, che tiene in sospeso le convenzioni con le cliniche degli Angelucci al centro di un’inchiesta della procura di Velletri» [Cafiero, cit.] • «La vera cazzata Angelucci la commise il giorno in cui decise di candidarsi con Berlusconi. Era straricco e benvoluto dalle sinistre, alle quali non lesinava generosi finanziamenti. Non aveva nulla da guadagnare, e tutto da perdere, sistemandosi alla Camera sotto il tetto del centrodestra. Da quel momento la magistratura lo ha braccato in tutti i modi, fino a chiedere il suo arresto e a spedire in prigione il figlio Giampaolo. Si fosse candidato con il Partito democratico, che qualcosa gli doveva, oggi sarebbe stimato e riverito come un qualunque Matteo Colaninno» [Feltri, cit.]. «Ai tempi della prima elezione (siamo nel 2008) il gruppo Angelucci era inseguito da inchieste giudiziarie, cosa che in realtà non è mai smessa, seppur nessuna condanna definitiva sia stata mai emessa. La procura di Bari nell’estate del 2006 aveva arrestato Giampaolo e in un’indagine che vedeva indagato anche l’allora governatore, oggi ministro, Raffaele Fitto. Diverse inchieste coinvolgono poi direttamente Antonio (sempre a cavallo tra sanità ed editoria) ma viene sempre assolto: a oggi resta in piedi un’indagine della procura di Roma con l’accusa di aver tentato di corrompere l’ex assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato. Accusa che Angelucci, come vedremo, ha sempre respinto. D’Amato è stato il candidato governatore, sconfitto, per il centrosinistra alle ultime elezioni regionali nel Lazio. E ha avuto nell’onorevole Tonino il suo più grande avversario. Ecco: il senso della politica per il gruppo Angelucci passa inevitabilmente anche per gli affari […] Il gruppo Angelucci […] ha un unico grande cliente: il Servizio Sanitario nazionale. Stando ai bilanci del 2022 sono stati i fondi pubblici a garantire il 94 per cento dei ricavi complessivi delle aziende. Senza i soldi delle Regioni, e di due in particolare, il Lazio e la Puglia, l’impero di Tonino Angelucci crollerebbe. Dunque, grida Tonino il muto: “Lunga vita allo Stato” […] Se però gli affari sul campo si trovano principalmente tra Lazio e Puglia, il cuore economico dell’impero degli Angelucci è lontano dall’Italia, in Lussemburgo, dove è blindata la cassaforte di famiglia, la holding Three. Come per primo raccontò negli anni scorsi il Sole 24 ore, si tratta di una struttura sociale abbastanza complessa. Che vede Three come un veicolo alimentato da due polizze vita milionarie. Il quotidiano Domani, sulla base di un documento dell’Uif, l’unità di intelligence finanziaria della Banca d’Italia, spiegò come il tutto si regga su tre polizze dal valore di 190 milioni che il deputato della Lega ha sottoscritto presso la Swiss Life Luxemburg Sa. Con quei fondi, gli Angelucci controllano la società Spa di Lantigos Sca, all’interno della quale c’è la Holding Three e, a cascata, le società italiane. Sia quelle sanitarie che fanno capo al San Raffaele di Roma sia quelle editoriali che invece fanno riferimento alla Tosinvest […] Il sogno mai nascosto dell’impero Angelucci è infatti l’espansione in Lombardia, fallita fino a oggi grazie alla presenza salda delle principali concorrenti del gruppo, l’Istituto Maugeri su tutti […]» [Bonino, cit.]. Ecco dunque spiega l’espansione verso l’editoria lombarda • Nel 2023 compra il Giornale dai Berlusconi: in redazione si parlava di perdite annue pari a quattro milioni di euro, troppo per la famiglia B. «Che ne se fa Antonio Angelucci di un terzo quotidiano d’area? Cantano tutti nel coro del centrodestra. Il Giornale, diretto da quasi due anni da Augusto Minzolini, in realtà seguiva uno spartito diverso. Le aveva cantate ai No Vax, per esempio. Giorgia Meloni in privato si è lamentata spesso per l’eccesso di autonomia filo Forza Italia della testata milanese. A palazzo Chigi avevano fatto uno studio sui pezzi giungendo alla conclusione che fossero addirittura tra i più ostili, quelli che venivano intervistati di più erano i forzisti di lotta e governo, Giorgio Mulé e Licia Ronzulli; così Angelucci, dicono, l’ha comprato anche per portarglielo in dote. L’ambizione è più vasta. Punta a un polo editoriale meloniano. […] Il sogno è aggiungervi l’acquisto de La Verità […] Il disegno consisterebbe nell’acquisirne il possesso e lasciare al suo posto - pagato a peso d’oro con un contratto di dieci anni - il suo fondatore. Belpietro ha smentito […] Cosa muove invece don Antonio? I giornali come biglietti da visita per entrare nei salotti buoni. Fanno gola gli affari della sanità in Lombardia. Quelli del Lazio sono già sotto controllo. Tutta l’operazione scommette sulla lunga permanenza della premier al potere» [Vecchio, cit.]. «La chiamano operazione “Fox Meloni”, Fox da Fox News, la televisione americana repubblicana e conservatrice. Direttori e firme di quei giornali vengono da esperienze comuni e sono ospiti fissi nelle trasmissioni Mediaset. È carta stampata ma è come se fosse televisione. Nascerebbe un gruppo capace di costruire racconto e polemiche. Sono “sostanze” che servono per assemblare trasmissioni e telegiornali. Non è solo la vendita del giornale fondato da Montanelli. In Forza Italia si è convinti che “la vendita sarà letta come la resa incondizionata al progetto meloniano”» [Carmelo Caruso, Foglio 26/1/2023] • Insomma, Angelucci è «un perfetto esempio di editore impuro. Che oggi, con il figlio Giampaolo, ha in mano la principale concentrazione della stampa di destra: Il Tempo, storica testata romana con una sede a trenta secondi a piedi da Palazzo Chigi; Libero, foglio corsaro fondato da Vittorio Feltri; e adesso, da pochi giorni, anche Il Giornale, fondato da Indro Montanelli e di proprietà per oltre 30 anni dell’ex premier e fondatore di Forza Italia appena deceduto, Silvio Berlusconi. E di questo si parla qui. Di una holding mediatica che continua a credere nel potere della carta, in brand che restano arrotolati sotto il braccio dell’elettore sovranista, leghista, post-fascista, conservatore, liberista, populista, con tendenze no-vax, moderato, eternamente berlusconiano. Sono tante le dimensioni del centrodestra italiano, oggi a trazione meloniana e orfano di colui che se lo inventò nel 1994. Gli Angelucci hanno in mente di soddisfarli tutti, questi elettori tipo. E vogliono farlo con i tre giornali. Con una geografia precisa. Uno più trasversale e radicato nel Lazio, dove il re delle cliniche ha il suo regno, ed è Il Tempo. Un altro, Libero, con una spinta decisa verso le ragioni della premier Giorgia Meloni. Infine Il Giornale, che l’editore vorrebbe dedicato alla vasta zona di interesse che va da Forza Italia, al Terzo Polo, fino alla Lega versione nord. La borghesia lombarda è l’oggetto del desiderio. Il sogno è soffiare lettori al Corriere della Sera» [Lombardo, cit.].
Amori Tre figli dalla moglie, Silvana Paolini, deceduta negli anni Novanta. I gemelli Simone e Alessandro (n. 1970). Giampaolo (n. 1972), il prediletto, detto Napoleone, presidente del cda della Tosinvest, nel giugno 2006 finì agli arresti domiciliari per una presunta tangente versata a Raffaele Fitto, governatore della Puglia.
Amori/2 Un quarto figlio dalla sua ex compagna, Annalisa Chico, già fisioterapista in una delle sue cliniche, che lo denunciò accusandolo di essere stata licenziata, minacciata e cacciata di casa dopo la fine della loro relazione.
Amori/3 Ora starebbe con una certa Jordi, di origini cubane.
Politica «Come con i giornali, Angelucci fa con i partiti: diversifica. Sta nella Lega ma non vuole grane con la premier di FdI e mette alla guida di Libero un direttore che Salvini non gradisce. L’uomo non ama sentirsi dire no. Dentro Forza Italia si racconta una storia. È il 2018: si stanno componendo le liste per le elezioni, Angelucci, che è deputato azzurro già da dieci anni, ha voglia di ricandidarsi, per la terza volta, ma Licia Ronzulli, al tempo ascoltatissima da Berlusconi, non ne vuole più sapere “dell’amico di Verdini”. I voti sono in calo, gli spazi saranno ristretti, ci sono altre bocche da sfamare. Tonino Angelucci cerca Berlusconi, ma fatica a trovarlo, il telefono non era più nelle mani del padre-padrone del partito. Gli rispondono: “Le passiamo l’onorevole Ronzulli”. E lui: “No, grazie. Non parlo con le infermiere”. Finisce che l’imprenditore riesce a parlare con Berlusconi, pare grazie a Gianni Letta, e viene eletto in Parlamento. Cinque anni dopo, cambia partito, passa alla Lega, ma resta in famiglia, nel centrodestra. Nell’improvvisa campagna elettorale dell’estate 2022, spunta anche il figlio Giampaolo. Giorgia Meloni, in crescita da mesi, è data per vincitrice. C’è spazio per diversificare le candidature. Gli Angelucci ci provano. L’idea è infilare il rampollo nelle liste di Fratelli d’Italia. Ma è la futura premier, a quanto pare, a frenare: “Mo’ non possiamo avere il papà eletto in un partito e il figlio in un altro”» [Lombardo, cit.].
Religione Nel giugno 2024, per i 50 anni dalla fondazione del Giornale, fu ricevuto in Vaticano da papa Francesco, insieme ai direttori Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, dall’ad Nicola Speroni e dai figli Simone, Gianpaolo e Alessandro, con le rispettive famiglie. L’incontro durò venti minuti. Alla fine «la famiglia Angelucci ha donato al Papa un crocefisso romano del Seicento oltre che la prima copia originale del Giornale e una scultura realizzata appositamente per celebrare il cinquantesimo. Il Papa ha contraccambiato con dei rosari da lui benedetti. Poi il congedo: “Pregate per me, ma mi raccomando - ha aggiunto con un tocco della sua nota ironia - non contro”» [Giornale, 2/6/2024].
Vizi Fuma il sigaro.
Curiosità Vittorio Feltri, come voto, gli dà 8 • «Lo scranno da parlamentare è la cosa a cui tiene di più» [Feltri, cit.] • Massimo Fini, fratello di Gianfranco, è stato a lungo un suo uomo • Gira per Roma scortato da due gigantesche guardie del corpo di colore • Il prefetto di Viterbo aveva anche concesso all’autista di famiglia, «in via eccezionale e temporanea» la qualifica di «agente di pubblica sicurezza», che consentiva loro di sfrecciare con il lampeggiante anche in città [Bonino, cit.] • La statua di Giovanni Paolo II davanti alla stazione Termini l’ha voluta e pagata lui • Villa sull’Appia Antica, trecento metri quadri con quattro ettari e mezzo di terreno (comprensiva di casa del custode, magazzino, recinto per cavalli, etc.). Sopra il video-citofono, una targa in ottone. «Onorevole Antonio Angelucci». Sul cancello, un’altra targa. «Non bastava una misera scritta “Attenti al cane”. C’è invece un bel disegno stilizzato: la testa di un cane, un fucile, una pistola e un coltello. Corredati dalla scritta: “Attenti al cane, al padrone, e a tutta la famiglia”. Una fotografia che, si suppone, il padrone di casa ritiene esatta» [Lirio Abbate, L’Espresso 4/5/2011] • «La domenica mattina, ogni tanto, Angelucci esce dalla sua tenuta romana, a Porta Latina, a bordo d’una Ferrari rossa. Lui avanti, la scorta dietro. Lo vedo che fa un giro dell’isolato, credo non riesca a ingranare più di tre marce, e poi subito rientra. Deve lavorare. E ancora lavorare. Ma ai suoi affari» [Roncone, cit.] • Sul sito della sua finanziaria si legge una citazione dell’economista Paul Samuelson: «Investire dovrebbe essere come guardare la vernice che si asciuga o l’erba che cresce. Se volete eccitazione, prendete 800 dollari e andate a Las Vegas».
Titoli di coda «L’ho visto sere fa a una festa di compleanno. Indossava un triste maglioncino blu, pure slabbrato, ma capivi che non era uno del catering, perché stavano in fila lì a inchinarsi, e poi uno gli ha proprio preso la mano per baciargliela» [Roncone, cit.].