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 2026  settembre 29 Martedì calendario

Biografia di Giorgio Panariello

Giorgio Panariello, nato a Firenze il 30 settembre 1960 (66 anni). Comico. Imitatore. Cabarettista. Attore. Presentatore televisivo. Dopo la gavetta come imitatore nelle radio toscane (con l’amico Carlo Conti) e qualche esperienza nelle reti locali, ha debuttato in Rai a metà anni Novanta. «La svolta fu l’esplosione del toscanismo in humour, targato Pieraccioni con il sostegno di Cecchi Gori che lancia quel gruppo anche nella sua tv. E da lì a farsi notare nella grande tv, il passo alla fine è breve. Fondamentale diventa l’apporto del gruppo di Bibi Ballandi che ne fa il lato light e molto remunerativo dell’intrattenimento di genere (ma gli farà recitare anche Molière in teatro). Arrivano gli spettacoli del sabato sera in tivù, lui si mette in spalla tutti i doppisensi possibili e si butta, crea personaggi popolareschi, il bagnino-pataccaro, quello del marsupio con cui ovviamente s’intende un’altra cosa, il suo mood perfetto è che esista un Briatore e che lui ne faccia la parodia […], ma alla buona, con grande rispetto. Anni di grandi riscontri in tivù, ma che via via scendono un po’, e nella scuderia Ballandi – non c’è niente da fare – è sbucata la stella vera, Fiorello, che lui soffre, umanamente, per forza di cose» [Antonio Dipollina, Rep 2/3/2006] • «Il Gran Ducato di Toscana. Giorgio Panariello, Carlo Conti e Leonardo Pieraccioni: è il vecchio che avanza e, dati i loro tempi televisivi, è un vecchio che si trascina. Dei tre, Panariello è il più simpatico: ma ha tempi comici dell’altro secolo» [Aldo Grasso, Cds 24/12/2015] • Ha presentato il Festival di Sanremo nel 2006. Ha lavorato al cinema (per Leonardo Pieraccioni, Vincenzo Salemme, Neri Parenti, etc.) e a teatro. Autore di libri e canzoni. È stato, con Venessa Incontrada, testimonial della Wind • Rimasto celebre per i suoi personaggi, tra cui il macellaio Pio Bove, il pierre del Chiticaca di Orbetello, Mario il bagnino, il magnate cafone Naomo, l’impresario Nando, etc. • È vero che Renato Zero, all’inizio, non fu contento della sua imitazione? «Proprio così. Una volta, quando ancora non ero molto noto, andò in farmacia a Roma. Una signora lo avvicina e gli chiede: “Scusi, ma lei è Renato Zero?” Lui risponde “Sì, sono io”. E la signora ribatte: “Mi saluti tanto Panariello!”». Ci rimase male? «Beh, sì...» [Emilia Costantini, Cds 25/10/2022].
Titoli di testa Lei perché ce l’ha fatta? Il suo quid qual è? «Fortuna, l’ho già detto. Dedizione. Voglia di migliorare. E anche di realizzarmi. In tre fasi». Che intende dire? «Nella prima, da giovane, mi davo da fare soprattutto per svoltare con le donne. Trombare. E devo dire che non essendo proprio il più bello del mondo, grazie al successo sono diventato alto, magro, biondo e con gli occhi azzurri. Nella seconda, per farmi riconoscere per strada. Nella terza, per i soldi. Dopo aver raggiunto questi obiettivi, adesso è solo questione di soddisfazione. E quindi voglio cambiare. Osare. Sperimentare» [Andrea Scarpa, Mess 8/4/2019].
Vita Figlio di una ragazza madre. «Mamma mi ha avuto a diciassette anni e mi abbandonò all’ospedalino degli Innocenti di Firenze. Appena nonna l’ha saputo, si è precipitata lì e mi ha portato a casa con lei. Aveva già cinque figli, nonno non voleva saperne di tenermi ma alla fine si è imposta». Com’era vivere con i nonni? «Erano due persone semplici, entrambe analfabete ma con il cuore enorme. Ricordo che nonna teneva la lavastoviglie nel cellofan: la mostrava, orgogliosa, ai parenti ma non la usava mai […] Fino a undici anni davvero pensavo che i nonni fossero i miei genitori. Ogni tanto qualche bambino mi faceva notare che erano vecchi, ma non ci davo peso: mi volevano bene, io ne volevo a loro. Poi ho scoperto la verità: una rivelazione così assurda che o ti arrabbi o la prendi a ridere» [Francesca D’Angelo, Sta 14/11/2025] • Il piccolo Giorgio scopre tutto in un colpo solo. Quelli che lui crede i suoi genitori, in realtà sono i suoi nonni. Quelli che lui crede i suoi fratelli, in realtà sono i suoi zii. «E la gentile signora che faceva capolino, ogni tanto, la domenica o a Natale portando qualche regalo era mamma» • Scopre di avere anche un fratellastro. «Un anno dopo la mia nascita, è nato mio fratello Franco, anche lui abbandonato... però i miei nonni avevano già da crescere, oltre a me, i loro cinque figli e lui venne affidato a un istituto di suore. Ogni tanto veniva a casa da noi, poi spariva e io, i primi anni, non sapevo che fosse mio fratello, lo credevo un amichetto con cui giocavo» [Costantini, cit.] • L’unica cosa che il piccolo Giorgio non scopre: l’identità di suo papà. «Purtroppo non l’ho mai saputo. Ma credo che neppure lui sapesse di essere padre. Sono frutto di un’avventura di una notte [Andrea Scarpa, Mess 2/10/2022] • Ma Giorgio è un bambino vivace. I suoi idoli sono i calciatori del Milan. Lì per lì, non la prende come una tragedia. «Io ho riso, perché il sorriso fa parte di me: non ho fatto questo mestiere per esorcizzare qualcosa. Sono nato comico» • «A scuola facevo casino: non per disturbare, ma per attirare attenzione. Avevo già dentro di me il bisogno di essere guardato» [Arianna Finos, Rep 21/3/2025]. «Quando la maestra spiegava o interrogava qualche compagno riempivo i quaderni con la mia firma: era già la prova del mio gusto per l’autografo. E poi mi chiudevo in bagno e, con la spazzola dei capelli di mia nonna, facevo finta che fosse un microfono e mi intervistavo, farneticando su quello che facevo o volevo fare... Però, quando alla fine delle medie gli insegnanti mi indicavano la scuola che avrei dovuto fare, ho sbagliato». Perché? «Mi consigliavano uno studio relativo al contatto con il pubblico e ho capito male: mi iscrissi alla scuola alberghiera, pensando che fossi portato a fare il cameriere» [Costantini, cit.] • «Mi ero stufato di fare il cameriere e mio zio mi portò a fare l’elettricista nel suo cantiere: altro mestiere assolutamente sbagliato, per me. Nessuna nave sarebbe riuscita a partire grazie al mio intervento elettrico. Nel frattempo avevo cominciato a fare pratica nelle radio libere dove ho scoperto la mia passione e mi sono posto il dilemma: continuare a svolgere un mestiere che non sapevo fare oppure lanciarmi in un’avventura? Ho scelto di rischiare, d’altronde la vis comica non la impari a scuola di recitazione: o ce l’hai dentro o non ce l’hai e spesso i grandi comici nascono dai loro travagli interiori, da storie familiari difficili, a volte drammatiche...» [Costantini, cit.] «Avere un po’ di arte e di talento mi ha aiutato a superare le difficoltà, mi ha indicato una strada da seguire. Ho conosciuto la fatica: studiavo e lavoravo, ho strigliato i cavalli al maneggio, ho fatto il cameriere, l’operaio nei cantieri navali. Però facevo ridere» [Silvia Fumarola, Rep 31/3/2024] • Il suo sogno è fare la vita di Cecchetto, Gerry Scotti, Linus, Gigi Sabani, Verdone, Benigni. Eppure ogni mattina deve andare al lavoro. Levatacce per andare in cantiere, elettricista. La sera facevo l’aiuto dj, andavo a dormire alle quattro di notte, mi rialzavo alle sette: uno zombie. In cantiere imitavo il caposquadra» [Arianna Finos, Rep 21/3/2025] • «Annunciavo a mia nonna che avrei cambiato mestiere, che abbandonavo il cantiere di Viareggio per fare il dj. Volavano le discussioni. Già che ho avuto pochi rapporti con mia madre. Già che non ho mai conosciuto mio padre. E io mi mettevo a inseguire farfalle mentre i nonni non navigavano nell’oro. Mio nonno brontolone, buono e acido all’esterno, m’ha ispirato anni fa il Vecchietto, un personaggio che emoziona e fa ridere» [Rodolfo Di Giammarco, Rep 26/3/2003] • «All’inizio sei un po’ un accattone che va a frugare nei rifiuti, è puro istinto. Quando ho sentito il primo applauso per me ho detto: “È questo”» [Riccardo Pedicone, Tv Sorrisi e Canzoni, 7/4/2026] • Prima gioia sul palco? «L’applauso in piazza con Radio Versilia. Salii sul palco per la prima volta, l’imitazione di Beppe Grillo e Renato Zero. Non avevo ancora un repertorio incredibile». Delusioni? «I primi spettacoli fuori dalla Toscana, spinto dal mio agente, iniziai con feste patronali e piazze al Sud. Anni ‘80, il presentatore: “Ecco un bravo imitatore dalla Toscana... Certo, non sarà Gigi Sabani”. Salgo sul palco: “Ringrazio il presentatore… Certo, non sarà Pippo Baudo”. Strappo due risate, attiro l’odio degli organizzatori». Prima disavventura? «In Calabria negli anni in cui la ‘ndrangheta bloccava i lavori pubblici per il pizzo. Sbaglio strada, mi ritrovo da solo ad attraversare l’Aspromonte con sei milioni di lire, l’incasso della serata precedente, nella mia Uno Diesel. Arrivo e vedo che sotto il palco, come servizio d’ordine, ci sono i parà dell’esercito…» [Arianna Finos, Rep 21/3/2025].
Amori «Non sembra, ma sono timido e introverso, e ho faticato più di altri: il vero successo l’ho avuto a 40 anni». E l’ha pagato in qualche modo? «Forse non avendo una mia famiglia. Adesso sto bene con Claudia, la compagna che mi dà la vera serenità, e due cani. Figli non ne ho». Adesso è troppo tardi? «Mai dire mai. Carlo è diventato papà nel 2014, Leonardo nel 2010. In passato forse ero troppo egoista per affrontare questa responsabilità». Mai capitato di ricevere una telefonata tipo: Ciao, ti ricordi di me? Mio figlio è anche tuo figlio...? «No, però ho avuto paura che potesse accadere» [Scarpa, cit.].
Dolori Pensa spesso al fratellastro, Franco. «Da ragazzino nemmeno pensavo che potesse soffrire. Lo vedevo diventare cattivo e arrabbiato, poi ho capito e ho cominciato a stare dalla sua parte, forse anche troppo in alcune occasioni. Abbiamo avuto un rapporto molto conflittuale, non riuscivo ad aiutare Franco, non riuscivo a dimostrargli che era giusto fare come facevo io e non come pensava lui: per anni l’ho considerato una zavorra perché io volevo crescere, spiccare il volo nel lavoro, ma avevo sempre questo pensiero, questo tormento, se rimaneva a casa con mio nonno. Avevo paura succedesse qualcosa, andavo via mal volentieri, lavoravo male. Quando la mia vita si è sistemata e mi sono sentito forte allora ero pronto, lui ha capito che avevo ragione» [Renato Franco, Cds 5/7/2022] • «Io finii dai miei nonni. Lui lo mandarono in collegio. Se fosse nato prima lui, quel destino nefasto sarebbe stato il mio». Si è sentito in colpa? «Per molto tempo sì. Franco finì nella spirale della droga, viveva per strada e ogni tanto veniva ai miei spettacoli, in condizioni pietose. Io guardavo lui, e poi osservavo i miei vestiti eleganti di scena, le giacche stirate e mi sentivo in colpa. Così finivo per aiutarlo, dandogli i soldi che voleva, ben sapendo che fine avrebbero fatto... La verità è che lo facevo per sentirmi meglio io, non per aiutare lui. Poi ci siamo allontanati finché lui ha deciso di disintossicarsi e lì, sì, l’ho aiutato ad andare in comunità» [D’Angelo, cit.]. «Lo portai a San Patrignano per farlo disintossicare. All’inizio tutto procedeva per il meglio, poi è scappato... in seguito è tornato ed era uscito dal suo faticoso percorso, totalmente “ripulito”. Ma una sera va a cena con degli amici, forse gli hanno offerto qualcosa... una pasticca, non so... ebbe un malore e quelli che erano con lui, invece di portarlo in ospedale, lo abbandonano sul lungomare di Viareggio: è morto per ipotermia» [Costantini, cit.] • Ha perdonato le persone che non lo hanno soccorso? «E come potrei perdonare? Non mi hanno mai chiamato, mai cercato. Sono ancora arrabbiato, non per quello che hanno fatto, ma per quello che non hanno fatto. So che sono figli di famiglie benestanti, non dei disgraziati. Alla fine dei processi, hanno avuto pene leggere, sei mesi per omissione di soccorso. Ma la condanna ce l’avranno per tutta la vita, si porteranno dietro il rimorso per sempre». Ora la vita è più leggera? «Ci sono stati momenti in cui avrei voluto che uscisse dalla mia vita, altri in cui era lì lì per finire male, come accade a tanti ragazzi in queste situazioni ed ero preparato al peggio. Ma quando è successo non me l’aspettavo. Era il momento di ricostruire, di fare viaggi insieme, di goderci la vita. E, invece, quella mattina del 27 dicembre ha dovuto chiamarmi Carlo Conti per dirmi quel che era successo, da Viareggio avevano telefonato a lui sapendo che è mio amico. Al funerale c’erano tantissime persone, anche gente che Franco aveva truffato, derubato, insultato, perché gli volevano tutti bene, sapeva farsi amare nonostante tutto». Cosa le è rimasto di suo fratello? «Un libro di poesie: lui era una persona creativa. E resta anche la pianta di alloro nel mio giardino. Quella vigilia di Natale gli avevo chiesto di potarla, lavorava come giardiniere negli ultimi mesi: l’aveva tagliata quasi tutta, pareva distrutta. Ora quell’alloro è forte e rigoglioso» [Laura Rio, Giornale, 28/12/2020].
Politica È di sinistra ma si sente snobbato dalla sinistra. E sul settimanale A ricorda: «“Una sera nell’eskimo mi hanno messo due bottiglie in tasca. Pensavo fosse cognac”. Erano molotov, ed erano gli anni di Lotta Continua. “Qualcuna l’abbiamo lanciata. E di botte da fascisti e celerini ne abbiamo prese parecchie”».
Politica/2 Da buon fiorentino, conosce Matteo Renzi da tempi non sospetti. «Il delirio di onnipotenza ce l’ha sempre avuto e gliel’hanno fatta pagare. Ricordo quando veniva a vedere me, Conti e Pieraccioni: ha imparato da noi, è sempre stato un uomo di spettacolo... Come Silvio». L’ha votato? «Certo. Sono da sempre di centrosinistra» [Scarpa, 2019, cit.].
Tifo Milanista. «È stato mio zio Duilio ad attaccarmi la passione, da bambino avevo la copertina rossonera e ho fatto un provino a Milanello come portiere, ma quando giochiamo contro la Fiorentina vado in crisi e rimango neutrale».
Vizi «Fuma troppo» (il difetto di Panariello secondo Ilary Blasi).
Curiosità Alto 1,73 m • Soffre d’insonnia • Gioca a Texas Hold’em • Appassionato di burraco • Colleziona memorabilia Marvel. Che supereroe vorrebbe essere? «L’incredibile Hulk. Pensa che gusto: diventare tutto verde di fronte alle cattiverie» [Stefania Ulivi, Cds 5/6/2025] • Amante degli animali, è presidente onorario della Lega per la difesa del cane. Ha un chihuahua a Roma e un meticcio a Prato. «Non avendo avuto figli, per me sono gli esseri viventi che più vi si avvicinano» • La sua manager, Barbara Zaggia, è la moglie di Ferdinando Salzano, gran capo della Friends & Partners, la società che di fatto ha allestito i due Sanremo di Baglioni • Nel 1989 comparve nel brano Mussolini disco dance del gruppo Mod. n. 4 (imitava la voce del Duce in una parodia della storica dichiarazione di guerra che diventa «dichiarazione di festa») • Se non avesse sfondato come comico, gli sarebbe piaciuto aprire un negozio di abbigliamento • «Io sono della vecchia scuola di pensiero non mi riguardo mai. So che è un male, perché quando fai una trasmissione televisiva aiuta a capire dove hai sbagliato, dove puoi migliorare; ma io non ci riesco: io non mi sopporto, sono il peggiore fan di me stesso, sono super-autocritico» [Franco, cit.] • Oggi è contento di aver fatto la gavetta che ha fatto. «La gavetta ti salva il culo: nelle difficoltà hai un bagaglio di esperienza tale che poi quello che ti accade intorno lo affronti in maniera completamente diversa. Tanti giovani che vengono dai talent o da un grande successo l’anno dopo già riempiono gli stadi, ma molti entrano in depressione, si ritirano per un po’, hanno bisogno di trovare loro stessi. Perché? Perché non hanno la struttura per quell’impatto là. Il minimo impiccio è il primo disco che non vendi, o che l’anno dopo venga meno gente. L’anomalia non è che venga meno gente, ma che ne sia venuta troppa prima» [Pedicone, cit.]. • Diffida dei social • Non gli piace Tik Tok. «Se mi dicono che la tendenza è quella di fare i balletti mentre in tv passano le immagini dell’Ucraina bombardata, ecco non credo che mettersi lì a ancheggiare sia la strada giusta» [Franco, cit.] • Non pensa che l’Ai sia brava a scrivere spettacoli comici. «Manca il gusto. Non ci sono i tempi, non ci sono le parole giuste. La comicità è fatta anche di sguardi e di silenzi: basta una pausa fatta bene per essere molto divertente. Per questo non credo che sia pane per i nostri denti» • «Avevo preparato un festone per i 60 anni, ma poi il Covid ha rovinato tutto. Ne organizzerò un altro per i 70» • «Quando è morto mio fratello, al suo funerale, oltre ai miei familiari, c’erano Leonardo, Carlo e Renato Zero. In quei momenti capisci davvero cos’è l’amicizia. Di zingarate ne abbiamo fatte, ma alla fine conta sapere che ci siamo sempre l’uno per l’altro. Carlo dice: “Siamo fratellini” e per me loro due lo sono davvero» [Finos, cit.].
Titoli di coda «Un’altra volta, anni dopo, imitai Renato Zero talmente bene in una finta intervista organizzata con Pieraccioni, che quando Renato la vide in tv, c’è cascato pure lui! Telefonò al fratello, chiedendogli: ma quando l’abbiamo fatta ‘st’intervista?» [Costantini, cit.].