il Fatto Quotidiano, 1 ottobre 2026
Lo scudo a Delmastro finisce alla Consulta
Sulle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro la politica si è attribuita “un improprio potere” ai danni di quello che è riservato all’autorità giudiziaria. È quanto scrive il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, con cui la Procura il 14 settembre ha portato alla valutazione della Corte costituzionale l’operato della Camera, che ha negato ai pm della Capitale il sequestro delle conversazioni con Delmastro, contenute nel telefonino del ristoratore Mauro Caroccia. Chat ritenute indispensabili dagli inquirenti per capire se anche nell’affare “Bisteccherie d’Italia” Caroccia era il prestanome del clan Senese.
L’esigenza è infatti quella di accertare la genesi del rapporto con Delmastro e la provenienza dei mezzi impiegati nell’impresa, nonché la destinazione dei ricavi per verificare se il ristoratore mente per scansare le accuse: ha infatti sostenuto che Delmastro e gli altri politici piemontesi di Fratelli d’Italia coinvolti nell’affare erano soci veri quando il sospetto è che Caroccia, già condannato in via definitiva come uomo dei Senese, era la testa di legno del clan anche in questo affare. La Procura di Roma lo scrive a chiare lettere: “L’impossibilità di prendere visione delle chat contrasta con l’esigenza investigativa di verifica dell’ipotesi accusatoria a carico di Caroccia ‘interlocutore del parlamentare’”.
Ora spetta alla Consulta decidere se la Camera abbia abusato delle proprie prerogative, ma anche se è legittimo estendere lo scudo dell’immunità anche agli affari privati di un deputato. “La tutela costituzionale – si legge infatti nel ricorso per conflitti di attribuzione – non comprende altri beni che non siano l’integrità dell’incarico parlamentare dalle ingerenze del potere giudiziario”. Questo è il perimetro del “privilegio” riconosciuto ai parlamentari che dunque non può essere allargato arbitrariamente senza violare l’articolo 3 della Costituzione ossia il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini. La Procura invece ritiene che la Camera abbia esondato ben oltre i propri poteri trascurando “l’evidente necessità di coniugare e conciliare” la tutela del parlamentare nell’esercizio del suo mandato “con altri principi quali quello dell’obbligatorietà dell’azione penale, del fondamentale diritto di difesa e infine del principio del giusto processo e della relativa parità delle parti processuali (accusa e difesa, ndr)”.
Il motivo di questo richiamo è presto detto: la difesa di Caroccia ha la disponibilità dei messaggi della chat e può “legittimamente scegliere di utilizzarli, di utilizzarne una parte o di non utilizzarne alcunché, mentre la parte pubblica non è in grado di verificare la completezza e l’effettiva corrispondenza tra quanto prodotto (dalla difesa di Caroccia, ndr) e quanto presente nella memoria del dispositivo in sequestro”. Anche per questo la Procura di Roma chiede alla Corte costituzionale di stabilire che la Camera ha abusato del proprio potere e dunque annullare la decisione con cui è stata negata la possibilità agli inquirenti di acquisire le chat che riguardano Delmastro.